Roberto Cogo
Di acque / Di terre
Editrice Joker, 2009

La lettura di questo “libro della natura” (l’acqua e gli
ambienti acquatici, il bosco i prati... sono appunto gli scenari nei quali
Cogo colloca versi di questa sua raccolta del 2006) per certi versi
assomiglia al taccuino di un pittore che prende appunti e sviluppa delle
idee. Ogni idea è pittorica nello stesso tempo è anche un’idea
interpretativa, o per altri aspetti quasi opposti, una domanda;
in ogni caso è
attenzione focalizzata a un particolare della stessa esistenza ed
esperienza individuale unico e irripetibile, che proprio l’intenzione
penetrante dello sguardo poetico rende significativa. Si potrebbe dire
che l’intenzione di Cogo è in qualche modo condurre a poesia ogni
frammento dell’esistere, anche quello più lontano dal centro vitale del
nostro essere, quello che meno ci riguarda perché fuggevole o appena
rivelato, come l’ombra di un pesce fra i riflessi dell’acqua, o una nuvola
che lontano si sfrangia in forme irripetibili un volto, uno sguardo che
per pochi attimi si incrocia col nostro e poi prosegue la sua storia che
potrebbe essere o non essere.
Con questa scrittura dunque Cogo cerca di fare “epoché”, di
cercare le sorgenti della poetica dentro se stesso, ponendosi come entità
esterna e quasi estranea all’ambiente, nel senso che questa sua quasi
ossessiva registrazione degli scarti minimi che formano i grandi
movimenti, come di uno scienziato che osserva dal microscopio un mondo che
sfugge alla percezione ordinaria, lo pone in un certo senso fuori dalla
materia del suo poetare. Vi è, certo, un approccio in qualche modo
intellettualistico al mondo e non a caso mi è venuto in mente il paragone
con lo scienziato, ma non un approccio freddo e non partecipato. Anche lo
scienziato infatti può trovare in una colonia di virus o in un segmento di
materia, lo stesso fascino che un amatore trova in un’opera di pittura (e
anzi, vi è chi fotografa questi micro-mondi e li ammira come si ammira un
quadro d’autore). Come a dire che la poesia no non è la reazione emotiva
e non è neppure la scrittura, ma è qualcosa che si dà nel mondo e incontra
l’essere capace di simbolizzarla nella scrittura. La scrittura è solo
segno, codice, tanto più aperto quanto più essenziale e scarno. Da qui la
scrittura estremamente scarnificata e ridotta all’essenziale.
Mi pare che questa sia la regola del gioco poetico che Cogo
si è scelto, e se questa è vero, bisogna riconoscere che l’autore vi si
attiene scrupolosamente e con grande coerenza, creando così una raccolta
tematicamente e stilisticamente molto compatta, niente affatto fredda ma
umanissima, come sottolinea Sandro Montalto nella sua prefazione.
Per Cogo infatti - lo si desume anche graficamente dalla
sua scrittura - la poesia è una disciplina con regole (che l’autore stesso
si impone) che bisogna annunciare e coerentemente osservare in ogni opera,
in ogni composizione. Non è l’arte di dire cose buone e belle, perché
cose buone e belle si possono dire anche con il linguaggio delle bettole
in modo altrettanto incisivo - e anzi, forse di più - che non in versi.
Non è l’arte del dire concetti profondi, perché il concetto è materia
filosofica e logica, non poetica: meglio dunque lasciar parlare bene la
filosofia che male la poesia. Non è neppure l’arte della descrizione con
dovizia di particolari o del racconto, perché a quello è deputata la prosa
e lo fa molto meglio della poesia, specialmente quando si fa prosa
poetica. La poesia di Cogo invece è la registrazione dei microsismi che
la percezione del mondo provoca nello spirito di chi abita il mondo, poco
per poco, caso per caso, immagine per immagine. ma se viene osservato in
tutto questo il principio della coerenza stilistica e il rigore
nell’osservare le regole del gioco che si sceglie, come fa Cogo, ecco che
quella sequela di micro-registrazioni di microsismi percettivi ed emotivi
crea un orizzonte vasto, come suggerisce ancora Sandro Montalto, laddove
scrive “non per ricorrere a fruste e facili immagini, ma davvero la
poesia di Cogo ha sempre avuto l’aspetto di una serie di gocce che vanno
lentamente a formare un fiume in costante crescita di portata e velocità”.
In questo caso l’immagine è sì, molto usta, ma però è vera, questo conta,
e il lettore non ha difficoltà a rendersene conto.
Certo, molti lettori abituati a una poesia più diretta e
più piana, dove l’eloquio condiscende di più alla celerità della lettura,
troveranno in questa scrittura molto concentrata non poche difficoltà ma a
tutti, credo rimarrà nell’intimo quel sentimento di soprapensiero, di
concentrazione, di esigenza di approfondimento in se stessi che io ho
provato.
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adesso
il vento indugia e ingurgita l'aria
quasi si ferma
resistono solo chiazze argentine
intomo teste in felice emersione
nel lucido armeggiare delle onde
tra le increspature
si rivestono di mobili corazze
i bagnanti
inconsapevoli oggetti di metallo
queste attenzioni
fluttuanti
***
rimandi d'armonia tra le foglie e
contorcersi di
ombre sul tavolo di legno, ondeggiamenti,
là dove
il sole prevale e il vento scombina
incessante un
invisibile solfeggio di presenze,
consonanza di
posticipi, dilazione impraticabile,
estensioni di luce
ed espressione
eccoci a pensare digitando lontananza e
distacco.
qualcosa che si fissa e resta, qualcosa di
lento
mentre già scompare, così fermi tra
ascendenze e
visioni, con le poche ore, i giorni, i
mesi, gli anni
trascorsi, quelli ancora rimasti, con
la
sovrapposizione spazio-temporale