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  Rosa Salvia

 Nota a C. Damiani Sognando Li Po

  edito da Marietti, 2010

 

 

 

      Leggo la poesia di Claudio Damiani con il trasporto e la purezza con i quali leggevo da ragazza. Nei suoi versi vedo la sola cosa che per me conta e mi specchia: la limpidezza, la passione che, per riuscire a esprimersi nei toni più sicuri della maturità, trascina con sé un’amicizia  profonda, uno sguardo sul mondo che coinvolge la nostra affettività, che si fa memoria condivisa.

     Sognando Li Po è un viaggio nella poesia cinese, poesia della terra, un viaggio che nasce forse dalle lacerazioni e dai dubbi del poeta di oggi il quale preferisce accogliere nei suoi versi il mistico silenzio sprigionato anche dai semplici elementi della realtà quotidiana, piuttosto che seguire il “frastuono” di una poesia gonfia di retorica. “Le chiome dei pini mi sussurravano / con parolette come aghi aguzze, / d’una luna dietro la cima del monte / bianca, stanca, ora appena svegliata, / che aveva girato a loro le ciglia; / ora una fanciulla dal viso di luna / giunge a me nel cuore della sera”.

     Dunque  poesia creaturale e panteistica, spinoziana “natura naturans e natura naturata”, con delicati accenti pascoliani, in una tensione poetica rara: Ma voi, monti, siete nei miei pensieri / e tu MaWei, che ti distingui / il più alto tra i tuoi cari compagni. / Tra i vostri sentieri mi vorrei perdere / e alle vostre fonti vorrei bere, / vorrei camminare fino a che ho vita / e poi mi vorrei riposare / sui vostri sassi / sparsi”.

I monti, i sentieri e le fonti, infine i sassi  su cui riposare, nel dolce sussurro dei versi mi paiono reliquie, il miracolo della presenza mentale attraverso cui anima individua - le e natura tendono a divenire simili, a vivere all’interno della medesima corrente di energia, secondo antiche suggestioni  animistiche rattenute e vibranti.  O ancora: Guardo le stelle, sono clementi, / sono tante non le puoi controllare tutte, / ti fanno passare, ti lasciano andare / tra le loro maglie segrete. / Sulle mie tempie scende la sera, / non sto dormendo, sono cosciente / vedo l’età che trapassa, e porta con sé / le diecimila cose, / vedo le diecimila cose che cambiano / restando perfettamente uguali. Il poeta vorrebbe abbracciare ogni cosa che scorre, si raccoglie e si scioglie nel Tutto e in tal senso potrei ritornare  alla poetica di Schelley in cui il vincolo d’amore rende ogni istante una completezza.

Bellissimo “Il canto dell’eterno dolore di Po Chu-i” che il poeta trascrive in settenari dalla traduzione di Martin Benedikter: dolce passionale tragica storia d’amore fra l’imperatore Hsuan-tsung, all’apogeo dell’età dell’oro dei T’ang, e Yang Kueifei, ex monaca taoista approdata nel 745  al suo harem, che si chiude con questi versi: “Vogliamo essere uccelli / nell’ala uniti, in cielo, / vogliamo essere in terra / rami cresciuti in uno”. Eterno è il cielo, a lungo / vive la terra, e muore. / Solo questo dolore / senza fine nel tempo / senza fine non muore.  

       Se la conclusione del canto non può essere la felicità, ma il dolore dell’amore negato, i versi diventano il luogo in cui questa separazione si fa permanenza, e

l’eternità del dolore ciò che fa del dolore, paradossalmente, l’unica felicità possibile.   

      Infine mi affascina la dialetticità dell’elemento estetico che si fonde con la serenità etica. Si tratta cioè, per dirla con Keats, di  “scegliere tra disperazione ed energia” e di leggere l’energia come quella forza della passività, che permette di farsi compenetrare dal negativo senza rendergli il definitivo omaggio della schiavitù.

      Li Po, di fronte al negativo, ripropone, con le sue parole di fuoco e di vetro, quell’energia che in fondo è la poesia stessa. Sono tanti i versi che potrei citare, ma  preferisco concludere con quelli in cui il saggio poeta cinese ci mostra la via da seguire: … Se poi qualcosa di molto grave vi si prepara / sopportate e pensate che siete graditi al cielo, / il cielo vi guarda e annota come siete forti / e vede crescere la vostra forza ogni giorno.

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