Mirko Servetti
Canzoni di cortese villania
Editrice Puntoacapo, Novi Ligure, 2008

Un centinaio di composizioni sta in questa raccolta di
Mirko Servetti nel 2008 e si tratta, come si evince da una nota iniziale,
della riedizione con alcuni variazioni, delle due ultime raccolte,
L’amor fluido del 1997 e Quotidiane seduzioni, del 2004.
Servetti fa dell’accento sottilmente ironico il tono
portante della sua poesia, che è in gran parte poesia amorosa, ma anche
sottilmente giullaresca o goliardica, che rimanda a certe composizioni in
Salutz di Giovanni Giudici ma più indietro anche a una certa poesia
vernacolare colta come in Trilussa o anche a una certa vena anticlassica
del cinquecento o ancora più indietro fino a certe composizioni dei
chierici medioevali che si possono leggere nei Carmina Burana. Da
qui il titolo Canzoni di cortese villania, suggerito al poeta da
Bàrberi Squarotti.
In realtà si tratta non di canzoni, nel senso classico, ma
di sonetti, anche se, a rigore, la struttura del sonetto non è conservata
nelle sue regole formali. Troviamo infatti rime baciate, rime alternate,
a volte la schema classico della doppia quartina con doppia terzina e a
volte no. Quasi sempre il poeta fa uso dell’endecasillabo, anche in forme
non canoniche ma insomma, il dato che più ci fa pensare al sonetto è il
rigido criterio di assegnare 14 versi ad ogni composizione (a parte un
paio, che sono molto più lunghe), che è appunto il numero di versi del
sonetto tradizionale. Non ci sembra e non è una coincidenza che egli
abbia scelto proprio 14 versi, a nostro avviso si tratta senza dubbio di
una rivisitazione della forma sonetto in maniera un po’ scanzonata, come
peraltro il tono complessivo dell’intera raccolta. In questa scelta
stilistica credo stia l’aspetto più importante della raccolta, non certo
per dire che altri aspetti degni di nota non esistano o non siano ben
sviluppati (tematiche, cura della lingua, capacità di cogliere ciò che
solo la poesia può cogliere), ma solo che questo elemento, più di ogni
altro, desta la nostra curiosità, come ora cercheremo di argomentare.
Il sonetto è una strana forma chiusa della letteratura,
perché si adatta a qualsiasi circostanza e a qualsiasi tono. Troviamo
infatti proprio agli albori della letteratura italiana i sonetti di una
meno cortese villania scritti da un Cecco, nel conquecento troviamo i
sonetti satirici di un Berni, quelli erotici di un Aretino, quelli amorosi
di un Bembo, nel periodo romantico troviamo i grandi sonetti di tono
elegiaco del Foscolo, quelli crepuscolari del Carducci, quelli satirici
del Belli, quelli giocosi di Trilussa e così via, con una impressionante
varietà di timbri e di toni che ci fanno capire quanto sia libera e
flessibile, in realtà, questa forma chiusa.
Ebbene, l’operazione che Mirko Servetti fa è semplicissima:
abbatte la divisione classica di due quartine e due terzine e ne fa un
corpo unico; spesso non alterna le rime ma usa rime baciate, omofonie,
rime interne e sostanzialmente il gioco formale è tutto qui. Nell’essenza
il sonetto rimane, come forma chiusa in endecasillabi mentre viene abolita
la parte, per così dire, “artigianale” della scrittura. In questo modo il
poeta si sente più libero e forse la forma “chiusa” gli serve soltanto per
misura disciplinare, forse nella convinzione che 14 versi siano una misura
equilibrata per esprimere quello che c’è da esprimere in una composizione.
Ci sembra peraltro che in questa struttura formale egli si
muova a suo agio, con grande libertà e con pochi compromessi alla rigidità
dell’endecasillabo, che viene piegato senza fatica alla intenzione di uno
stile piano ed un eloquio fluido e sornione che però non è mai banale,
perché al fondo di ogni lirica l’autore non tralascia di seminare stimoli,
interrogativi, allusioni, considerazioni che hanno un profondo valore
culturale.
Ci sembra pertanto interessante questo esperimento proprio
per la sua originalità che in qualche modo cerca di conciliare la rigidità
della tradizione formale ad una esigenza di gusto moderna – esigenza che
ormai pare essere lontana dall’apprezzare gli artifici della forma a
scapito di altri elementi più espressivi di una scrittura poetica -
creando una forma ibrida che non rompe con la tradizione ma ne attenua il
rigore a volte immotivato e certo non favorevole al fervore
dell’ispirazione.
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Notte aulentissima ancora che amara
ghirlande rubate ai tuoi carrasciali
succhiammo avidi la goccia più rara
brindammo all'amore e alle odi carnali.
La mente è adesso di cellule avara
mente assalita da febbri animali
scivola il tempo alla notte già chiara
m gara di luce e giochi mortali.
Non serbo ricordo di quel danzare
che a lungo la morte fu mia diletta
di risa e trastulli mai vi fu fine
distrutti i poemi disfatto il cantare
morte compagna tra i sicari eletta
carne ingollata da bocche ferine
***
Materia luce forma tu vedessi
tu di riflesso speculare semplice
a vedersi a pensarsi sopra l'indice
il naufragio delle mani e i suoi nessi.
Forma materia di amori promessi
agli altari dei cosmi. Allora complico
degli eliotropi mi letargo in silice
sotto il pulvinare d'angeli ossessi
prima della terra angeli dormienti
fra le morbide vallate celesti.
Giocavano a indovinare gli dèi
nel sonno e presentivano gli eventi
primigeni figli carnali e agresti
trasportati da pallidi alisei
***
(migliata di finestre i vetri rigati
dall'usura salina siamo al vento
lontani dalla pietà discorrendo
per una distrazione occhi allagati
dai fortunali i minuti contati
con le dita nascoste e il nostro intento
atroce viene represso al momento
di cambiare i nostri abiti bagnati)
La ragazza nuda ebbe sopracciglia
di bisbigli palindromi e la vela
si gonfiò in pazzi esercizi di sinfisi.
Le folte arcate furono vigilia
di un foro nella tempia la tela
organica avviò la mia fotosintesi