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Stefano Amorese (Faraon Meteosès)

Ecolallaliche

 Arduino Sacco editore - Roma e Potenza, 2009

 

 

Prefazione di Fabrizio Patriarca                                                   due poesie

 

Non che la distrazione sia clausola vincolante all’apprezzamento di una poesia, essa tuttavia la incro­cia, talvolta, nella luce radente di un’occasione fortunata (un hasard bretoniano, un click, alla Spitzer): sulle rette di un rivelante abbandono. Da questo lato, anche il let­tore più distratto (privilegio o meno) avrà sentito un certo turgore atletico nei versi di Amorese, quella me­scola d’euforia e vibrata percezione d’uno scopo che in ogni suo testo punta sempre un angolo interno alla com­posizione, come un motivo da portarsi a compimento, secondo le regole che di scarto in scarto ne appagano la logica. Un’impressione del genere – con tutta la repen­tina evidenza che è del riverbero, del sottofondo – può suscitare quasi a forza l’immagine del poeta che siede al centro del suo mondo linguistico come un bimbo nella stanza dei balocchi. Il che fornisce una misura della poe­sia di Amorese, se consideriamo, rispetto all’illustrazione canonica del fanciullo, da Pascoli in giù, quanto siano cambiati i bambini, quanto variati i loro giochi. L’immagine è piuttosto passita. Tutto sta nel definire i rapporti di conseguenza o d’inversione, che già sarebbe un assillo per il pedagogo: per l’interprete diventa presto un delizioso rompicapo («il mio dir Bam­binesco-stupidesco»). Ciò che viene allo sguardo, d’istinto, mentre si corre su questi versi (anche solo ba­dando alla trama sonora), è il fatto che spesso Amorese lavora per approssimazioni, catene estrattive, rime d’inclusione, rime ricche, beffarde aggiunte sillabiche, cerniere, assonanze ecolaliche, così che assieme all’officina dei costrutti – alcuni felici, altri addirittura fulminanti – ci viene mostrato, senza falsi pudori da post-ermetismo delirante o reticenze surrealiste facili a consumarsi nel culto del revival, l’apparato degli at­trezzi, lo strumentario al vivo, dispiegato nella sua nu­dità di scheletro, fatto sincero, anzitutto, da un contri­buto d’ingenuità.

Questa trasparenza dei meccanismi, degli ingra­naggi deputati a spingere l’altalena delle immagini, si può assumere come la parte per così dire necessaria dell’opera di Amorese, senza la quale lo sforzo d’una ricerca che giace al di sotto di una costellazione di ascendenze quasi obbligate (da Palazzeschi capriccioso a certo Lucini, anche respirando il barocco sinonimico di un Cacciatore) varrebbe forse a risultati poco più che stremati, gualciti, mancando affatto lo stimolo, cioè la sua colla, l’allarme etico che tutta, quella ricerca d’una passione stupita, la inarca alle tempre più cede­voli del verso, a uno stranito spirito di comunione.

Perché Amorese parla una lingua che, sempre dotta, ama glissare le tentazioni del pretesto, revocando l’abilità di astuto calembourista, di enigmista calcolante, dentro la schiettezza di un’aperta confessione sul me­todo. Né per questo le sue sporadiche impennate nel virtuosismo da cruciverba, certe allocuzioni improvvise che mettono in moto conflitti cervellotici, scatenati su sedimenti di lingua che appena poco prima (prima che il verso li toccasse) posavano là come inerti, ci piacciono meno. Il senso latente – ma si tratta di avviso personale, quindi non scostante il dubbio – e qui soprattutto, è quello di un’amnistia generale sui presupposti dell’atto poetico, estesa da un intelletto che non lesina di pagare in proprio le condizioni di sconto, ovvero aprendo il ser­raglio dei suoi trucchi alla visita del curioso come a quella del distratto. Ma la rapidità quasi elettrica, quell’instabilità muscolare del verso (spavaldi guizzi di break-dancer, salti d’aria da consumato performer) mette a registro, su tutto, una declamabilità dell’oggetto poetico che tuttavia si stacca dal cortocircuito istintivo, da quel diletto frizzante dell’associazione automatica che sempre – vendetta di un lessico della contiguità – cela alle proprie spalle un arsenale di luoghi comuni.

Se dunque l’automatismo delle associazioni per così dire “orizzontali” di Amorese sta inscritto in questa delibera funzionale, e non gioca parte per se stesso, ma concordemente a un ritmo dettato soprattutto dalla tra­sposizione di un soggetto nelle cose che rassegna («E mi faccio Pierrot a Camelot»; «Nel dubbio m’insabbio»; «Sternutisco con un Eccì, con un Eddì, con un Ee­ee…»), lo si chiami allora, girando un poco il perno della metafora: “semiautomatismo”, nel senso che riferi­sce comunemente dei fucili e delle pistole, con prossi­mità al concetto di un ragionato – quanto calamitoso, a tratti – aprire il fuoco sul mondo (perché davvero Amo­rese ne è oppresso), anche in scia – ma è traccia legge­rissima, un risentire d’intonazioni, specie in asprezza – alle “revolverate” luciniane.

Quanto a dire di un possibile stemma, ancora traballante (la mobilità è il carattere compositivo di Amorese, i suoi libri si agglutinano, vanno a gremirsi, a saturare), uno stemma nel quale sistemare pochi nomi di riferimento. I nomi, si è visto, fanno schermo al giudi­zio, così accade di solito: qui, se si dovesse cercare un serio antenato da scaricarsi la coscienza al solo far pro­cedere da quel nome la presunta “linea” di Amorese, già sarebbe un azzardo, come pure succede, perché il critico d’oggi tende a mettersi al riparo, a lasciar cadere i suoi giudizi da un’altana storicista: qualcosa s’è detto, in questo senso, sbaroccando dai «lasciatemi divertire», giusto le «piccole corbellerie» di Palazzeschi, seppure con l’orecchio registrato sull’indimenticabile «eutanasia vanesia» cacciatoriana, che certo non ferma un canone: «Taglienti frammenti sopra voi m'inginocchio/ Chicchi di sangue e so il vostro decorso/ Nello spasimo che in ciclo si pavoneggia/ Spera d'ordine - già si dispone ogni scheggia/ Nel granaio ove il battito offre un sorso/ Ai curiosi chiusi nella scorza d'un crocchio/ Martellami a pezzi fatuo tramonto lillà/ Rovinio è il vero e non morte tranquilla».

Appunto, qualcosa s’è detto, ma poco, se il graffito assiologico serve a giustificare un’attribuzione di valore. Perché poi l’ingombranza dei riferimenti, antenati e non, rischia di modellare la nostra lettura a piacere di una genealogia regolare, che risulta assestata, infrigidita (e che altri contesterebbe: perché non un Burchiello rasciugato sopra Prévert? Perché non un Braccesi o un Bellincioni imbertucciati nella metrica sparagnina del postmoderno?), di accorciarne la pro­spettiva a gusto d’una Bildung tutta personale e limitata (un novello Giulio Cesare Croce, magari quello delle Girandole, inondato di Sanguineti); ma soprattutto quest’avventura delle fonti – o dei presagi – parrebbe annerire a tratto grosso la vena genuina delle poesie che qui si presentano, vena – o tono – che è sempre, dove uno scrittore lavora con la sua materia specifica, vale a dire il linguaggio, il filo ben temperato che la tiene su, anche quando sterza, sbanda o va giù.

 

 Due poesie tratte dalla raccolta

Io con te

 

Io con te.

Tu e lui: io solo.

Le altre con me.

Io, tu e lui: noi tre.

Io, te, Wenders, Checov, Prèvert.

Io e te nell’auto in sosta, in divieto: nel proibito!

Tu ed io con la pizza ed il caffè.

Le altre con me,

ancora con un ma,

con una sfilza di se.

Tu in partenza, in viaggio: partita?

(Fuggita? … sfuggita?)

Io qui a casa di un’altra di un’altra… di un’altra.

Tu di un altro nella sua casa

Nella sua casa… nella sua casa.

Tu e le altre al di là del gineceo

Io al di qua dell’androceo.

Tu nella tua dualità nell’uno più uno

Io nella mia molteplicità nell’ics per ipsilon.

E poi tu con me al mare

Tu con lui (… non so che cosa fare!)

Non so a cosa fare!?

E ancora io, te e lui a Roma:

ti chiamo, ti chiama.

… ti amo? … ti ama?

Mi chiami. Lo chiami.

… mi ami? … lo ami?

Io l’ho visto

Lui mi ha intravisto

Io non gli ho mai parlato

Lui non mi ha mai cercato

Tra loro due ci sono io

Lui è tra noi due

Ma io, te e lui, insomma noi tre,

siamo trini, fatti purtroppo in ritratti,

in tre etti, in tre atti quasi perfetti!

 

Ora che non sono più con te

Faccio ancora per tre: tutto questo ha un perché?

 

 

 

Sull'orlo di una crisi di nervi

 

Sull'orlo di una crisi di nervi:

gracchi di corvi

il gatto nero di Poe

lo strillo di Zoe

il Cyborg assassino

il decotto cinesino

le dodecafonie di Alban Berg

le tristezze di Pierrot Lunaire

le natiche delle Lolite

la coscia lunga di Giovannona

il volto di Lulù

i nullafacenti

gl'impiccioni

gli sparlieri

i furbi

le rotture di palle

le fregature

la visione di Pippo Baudo

le quadrature di Saturno

le ricette di Nonna Abelarda

i consigli dell'ultimo venuto

le scoperte dell'acqua calda

la psicoterapia televisiva

i lavori in corso

il parcheggio selvaggio

il traffico delle due e mezzo di notte

le sfere stroboscopiche

le luci intermittenti

i salvavita

i salvaspazio

i salvatemi l'anima dei loro celeberrimi defunti

che si possano deflagrare

assieme a tutti i becchini

ai Madonnari che ostruiscono il passaggio

ai Testimoni di Geova che bussano a casa

ai lavavetri che lavano anche quando è pulito

ai suggerimenti all'acquisto

agli iter burocratici

alle giustizie sommarie

ai capestri di piazza

ai fini dicitori

e dice il saggio ‑ Che bella coppia!

‑ Come stanno bene insieme!

‑ Che bel bambino!

… assomiglia tutto al padre…

no, alla madre!

‑ Che bella serata!

Al nessuno è indispensabile

ai tutti per uno, uno per tutti

in fila quintupla per qualsiasi cosa

per documento di Esistenza in Vita

per certificati di Morte

per lo Stato di... salute

per la sana e robusta… Costituzione

e non si fa nessuna eccezione

nessuno strappo alla regola

non si fa niente per niente

uguali a nulla... sull'orlo... sull'orlo del precipizio

dello stravizio

nei colpi bassi

degli affari sporchi

dei giochi pericolosi

e basta agl'Inter-net

ai dolori intercostali

ai malanni stagionali

alle cacao‑manie per i colon‑colitici

alle cacche dei cani da guardia e da salotto

ai Vietato fumare

ai Proibito l'accesso

ai Ccà nisciuno è fesso

al Bene che vince sempre sul Male

ai Falsi vera‑finta pelle

ai...  ‑ Vi ci lascio la pelle!

... ai vedovi, alle fantasme

alle Belle di notte

alle bolle Papali, agli Imprimatur

ai Senatur

ai Gran Tour… ai Super‑giri

ai circuiti piramidali e pesistici

ai Trend... aerospaziali

ai Campioni del Mondo

alla "Giovinezza"... ‑ Che è uno stato dell'anima!

ai Dittatori degli... "Stati liberi"... di Bananas

al libero sesso, al sesso al cesso

al cesso maiolicato, alle docce fredde

alle vasche Jacuzzi…

mannaggia la Spiaggia di Capocotta…

di Capo Rizzuto…

 

Me ne sono venuto da lontano

arrivando a un Bel Niente

sull'orlo del ponte

buttatomi nel fiume

infetto da leptospirosi

caduto su un intreccio di sterpi…

 

Su un groviglio di nervi!

 

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