Domenico Calcaterra
Luci basse
Editrice Joker, 2009

Anche questa raccolta è una ”opera prima” di poesia
(l’autore peraltro ha già dato alle stampe nel 2007 un corposo volume
monografico dedicato ai romanzi di Vincenzo Consolo).
La poesia di Calcaterra si rivolge ai modelli del passato,
colloquiando con gli autori del passato (e lo si evince chiaramente dalle
poesie della prima sezione, dedicati a vari autori da Poliziano, Pasolini,
Éluard, Leopardi, Baudelaire, Caproni...) come ad additare un riferimento
ideale, o
un
certo con-sonare dell’ispirazione e dell’intenzione poetica. Il lavoro di
Calcaterra infatti è saldamente ancorato alla tradizione letteraria e ne è
riprova il verso, libero ma molto ben scandito entro una prosodia
sorvegliata, e ne è riprova anche il linguaggio, che mira al tono alto e
non disdegna l’uso di lemmi ed espressioni ormai desuete. Michele
Perriera, l’autore della prefazione inquadra questo stile di scrittura in
un “neoromanticismo”, e certo ha ragione perché le tematiche ma anche le
stesse ambientazioni o anche il tipo di metafore usate e altri elementi
come ad esempio l’uso frequente del vocativo, riconducono in qualche modo
a un gusto estetico romantico. Ma vi sono anche, nel corpus della
raccolta, significative liriche che si staccano da una poetica romantica e
si orientano a un gusto decisamente moderno, nella sostanza della poesia
più che nella forma, come nella intensa lirica Giovani d’Irlanda o
in Sverniamo, dedicata a Vittorio Sereni o la successiva poesia
dedicata a Pasolini. Sembrano convivere in questa raccolta, se possiamo
tentare una giudizio che sintetizzi le svariate impressioni che ci vengono
da questa lettura, due istanze: la prima di natura più estetica, che
orienta la poesia di Calcaterra verso la tradizione letteraria, pur
rivisitata da un gusto moderno; la seconda, più esistenziale, che orienta
le tematiche del poeta verso la riflessione disincantata sulla odierna
condizione umana (come ad esempio nella poesia di apertura, intitolata
L’idiota e nelle tre citate avanti).
Abbiamo quindi l’impressione che l’autore stia molto
riflettendo sulla sua poetica, come attratto da questi due poli, ed è
comprensibile se si tiene conto del fatto che la sua formazione è
letteraria (è laureato in lettere moderne) e dunque egli non potrebbe,
neppure volendolo, liquidare la tradizione con leggerezza - ma in questo
credo stia la possibilità della sua poesia per il futuro.
La scrittura di Calcaterra si pone insomma agli antipodi di
quella poesia facile, che viene all’improvviso e da nessuna o quasi
lettura di back-ground, e che magari è anche genuina e piena di
possibilità e di stimoli, ma che si rivela, ad una attenta analisi,
assolutamente priva di radici e dunque destinata ad esaurirsi come un
fuoco di paglia, perché non trova alimento in un confronto serrato e
continuo con la tradizione (e non solo, ma spesso neppure con la poesia
contemporanea) - confronto che a volte può apparire un impaccio, ma che
alla lunga fornisce frutti solidi e robusti: è infatti con lo studio e col
confronto che è possibile evolversi, non esiste espressione artistica
autoreferenziale o, nel solco di uno (pseudo)romanticismo borghese
appunto, il genio che nasce dalla taula rasa o il vate che ha
ricevuto il carisma per qualche dono gratuito delle stelle.
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Nessuno mi conosce più.
Il mio nome
La mia ombra
Sono lupi.
(PAUL ELUARD)
Chino sulle mie rose antiche
ne accarezzo le precoci spine
infedeli opache caricature
di sogni inconfessati e stanchi
simulacri acerbi e malsicuri
di teneri bisogni.
Cripta immonda delle usate brighe
fossa comune d'irrisolte passioni
il mio cervello consumato e arso
l'algebra segreto d'ogni istinto
va accordando al dissimulato
trescar dell'universo.
Senza una seria ideologia di vita
senza alcuna sorte che non mi sia
gradita, i miei giorni muoiono giovani,
un seminare senza raccogliere.
Gemente il mio corpo intirizzito
dal nulla, scomposto da un'essenza
che empie di sé il silenzio e l'ombra
dimessa, nel suo guscio pesante
di terribile idiota, amore disvuole.
Ora che ho in me una stagione
in più: pur senza radici ora
(mio malgrado) ogni goccia
mi tormenta.