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  Raffaele Piazza

 Marina Pizzi, Il solicello nel basto

 Fermenti, Roma, 2010

 

 

 

 

         Il solicello del basto, testo poetico  scritto nel 2006, è una plaquette costituita da 101 frammenti numerati, brevi o brevissimi;  nell’insieme il libro è un’opera non compatta, nella quale è difficile trovare un filo rosso, che  leghi i vari componimenti, o un motivo conduttore. Tutto l’ordine del discorso del testo  ha, per cifra dominante,  un marcato carattere visionario, un procedere per accensioni e spegnimenti, generati da sintagmi icastici e luminosi. Il tessuto linguistico, che ci presenta Marina Pizzi, pare possedere un carattere spesso alogico, una dizione carica di forza espressiva, che si mantiene sempre su un tono alto, grazie alla fortissima densità metaforica e semantica. I versi di Marina Pizzi, in questa plaquette, come nelle sue altre opere, sono assolutamente antilirici e antielegiaci e molto originali, caratterizzati da un andamento nervoso e scattante. Quella dell’autrice è una poetica rarefatta ed evocante, che ha per elementi caratterizzanti il rigore, l’anarchia e la svagatezza, che si trasfondono e si potenziano insieme; poesia oscura, quella di Marina Pizzi. Leggendo Il solicello del basto, sembra di inoltrarsi in un bosco fitto e intricato, anzi in un sottobosco, pieno di segni e segnali, di sintagmi, che nella loro libertà espressiva , producono molto senso. Prevalentemente il testo è costituito da periodi, che sono di carattere descrittivo e che sembrano provenire, per usare una metafora teatrale, da una voce fuoricampo,  e, piuttosto raramente, nel versificare, emerge la voce dell’io – poetante, che, talvolta, si rivolge ad un tu. Una certa tragicità, un pessimismo inquietante,, che non di rado pare sfociare nel nichilismo, caratterizza l’opera, che però a volte presenta  la tensione risolta verso una certa solarità, a partire dal titolo, in cui è detto un solicello, un elemento felice nella sua luminosità. Il senso del drammatico lo si avverte a partire dai primi tre versi del poemetto, nell’incipit del componimento numero uno:-“Contumacia effigie il gusto gotico dell’eclisse// morsi di calvario al calendario”.- Si tratta di immagini inquietanti e misteriose, come molte di quelle che caratterizzano questo testo, in cui è presente, anche se raramente, una certa dose di figure un po’ più rassicuranti; il ritmo è incalzante e nei componimenti si avverte una certa musicalità e pare che le immagini, dette dalla poeta, sgorghino l’una dall’altra.  Sembra che le figure siano giustapposte, simili a schegge metalliche e incandescenti, nella loro icasticità. Si può affermare che, alla base della struttura del testo, ci sia una voce monologante che, attraverso i frammenti, parla al lettore e a se stessa,  esprimendo una vivida polifonia di nomi e cose, che vengono detti in maniera incalzante Identificare una tematica, qui, appare impresa ardua, se non impossibile, visto il carattere anarchico della scrittura, che, tuttavia, non degenera mai nel caos. In queste pagine il pregio può essere colto in sintagmi e sequenze folgoranti, metafore e sinestesie veramente alte, che emergono nella disorganicità del tessuto linguistico. Per la sua mancanza di scansioni e per la struttura intrinseca (i 111 frammenti numerati),  la plaquette può essere letta come  un poemetto, anche se manca, nelle sue varie parti, una coesione interna; motivo unificatore dei versi può essere un certo tono gridato e fortemente icastico che caratterizza il fluire ininterrotto dei sintagmi, da sequenza a sequenza. Una poetica intellettuale è quella che l’autrice ci presenta in questo libro, tutta giocata con epifanie e sensazioni mentali, tattili e visive. Si ha la sensazione che il testo trasmetta quello che si potrebbe definire un mal d’aurora, una visione pessimistica del mondo e delle cose.  Il solicello del basto  è caratterizzato da un senso incombente e ciclico del tempo, che pare riprodursi di giorno in giorno nella quotidianità, come leggiamo nel frammento 22:-“ancora una volta questa giornata/ fa a rassomigliarti fa a gioco di/ rassomigliarti titolo di enigma/ pioggia senza lavacro ma crono/ d’arringa pur sempre la condanna, così il bastione della luna vuota/ tanto badata da poeti non scienziati/ come zigomi e gomiti di tante pene/ passa e ripassa in pasto a gomene/ per campi di lutto”-;   in questi versi c’è un tu al quale la poeta si rivolge e al quale dice che rassomiglia ad una giornata, quindi ad una categoria temporale:: pare essere quasi ossessivo qui il senso del tempo, il tempo che viene raffigurato come enigma; poi qui viene detta un’arringa e una condanna, per cui si potrebbe intendere che si stia parlando di un processo. Da questo esempio possiamo intendere le affermazioni suddette circa la visionarietà e l’anarchia della poesia di Marina Pizzi, che, per queste caratteristiche intrinseche, può essere letta come una voce originalissima, veramente alta e fuori dal coro delle poetiche neoliriche, neoorfiche, neosperimentali o minimaliste, che caratterizzano la poesia contemporanea nello scenario attuale italiano. La natura compare talvolta nei testi dell’autrice quando vengono detti, ad esempio, i cipressi, la luna, il mare, la vendemmia, i gatti; non è assolutamente una poetica naturalistica, quella della poetessa, poetica che invece sembra avvicinarsi ad un certo astrattismo, ad una sintesi informale, in un ininterrotto e debordante esercizio di conoscenza.        

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