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Gianmario Lucini

Cinque schiaffi per la sveglia

 

 

 

 

Oggi posso soltanto avvertire nel disordine

del fetido traffico invernale

il travaglio di un verso in back grond

che ho ritegno a liberare

dal liquido amniotico d’un mio dolore

teneramente borghese

- che mi farebbe sorridere altrimenti

con un velo di perfidia nello sguardo

 

perché noi tutti siamo a volte

teneramente crudeli

mostruosamente santi nel decidere

a testa o croce quale cuore trafiggere

quale dolore schernire... -.

 

Respiro corto sospeso a mezz’aria,

non provo né sconfitta né vittoria

per quest’attimo d’auto-repressione

teneramente consolatoria.

 

***

 

Mi fanno tenerezza quei che salgono sui tetti

a protestare

ora che il pungolo li fa sanguinare

e vorrebbero tornare nel mondo di ieri

e condividere senza pensieri gli avanzi

che l’arroganza predatoria dei ricchi pur dispensa

ai poveri per farne la “middle class”

imbottita con l’anfetamina delle magnifiche sorti

e progressive, convinta

del diritto a un’esistenza dignitosa e d’altre perversioni

figlie delle rivoluzioni d’ogni tempo.

Mi fanno tenerezza perché non sanno

 

che la condanna ormai è esecutiva e l’onda

vittoriosa dell’ingiustizia già li trascina;

con quel loro dibattere zampette nella voga

disperata controcorrente

li porta come formiche

sradicate dalle loro biche verso il rivo e verso il fiume

che sfocerà nel mare

d’una feroce e modernissima barbarie

aperto e brullo dove si confonde

nel nulla primigenio inesistenza.

Non hanno più i poveri amici

non hanno più il diritto d’essere felici

nessun patto chiaro da vantare

di fronte a nessun tribunale

- solo chiacchiere e promesse già infrante

l’ultimo avanzo del capitale.

 

***

 

Epigramma a Pier Paolo Pasolini

 

Non si grida a pancia vuota scrisse il vecchio

Bertoldo *) in quel dopoguerra memorabile quando

gli intellettuali di sinistra scrivevano poesie

sfidando gli ostracismi del Partito Comunista

 

e tu viaggiavi dentro un’auto al riparo

delle tue spesse lenti da intellettuale e cantavi

le bellezze dell’Italia in terzine rimate

- perché era sublime, allora, questo Paese

che ha costruito la cultura dell’Occidente

e l’idea stessa del continente

Europa, casa di popoli e diverse

nature in un vasto colloquio.

 

E già vedevi sfumare l’orizzonte contadino

nell’orizzonte ottuso di cemento e di non senso,

vedevi gli operai abbacinati dai falsi

cristalli de nuovo edonismo, e i tumulti

profetavi dei poveri contro i poveri e contro tutti,

profetavi la fine d’ogni equilibrio

il disordine immane del neoliberismo,

il darwinismo sociale che cova nella logica

spietata del capitale.

 

Ora che siamo alla resa dei conti

quel millenovecentosettantacinque e quella notte

ci appare diversa, un terribile sogno

che nessuno allora voleva sognare,

irretiti nella trappola

della bistecca politica e dei sequestri proletari,

 

magnifici squali della nemesi

contro noi stessi e contro quelli che i mali

dell’ingiustizia da sempre patiscono

senza voce, nel buio

d’una storia scritta dai prepotenti

- nostri padroni che vorremmo per sempre

servire.

 

*)  Bertolt Brecht

 

***

Ognuno rientra nel suo orizzonte di non senso

a sera

quando un suono di campane benedice i morti

per le loro fatiche

e la sottile angoscia della notte sale

dall’ultima campagna della periferia

a insidiare le veglie, le frettolose cene

senza colloqui al parlottio straniato

del televisore.

 

                          Aria di notte

fra queste pareti che già ci sbeffeggiano

come animate da vita maligna

che ci sopravvive, custodendo esse sole

la memoria dei troppi giorni perduti

a rincorrere miti decaduti e il profumo

dell’immortalità;

l’eterno ineffabile ci spia e ci deride

dalla riva del fiume dove scorrono i popoli

alla ricerca del vero.

 

Sera dopo sera non facciamo che morire

sognando paradisi sempre più improbabili

terre promesse e fedi perdute

riconquistate in un bagno di sangue,

ci consegniamo svuotati all’attimo che solo

racchiude in sé tutti i giorni e li comprime

nel breve suono di una parola.

 

E allora se pur dobbiamo

andiamo e non chiedermi dove;

nella mia sacca conservo solo

una borraccia di latta e un discorso

pronto per ogni evenienza

perché so di non sapere che la vita

non vale una parola

e guairemo quando l’angelo del bene e del male

ci toccherà la spalla con la mano

 

tu invece porta l’ultimo silenzio

e lascialo morire

fin che ci sarà la notte a consolare

questa sete di niente che tortura.

 

***

 

Sono il poeta italiano che si pensa tale

disposto a marcire pur di non fiatare.

Ho l’umidore nella voce che lambisce il potere

come la lingua del cane lambisce la mano

del padrone che impugna il bastone

e mi diletto di cianciare a prezzo di costo

pur di cianciare

dalle tribune di un’editoria disfatta

a una platea di lettori che non legge.  Sono

 

il resto della nuova società tribale

del postmoderno e arranco fra decrepite

bellezze, ritagli, frattaglie di idee

con piede felpato e parola tonda

qualche invettiva senza nome né cognome

per dire o tempora o mores o semplicemente

per cercare i paradigmi del banale, vestirli

di dissenso o di consenso – è irrilevante –

appicciarli alla pagina bianca

d’un quaderno per farne il viatico

di questa età senza poeti

e sazia di versicoli

 

 - per il resto, sia quel che sia

ogni stravaganza ha la sua nicchia di consenso

e così anche la mia:

ogni vita scorre fra parole paradigmi

della sua lenta agonia.

 

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