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Francesco Aprile

Universo/testo.  Da Copernico a Kerouac

 (pubblicato su “Il Paese Nuovo”, domenica 17 gennaio 2010)

 

Parte 1. Del testo ciclico

 

Un tentativo di contestualizzare codici sintattici, stilemi, propri della critica letteraria, della poesia, del romanzo quando non è mai fine a sé stesso.

Scrivendo, ormai, da diverso tempo nell'ambito musicale, scandagliando da un po' di anni il panorama underground salentino, quello spazio dove non c'è voce e, forse, è assente anche lo spazio, trovo necessità di "rifuggire" dal solito scritto, dalla monotonia di una recensione che si propone sulle corde del solito "al brano numero 6 possiamo ascoltare un pezzo..." ecc ecc...dimenticando la fase che precede il segno scritto, il tempo della percezione.

Foglio e segno, allora, non sono altro che il tempo e lo spazio necessari alla disputa, alla percezione. Tempo e spazio che sono liberi, momento che si fa piazza ed evento, per trascendere l'opinione preconfezionata e stipulare un istante che possa essere un retrocedere all'osso del pensiero.

Scrive Cristiano Godano, chitarra e voce nei Marlene Kuntz, nel brano Canzone Ecologica, tratto dall'album Uno, «Forse sarebbe più bello tacere, / in accordo coi nostri pensieri, / che solo ad esprimerli in verbi e parole / non sono più verità.»

A questo punto è d'obbligo citare un passo del filosofo austriaco L. Wittgenstein che, in una delle sue espressioni più famose, ebbe a dire: «I problemi filosofici sono problemi di linguaggio.»

Se la filosofia ha un problema, esso risiede nell’atto di esprimere il pensiero filosofico come linguaggio. Questo si verifica a causa dell’incongruenza “pensiero-linguaggio”.

La non perfetta rappresentabilità che il linguaggio assume nei confronti del pensiero è la causa scatenante del problema filosofico.

Il pensiero che si presenta in una certa codifica va scomposto, decodificato, per essere interpretato e ricomposto in una nuova codifica, quella del linguaggio. È in questa fase di decodifica e ricodifica che si perdono dati generando l’incongruenza. Se c’è un problema, dunque è la non immediatezza del linguaggio. Un gesto è immediato così come lo è il pensiero. Si è alle origini, alla primordialità dell’essere. Il linguaggio è il mezzo di uno stato immediato, ma non è l’immediato. A questo punto la filosofia ha come problema il linguaggio. Viceversa, se un problema filosofico sussiste nel linguaggio è perché il linguaggio ha un problema nel rapportarsi con l’immediato del pensiero filosofico. Il problema sussiste nel momento in cui le due entità si rapportano e una si fa necessità e problema dell’altra, anche il linguaggio senza più rapportarsi all’immediato filosofico si libera da incongruenze e si fa gesto del comunicare, immediato del comunicare, muovendo l’attenzione dal pensiero al gesto comunicativo, alla sua immediatezza.

L'attuazione di questo lavoro che mi propongo è quella di una ricerca rivolta ad azzerare ogni connessione "pensiero/linguaggio" sostituendo alla fase del pensiero quella della percezione, in modo che la scrittura si faccia espressione a pieno titolo dell’immediato comunicativo, assorbendo più che mai l’esperienza pittorica del gestualismo di Pollock, azzerando il problema che sussiste nella coabitazione tra filosofia e linguaggio, generando una lingua che sia immediato a sé stante, eliminando ogni fase di decodifica/codifica.

Tutto questo torna e ritorna, si collega e ricollega all'ambito musicale, al motivo generatore di questo discorso.

Accostandomi all'ascolto del primo album autoprodotto della band salentina "Shotgun Babies", dovendone scrivere la recensione, attingo a piena mani da ciò che ho espresso fino a questo momento, tentando di scrivere un testo che potesse racchiudere ciò che già da un po' sentivo di dover attualizzare.

Ad esempio, infatti, scrivevo nella presentazione della mostra itinerante "Kunst und weise"

 «Kunst und weise. Arte e aria. Dissolvere sensazioni come parole nude allo specchio. Tre persone diverse. Dodici foto per tre diversi modi d'avvertire la medesima sensazione; la realtà attorno attraverso le percezioni di un rapportarsi tattile all'esistenza. L'uomo, non in rapporto col mondo, ma in rapporto col suo sentire il mondo, l'essere ed il suo antefatto, nel retroscena di noi stessi.»

 Ovvero quel tornare all'antefatto del tutto in questione, in questo caso, lo stato che precede la scrittura, la percezione di un qualcosa e fare in modo che sia, la scrittura, rappresentazione diretta della percezione e non del pensiero che, successivamente, si genera.

Si inscrive in questo tentativo, dunque, la recensione di cui parlavo sopra, caratterizzata dal manifestarsi della percezione lungo una serie di immagini generate dall'ascolto, per un raccontare che si fa "raccontare per immagini".

 

Recensione Shotgun Babies.

 

«Un viaggio dai continui rintocchi. Le nuvole scorrono sulle nostre teste come piccoli tasselli di una pellicola d'altri tempi, d'un bianco e nero sbiadito in una fotografia ormai sgranata. Sono continui scatti su è giù per il corpo. Un passo indietro, uno in avanti. Destrezza ed eleganza accompagnate, in simbiosi, da frenesia e potenza. / Perplessità assalgono l'ascoltatore con un martellare "cervella", come un pugno nello stomaco a spezzare il mattino durante un risveglio non ancora del tutto avvenuto. La respirazione assume caratteristiche di un battito intrappolato fra mura di vetro, nel dibattersi in uno sciogliersi al sole. Ansie e moti di rivolta. Rabbia. La rabbia frenetica è moto perpetuo di questo "Symbiotic Trip" (2009), primo album autoprodotto della band salentina degli Shotgun Babies, che si modella a suon di grunge sulle sfocate atmosfere claustrofobiche di certa new wave primi anni '80. / Shotgun Babies, nati nel 2006, arrivano a questo album attualizzando un percorso che scopre le carte di un percepire la musica come matrice di influenze tipicamente grunge, sulle cui corde, come colori pastello che "stingono" nel tempo, sembrano posarsi, a rendere ancor più pressante una rabbia che è detonazione pura, motivi, di certo non svelati, come nascosti dietro l'angolo, di certa new wave fine anni '70 inizio anni '80. Esordio sulla lunga distanza da non lasciare indifferenti, che conferma l'ottima vena creativa della band e si fa assaggio della dirompente verve che caratterizza i live del gruppo.»

 

Capita, così, che si generi un testo che si mostri come un corpo umano, con la capacità d'aprirsi, non al soggettivismo estremo, bensì come un uomo può aprire braccia e gambe.

In questo scenario si inscrive l'Uomo di Vitruvio, realizzato da Leonardo da Vinci nel 1490 e attualmente conservato presso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Riguardo alla sua opera, Leonardo scriveva:

«Vetruvio architetto mette nella sua opera d'architettura che le misure dell'omo sono dalla natura distribuite in questo modo. Il centro del corpo umano è per natura l’ombelico; infatti, se si sdraia un uomo sul dorso, mani e piedi allargati, e si punta un compasso sul suo ombelico, si toccherà tangenzialmente, descrivendo un cerchio, l’estremità delle dita delle sue mani e dei suoi piedi

Allo stesso modo un testo così strutturato può aprire braccia e gambe, ovvero i capoversi, ed inscriversi in un cerchio all'interno del quale la scomposizione e nuova ricomposizione dei capoversi non distrugge o disturba il senso logico del testo stesso, mantenendo inalterati logica e contenuto.

 

Scomposizione della recensione.

 

«Shotgun Babies, nati nel 2006, arrivano a questo album attualizzando un percorso che scopre le carte di un percepire la musica come matrice di influenze tipicamente grunge, sulle cui corde, come colori pastello che "stingono" nel tempo, sembrano posarsi, a rendere ancor più pressante una rabbia che è detonazione pura, motivi, di certo non svelati, come nascosti dietro l'angolo, di certa new wave fine anni '70 inizio anni '80. / Esordio sulla lunga distanza da non lasciare indifferenti, che conferma l'ottima vena creativa della band e si fa assaggio della dirompente verve che caratterizza i live del gruppo. Un viaggio dai continui rintocchi. Le nuvole scorrono sulle nostre teste come piccoli tasselli di una pellicola d'altri tempi, d'un bianco e nero sbiadito in una fotografia ormai sgranata. Sono continui scatti su è giù per il corpo. Un passo indietro, uno in avanti. Destrezza ed eleganza accompagnate, in simbiosi, da frenesia e potenza. / Perplessità assalgono l'ascoltatore con un martellare "cervella", come un pugno nello stomaco a spezzare il mattino durante un risveglio non ancora del tutto avvenuto. La respirazione assume caratteristiche di un battito intrappolato fra mura di vetro, nel dibattersi in uno sciogliersi al sole. Ansie e moti di rivolta. Rabbia. La rabbia frenetica è moto perpetuo di questo "Symbiotic Trip" (2009), primo album autoprodotto della band salentina degli Shotgun Babies, che si modella a suon di grunge sulle sfocate atmosfere claustrofobiche di certa new wave primi anni '80.»

Come un cane che si insegue la coda. Il manifestarsi del testo è un continuo rincorrersi dei capoversi che rigettano una struttura lineare, capace di manifestarsi dall’alto verso il basso, ovvero, dall’inizio alla fine, preferendo, attraverso lo stadio della percezione, un raccontare per immagini che si manifesta come uno sfocare la scrittura; immagini sfocate del percepire che precede il pensiero, dilatato, grezzo, allo stadio primordiale. Creando una condizione di ciclicità come l’uomo che si inscrive nel cerchio o il cane che si insegue la coda.

  

Parte 2. Da Copernico a Kerouac, il Testo Universale

(22-1-2010 di prossima pubblicazione su “Il Paese Nuovo”)

 

Nell'articolo, "Del Testo Ciclico", apparso domenica 17 gennaio sulle pagine culturali de "Il Paese Nuovo", scrivevo della possibilità di scrittura che si nasconde in un testo, non frutto del pensiero, ma che trova la sua origine nell'antefatto del pensiero, nella percezione, nello stimolo, da rendere attuabile attraverso una scrittura, seguendo la via di una prosa spontanea (alla Kerouac), nell'intento di eliminare quell'incongruenza pensiero-linguaggio che porta alla progressiva perdita di aderenza di significati da parte del linguaggio nei confronti del pensiero, in questo caso dell'idea all'origine.

L'intuizione è il punto da cui partire. Ma non era questo lo scopo dell'articolo precedente, come non lo è di questo.

Di scrittura automatica (o in trance) si è già parlato col Surrealismo. Di scrittura, o meglio, di prosa spontanea ne parlò Jack Kerouac, delineandone i caratteri in "Dottrina e tecnica della prosa moderna - Fondamenti della prosa spontanea".

Come dicevo, questo è solo un punto all'interno dell'articolo, non lo scopo.

Nel precedente articolo assumeva importanza rilevante la possibilità di realizzare un testo "scomponibile", attraverso l'accostamento del testo all'Uomo di Vitruvio di Leonardo che, aprendo braccia e gambe, partendo dall'ombelico, era possibile inscriverlo in una circonferenza.

A questo punto, scrivevo, «Allo stesso modo un testo così strutturato può aprire braccia e gambe, ovvero i capoversi, ed inscriversi in un cerchio all'interno del quale la scomposizione e nuova ricomposizione dei capoversi non distrugge o disturba il senso logico del testo stesso, mantenendo inalterati logica e contenuto.»

Obiettivo di questa scomposizione e ricomposizione è quello di generare un "testo ciclico", o meglio, un testo che abbia in sé movimenti ciclici, in grado di ruotare su un "proprio ed ipotetico" asse.

Ma prima di giungere a ciò ed alle conseguenze che ne derivano, bisogna riprendere il discorso - intrapreso precedentemente - nella necessaria possibilità di una scrittura "spontanea" proveniente dalla percezione originaria e non dal pensiero successivo.

Parlando di Kerouac, scriveva Henry Miller, «Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità. Appassionato cultore della lingua, Kerouac sa come usarla. Da virtuoso nato qual è, egli si compiace di sfidare le leggi e le convenzioni dell'espressione letteraria ricorrendo ad una comunicazione rattratta scabra liberissima tra scrittore e lettore.»

Nel 1957 la ricerca di Kerouac sfociò in "Dottrina e tecnica della prosa moderna - Fondamenti della prosa spontanea".

In questi scritti esponeva il suo ideale di scrittura.

«8. Scrivi quello che vuoi senza fondo dal fondo della mente.

9. Le inesprimibili visioni dell’individuo.

13. Rimuovi le inibizioni letterarie, grammaticali e sintattiche.»

Inoltre - scriveva - «il linguaggio dello schizzo sgorga dalla mente come un flusso imperturbato di segrete idee verbali personali» - e ancora - «Evita la "selettività" d'espressione e segui invece la libera deviazione (associazione) della mente» - «Niente pause per pensare alla parola giusta bensì accumulo infantile di parole sempre più scatologiche fino a ottenere soddisfazione, il grande ritmo del pensiero in accordo con la Grande Legge dei tempi» - «Non partire da un'idea preconcetta di che cosa dire dell'immagine, ma dal gioiello centrale d'interesse nel soggetto dell'immagine al momento di scrivere, e scrivi nuotando verso il largo nel mare della lingua fino alla liberazione e allo sfinimento estremi. Non avere ripensamenti sul lavoro fatto tranne che per ragioni poetiche o di Post Scriptum.»

Questo approccio scritturale al testo è necessario per poter muovere, verso una pagina scritta, partendo dall'antefatto del pensiero, ovviando e oltrepassando il "noumeno" kantiano, facendo sì che non entri in gioco l'intelletto, ma attualizzando un concetto, a detta di Kant, "passivo", che ha per oggetto il “fenomeno”, radicato alla conoscenza sensibile, una ricezione passiva di come ci appare un qualcosa. Ecco che a questo punto si fa necessaria la prosa spontanea di Kerouac per poter prevenire il sopraggiungere dell'intelletto e la generazione di un pensiero. Attingere all'antefatto rendendolo percezione attiva del divenire testuale.

Tutto ciò si rende necessario a generare "una lingua che sia immediato a sé stante, eliminando ogni fase di decodifica/codifica" - arrivando così alla ricezione di un testo che possa inscriversi in un cerchio. Il testo capace di inscriversi in un cerchio è di solito un piccolo scritto che chiameremo "microtesto" composto da una breve successione di capoversi, da una cartella ad un massimo di poche cartelle, per poter mantenere spontanea la prosa e la scomponibilità del testo che, altrimenti, divenendo non più un micro testo non sarebbe più facilmente gestibile per mezzo di una prosa spontanea (ciò andrebbe a svantaggio del testo stesso).

Come ebbe modo di constatare Copernico che, nella sua opera fondamentale, "De Revolutionibus Orbium Coelestium Libri VI (pubblicata a pochi mesi dalla morte, avvenuta nel 1543), individuò i tre movimenti celesti della Terra (diurno - attorno al proprio asse; annuale - attorno al sole; e quello annuale dell'asse terrestre) distruggendo la Cosmologia Aristotelica.

L'obiettivo è quello di generare, attraverso il cut/up di più "microtesti" una serie di scritti capaci di ruotare attorno ad un loro ipotetico asse e, inoltre, attorno a dei testi maggiori, ricalcando i movimenti dei corpi celesti, generando un testo dalla struttura "universale", un universo/testo.

 

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