Daniela Raimondi
Entierro
Mobydick, 2009

Non è di facile lettura questa quarta pubblicazione
letteraria di Daniela Raimondi, che questa volta si cimenta con un genere
poco frequentato dalla letteratura contemporanea, ossia quello dell’atto
unico e insieme monologo in versi. Si dà il caso che proprio mentre
Daniela stampava questo monologo, anche il sottoscritto si impegnava in un
monologo teatrale, ancora inedito e neppure terminato, peraltro in prosa,
ma che col monologo di Daniela ha la coincidenza di iniziare e finire con
una ninna nanna, questa di Entierro molto conosciuta, mentre quell’altra
è in dialetto calabrese. Coincidenza che mi piace riferire perché mi ha
sorpreso, anche se a rigore non c’entra nulla con questa nota.
La difficoltà nel leggere questo testo non è però data dal
lessico o dalla costruzione sintattica o prosodica, o anche dalla vicenda
“in sé” narrata nel monologo, ma dal suo significato. Prima di tutto il
titolo, preso dalla lingua spagnola, che significa "funerale" o, in questo
caso, più "interramento", "sepoltura", con un senso di distacco, come a
mettere una definitiva pietra tombale su una vicenda.
Bianca Medeccia nella sua prefazione accosta la tragica
vicenda di Entierro al dramma di Euripide Medea, e in
qualche modo la classifica come una variante sul tema. A me invece
vengono n mente altre suggestioni, più arcaiche, come il mito di Lilith ad
esempio, per la crudezza della vicenda. Nell’immaginario del mondo
ebraico (che più di quello arcaico babilonese è riferimento per la nostra
cultura) Lilith, mitica prima moglie di Adamo e prima e furibonda litigata
coniugale, prima ancora di Eva, è uno spirito torbido e ancestrale,
vicino alla ferinità, inquieto e demoniaco, stregonesco, che di notte si
aggira nelle case a tormentare i bambini maschi. Nell’ottocento poi il
simbolo di Lilith è traslitterato e ampliato, e questa demone della
lussuria diventa il simbolo delle donne che rifiutano di accettare la
supremazia sociale dei maschi (le prime femministe; mica male come
perfidia maschile, questa identificazione).
In Medea abbiamo di fronte una donna offesa ma lucida,
capace di architettare nei minimi particolari e con intelligentissima
perfidia una vendetta terribile e atroce contro Giasone; abbiamo un
sistema sociale governato da leggi, ingiuste fin che si vuole ma regole
riconosciute e chiare che non vengono, a rigore, infrante da Giasone;
abbiamo uno scontro di poteri, dove Medea anche se apparentemente succube,
in realtà è colei che governa il ritmo del dramma e sovrasta terribilmente
la scena, scaricando la sua nevrosi nella vendetta pagata da innocenti.
Si comporta più o meno come un amante abbandonato che uccide l’amata –
vicende comuni anche ai nostri giorni, purtroppo - solo che qui paga chi
non c’entra nulla ed è più debole di tutti (da qui il maggior
raccapriccio). Più che compassione, per Medea, proviamo orrore e pur
capendo le ragioni del suo gesto, certo non la possiamo assolvere.
La protagonista di Entierro è infatti anch’essa abbandonata
dall’amato e anch’essa uccide il figlio. Ma la coincidenza si ferma qui,
alla superficie. In realtà ci troviamo di fronte a una donna impazzita
dal dolore e in preda a una solitudine disperata, fatta pure oggetto di
dileggio dall’ambiente circostante per questa sua demenza e lasciata nella
immensa solitudine che alimenta la sua pazzia. La sua rabbia, la sua
pazzia, la sua violenza istintiva, il suo quasi ululare più che parlare in
certi punti, non ha molto a che fare con Medea, lucida, spietata,
calcolatrice. Medea in fin dei conti era una regina, così almeno era
trattata dalle persone che avevano a che fare con lei, pur nell’ostilità
del marito era una figura socialmente importante. Qui invece abbiamo una
povera demente fatta oggetto di scherno, che si sente crescere dentro un
figlio frutto dello sfruttamento, dell’inganno. Si tratta di un’altra
vicenda, più ancestrale, direi più vicina alla tragedia di Eschilo che di
Euripide. Medea calcola con incredibile freddezza, paragonabile a quella
di uno psicopatico, la povera pazza invece agisce di impulso, passa da un
sentimento all’altro con estrema rapidità proprio per la sua condizione
psicologica totalmente destabilizzata. Prima sente amore (chissà cosa
sentiva) per il figlio neonato e poi lo smembra, con la ferocia di una
lupa. E’ certo qualcosa di più ancestrale, di più ferino verrebbe da
dire. Per questo ho accennato a Lilith, ma senza però voler creare
parentele.
In realtà i veri protagonisti della tragedia Entierro
non sono una madre assassina e un figlio smembrato, ma l’irresponsabilità
maschile da una parte e l’indifferenza sociale dall’altra. Io sono fra
quelli molto cauti nel propinare le colpe a un non ben identificato “corpo
sociale”, così che si cancellano e nessuno è responsabile del male che
accade. Direi che ogni male ha dei responsabili. La violenza di questa
tragedia, rappresentata dallo smembramento del neonato non è altro che il
simbolo di questa violenza dell’irresponsabilità, che smembra il corpo
sociale stesso, a lungo andare, proprio perché il corpo sociale non si
attrezza per prevenirla. Vedrei la madre assassina non come la
“deviante”, ma il simbolo di questa devianza, una irresponsabilità
collettiva che s’incarna, un collettivo che si personifica
nell’individuale che viene deputato ad agire per tutti. La pazza insomma
non devia dalla norma, ma la incarna nelle sue conseguenze pratiche. In
qualche modo non è solo attrice ma è anche strumento. E’ vero che
la donna tira in ballo anche Dio, a un certo punto e per pochi versi, in
una sorta di breve teodicea, ma cosa c’entra Dio con tutto questo? Solo
una mente disperata può fare questo accostamento, ma è proprio il caso
della protagonista. Forse qui “Dio” sta per un Moloch, il maestoso
inafferrabile corpo sociale.
Direi dunque che ci troviamo di fronte al dramma della
responsabilità, mentre in Medea il dramma riguarda il concetto di legalità
imposta dal più forte ed è abbastanza circoscritta in un “caso” specifico,
ossia negli aspetti attinenti la relazione coniugale (che è monopolizzata
dal maschilismo legalizzato su cui si fondava la famiglia greca). Ora,
non si vuole con questo dire che il tema del maschilismo sia estraneo al
monologo di Daniela Raimondi e peraltro me ne meraviglierei se davvero
così fosse, proprio in considerazione delle tre precedenti pubblicazioni
dell’autrice e del tema messo in scena. Ma in questo caso ne è soltanto
la premessa, anche se il frutto di questa premessa, ossia il figlio,
concreto, tangibile, è pur una presenza reale, anche se non responsabile.
Qui si va oltre questo tema e lo constato con un certo sollievo, poiché se
è vero che la nostra cultura è pur imbevuta di maschilismo, è anche vero
che a un certo punto bisogna passare oltre nell’analisi, nella denuncia e
nell’impegno culturale e artistico. Ebbene, questo dramma mi sembra
appunto un tentativo di andare “oltre”, e a mio parere vi riesce. Questo
superamento e ampliamento del tema del maschilismo non è però raggiunto
con strumenti concettuali, che in questo caso spettano ai sociologi, ma
con strumenti poetici, direi istintivi, proprio tornando indietro a una
situazione pre-razionale o irrazionle; come a dire che la diretta
ascendenza genealogica di questo sistema di violenza legalizzata o
comunque assorbita e metabolizzata dal corpo sociale, sta appunto nella
beluinità, nella primordialità, in una condizione di assoluta mancanza di
etica e di civiltà, a una mentalità che non vuole prendersi cura di nulla
e di nessuno, irresponsabile, appunto. E se consideriamo attentamente la
nostra cronaca recente, direi che non ci troviamo davanti a un messaggio
sopra le righe, ma perfettamente coerente nella sua denuncia con quello
che da più parti si definisce genericamente un “imbarbarimento dei
costumi” della nostra società.
E’ questa irresponsabilità generalizzata il brodo di
coltura nel quale nasce e trae la sua forza ogni comportamento illegale e
violento, dallo stupro, alla guerra, alla mafia. A pagare poi sono sempre
i più deboli, in questo caso, come in Euripide, proprio i bambini.
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Mi fiorì dentro l'odio.
Mi fiorì dentro una rabbiosa notte.
Non avevo che un piccolo, lurido cuore
e piano piano diventava scuro.
Piano piano qui dentro
diventava tutto nero e putrido.
Ma ancora batteva.
Questo stupido cuore batteva
più di un tamburo in un giorno di festa.
Non sapeva
che era già morto.
Ancora spingeva il sangue nel corpo,
ancora viveva.
Come i vermi che non muoiono mai,
che tornano a vivere
anche quando la zappa li taglia a metà.
Ah, Signore ingiusto. Dio degli inganni!
Non è per questo
non è per tutto questo che l'uomo è nato!
Nel cielo ruotano le stelle,
nei prati nasce l'erba, una rugiada dolce.
Ma tu,
tu hai permesso
che un uomo ferisse la mia carne,
che la menzogna stringesse la mia vita
forte, più forte ...
... fino a lasciarmi dentro un figlio.
Sì. Un figlio!
Un corpo sconosciuto