Giuseppe Panella
Letizia Lanza, Mirabile bruttezza
Padova, Studio Editoriale Gordini,
2008

Dalla Grecia arcaica alla letteratura di
anticipazione, l’evoluzione del concetto di Bello e la consentanea
capacità ad esso di apprezzare la bellezza vengono letti attraverso
l’evoluzione del Brutto passando attraverso il Mostruoso, il Terribile, l’Orroroso
– tutte quelle categorie che risultano essere l’Altro rispetto a quel
concetto di Armonia che, per questo motivo, esse infrangono e che per i
Greci, invece, era la dimostrazione della contiguità e coincidenza di
Buono e, appunto, di Bello (la kalocagathia – come voleva Platone,
ad esempio). L’Armonia è la sintesi di etica ed estetica che l’avvento di
qualcosa di totalmente diverso sembrano rimettere ogni volta in
discussione.
La creazione del Monstrum, in realtà,
non aveva certo, almeno per i latini, il carattere che il termine ha
assunto, anche linguisticamente, per i moderni: esso indica l’evento
prodigioso, il segno privilegiato degli Dei, il segnale che essi mandano
agli uomini per avvisarli o ammonirli che qualcosa di assolutamente
straordinario sta per accadere. Non è, insomma, una categoria estetica di
cui tener conto nella valutazione di un’opera d’arte ma un tema religioso
da valutare in chiave morale (monstrum viene da monere,
infatti, ammonire, indicare). Esso assumerà tale caratteristica in forma
definitiva solo alla metà dell’Ottocento quando Karl Rosenkranz, fedele
allievo e biografo di Hegel, lo irreggimenterà nella sua Estetica del
Brutto (1853). Nell’analisi dialettica di ciò che non può essere
considerato Bello, ricadono, per il pensatore tedesco, non solo le opere
brutte e malriuscite ma anche quelle che non possono essere ricondotte,
per loro natura, all’interno di ciò che armonioso e piacevole: il
Grottesco, il Laido, lo Spaventoso e il Terribile sono appieno all’interno
di questo campo di tensione teorico ed esplicativo. Non si tratta, per
Rosenkranz, di sostituire il Brutto al Bello (come faranno successivamente
le avanguardie storiche e i loro principali esponenti) ma di accettare
all’interno della dimensione estetica anche l’esistenza del Brutto come
fattore di creatività artistica.
E’ a questo livello di analisi che si colloca
il libro di Letizia Lanza.
Autrice di numerosissimi testi di analisi e di
storia della letteratura antica e moderna nonché di ricostruzioni di
vicende intriganti dal punto di vista del costume (come, ad esempio il
libro, scritto in collaborazione con Giovanni Distefano, Donne e
sangue a Venezia. Spigolature storiche di cronaca nera, Venezia,
Supernova Edizioni, 2008), l’autrice affronta il tema della Bruttezza in
una chiave di parabola storico-storiografica decisamente significativa.
In altri sue due libri, questo tema era emerso
con nettezza e rigore. In Medusa. Tentazioni e derive, (Padova,
Studio Editoriale Gordini, 2007) il tema della “morte negli occhi”, già
molto caro a Jean-Pierre Vernant e a Jean Clair viene coniugato con molta
versatilità nella direzione di uno studio della tentazione al suicidio di
alcune grandi scrittrici del Novecento, soprattutto in Sylvia Plath, poi
viene fatto riverberare in un’analisi della cultura classica da cui questo
tema viene generato (da Omero ed Esiodo a Plinio il Vecchio) e conclude
con una rivisitazione del marmo Perseo e la Medusa di Camille
Claudel, l’inquietante Musa ispiratrice di molta parte dell’opera di
Auguste Rodin. Allo stesso modo, il più recente Femminilità “virile”
tra mito e storia (Novi Ligure (AL), puntoacapo Editrice, 2009)
esamina tre figure classiche di “mascolinità“ femminile: Semiramide d’Assiria,
le Amazzoni come civiltà guerresca ed esempio di autonomia dal maschio e
Settimia Zenobia (ma in realtà Bath-zabbai), seconda sposa di Settimio
Odenato, re di Palmira.
Queste donne, passate alla leggenda come
esempio di autonomia femminile e capaci di soggiogare gli uomini al loro
carro regale, vengono descritte nel loro carattere (mostrato all’opera) di
forte volontà di potenza e di capacità diplomatica e guerresca. Se le
Amazzoni, le “guerriere dal seno nudo”, partecipano di un passato mitico
di cui gli storiografi partecipano pur esibendo patenti di obiettività (Erodoto,
Strabone) e la storia di Zenobia è legata al suo elogio contenuto nei
Trionfi di Petrarca, la figura di Semiramide passa attraverso una
lunga serie di manipolazioni moralistiche e di rifiuti di carattere
generale (la “Semiramis” dantesca non può che essere esemplare al
riguardo). Tutte e tre queste eroine del sesso femminile sono, in realtà,
unificate dal loro ritratto letterario fornito ad opera della non molto
conosciuta (almeno per ora) Christine de Pizan (in realtà Cristiana di
Tommaso da Pizzano, poi francesizzatai come scrittrice professionista e
vissuta al seguito del padre medico alla corte di Carlo V di Francia).
In Mirabile bruttezza, tuttavia,
l’intento dell’autrice è duplice: da un lato, verificare il concetto di
Bruttezza in rapporto alla (supposta) Normalità del Bello come viene
storicamente denotato dai diversi teorici e commentatori della sua
dimensione fenomenologia, dall’altro, invece, ritrovare nel concetto di
Altro e di Diverso uno dei paradigmi dell’apprezzamento della Bellezza
anche in figure di confine tra scienziato e semplice curioso rispetto alla
questione (i viaggiatori a partire da Erodono per finire con il supposto
Jehan (o Sir John) de Mandeville delle cui “meraviglie” è pieno la terza
parte del libro). Questa seconda dimensione del libro sembra maggiormente
appagare l’estensore della breve premessa al volume ma, a mio avviso, i
criteri su cui è costruita la ricerca ricca e laboriosa di Letizia Lanza
sono espressi fin dalle prime righe del volume:
«Se, come comprensibile e giusto, al pari di
tutte le humanae res anche i concetti di Bello e di Brutto
– è, più genericamente, di Altro; Diverso – vanno relati ai singoli
periodi storici e alle molteplici culture delle genti, sempre da
crocifiggere è l’aprioristico “rifiuto di”, a qualsiasi livello e in
qualsivoglia modo si manifesti. E per l’appunto a ribadire come il
rapporto tra Normale e Mostruoso, accettabile e orripilante, risulti
rovesciato a seconda che lo sguardo vada da noi al Diverso o dal Diverso a
noi,assai eloquenti, tra i molti esempi possibili, due brani di narrativa
contemporanea. Il primo è tratto da uno dei più riusciti racconti di
fantascienza firmato da un maestro del genere, lo statunitense Fredric
Brown […]. Il secondo esempio nasce dalla fiorita fantasia (onirica e non)
di William S. Burroughs […]. Passaggi tutti di doverosa (struggente)
durezza. E turbano nella loro (pur immaginata) veridicità, in quanto
giustamente intesi a ribadire come relativa e opinabile sia (non possa non
essere) ogni valutazione di Bene / Male; Bello / Brutto. Ovvero, di
rassicurante / spaventoso, intra / extra-norma. A tal punto che, sulla
scia di Senofane di Colofone – ripreso, per esempio, tra il secondo e il
terzo secolo dell’era cristiana, dal teologo Clemente di Alessandria – si
può (deve) serenamente ribadire come, se buoi e cavali e leoni avessero le
mani e fossero in grado di disegnare, certamente simili ai cavalli il
cavallo raffigurerebbe gli dei, simili ai buoi il bue e così di seguito
continuando» (pp.9-11).
Per inciso . Fredric Brown è autore di un
racconto, La sentinella, giustamente omaggiato in tutte le
principali antologie di testi fantascientifici; di William S. Burroughs è
citato, invece, un libretto “minore” ma assai intenso dal suggestivo
titolo di Il gatto in noi.
Sulla base di questo assunto, allora, si
giustifica anche la parte finale dell’opera dove la “mostruosità” dei
possibili corpi del futuro viene assimila alle “meraviglie del possibile”
e dalle strane creature partorite dalla mente di Jonathan Swift si approda
rapidamente prima alla Gothic Sublimity dei Walpole, di Polidori e
di Mary Shelley giù giù fino ai cyborg cari alla letteratura
d’anticipazione della fine del Novecento (chiamarla fantascienza sarebbe,
in realtà, anch’essa una mostruosità – come già ebbe a dire Borges in una
sua aurea arguzia etimologica).
L’approdo della ricerca di
Letizia è, dunque, esplicitamente al Fantastico ma con un’avvertenza:
quel Fantastico, quel Mostruoso, quel Diverso di cui ragionano e narrano
gli scrittori di letteratura d’anticipazione potrebbe diventare, in un
futuro non remoto ma fin troppo prossimo, l’(ultima) spiaggia di
un’umanità che alla sua dimensione “naturale” preferisce essere postumana
nella speranza di attingere a quello che Mario Perniola, in tempi ben
recenti, ha definito “il sex appeal dell’inorganico”.