Rossano Astremo

                      Antonio Verri:

                      Postmodern / Postmortem

                      o le ragioni di una scelta

 

 

Home Page di Rossano Astremo

 

 

 

 

Antonio Verri, autore difficile, magmatico, barocco, costruttore di una sintassi volteggiante, inclusiva, generativa, mai lineare, mai scontata, mai semplicistica, sempre ricercata, analizzata, sino allo sfinimento, sino alla consunzione delle possibilità linguistiche esistenti, amante del neologismo sfinterico, ossia organico, per la necessità vitale di costruire un mondo possibile alternativo, fatto di grafemi, fonemi, lessemi (parti minimi della struttura linguistica) dotati di una loro autonomia nel testo, in grado di produrre, nel consueto percorso di lettura orizzontale, semantiche diverse, polisemie arabesche, attraenti, perverse. Credo che ci sia della perversione nella scrittura di Antonio Verri, perversione non nell’atto della ricezione del testo da parte dei  lettori, ma nel gesto produttivo dell’opera. Verri è perverso perché, amante carnale della parola, la spoglia e la denuda, l’accarezza per poi implorarla, la fotte e poi la bacia, per arrivare poi alla totale immersione nel progetto infinito, impossibile, ma per la stessa ragione attraente, indeclinabile: lavorare al Declaro, progetto editoriale in grado di raccogliere tutte i suoni, le suggestioni, le armonie, le storture dell’esistere in un unico libro. Il progetto mefistofelico del mondo in un libro. Questo vuole essere un breve viaggio nella scrittura perversa (per le ragioni sopra indicate) dell’autore che ha smosso le acque stantie della letteratura salentina nel corso di quasi un ventennio, a partire dalla fine degli anni ’70, per arrivare al 1993, anno della morte dello scrittore. Antonio Verri ha saputo ridare linfa ad un clima culturale che versava ancora lacrime sulla tomba di Vittorio Bodini, spentosi nel 1970. Verri ha preso per mano una generazione e l’ha condotta verso le contorte strade della sperimentazione letteraria, raggiungendo degli esiti sorprendenti, ma criticamente irrisolti. Perché parlare di Verri oggi, a oltre dieci anni dalla sua morte, è parlare di un insieme di meccanismi nascosti che vogliono elidere la figura dello stesso scrittore. L’elisione non va vista necessariamente come volontà, ma come conseguenza che nasce dall’indifferenza della critica nei confronti di Verri. La critica alla quale faccio riferimento è quella accademica, quella formatasi nell’ateneo salentino, quella di docenti e ricercatori che ha garantito la sopravvivenza testuale del cattolicesimo in versi di Girolamo Comi, del surrealismo di matrice iberica di Vittorio Bodini e, in parte, del simbolismo colto, intarsiato in struttura strofiche appartenenti alla tradizione, di Vittorio Pagano. Per gli autori che hanno operato alla fine degli anni ’70 e per tutto il decennio successivo, nessuno ha mosso una penna, o, almeno nessuno ha costruito un progetto organico di ricerca. Salvatore Toma, scrittore di Maglie, stroncato dalla sua dipendenza dall’alcol nel 1987, all’età di 36 anni, ha dovuto attendere dopo la morte la sua consacrazione artistica, grazie al lavoro di Maria Corti, la quale ha curato la pubblicazione del “Canzoniere della morte”, uscito nella preziosa collezione bianca dell’Einaudi.  Per Antonio Verri, ripeto, poco o nulla è stato fatto nell’ambito della ricerca. Si sono susseguite operazioni editoriali, curate da amici di vita, volte a tenere desto il ricordo dello scrittore, a non attecchirlo definitivamente, ma quella di Verri è una scrittura difficile, che ha bisogno di un apparato esegetico e filologico costante, e che nessuno, a oltre dieci anni dalla morte, ha avuto il coraggio di intraprendere. La critica militante, quella che si muove nei binari fascinosi e contorte dei quotidiani, delle riviste, delle pubblicazione a tiratura limitata di brevi saggi, non è stata a guardare, ma non possiamo ritenerci soddisfatti, questo non può bastare. Le ragioni di questa scelta, di questo breve viaggio nella scrittura di Antonio Verri, sono provocatorie, ossia, vogliono mettere in subbuglio le certezze del mondo accademico nostrano, farlo vacillare mostrando la forza primigenia dello scrittore più originale del Novecento letterario salentino.

 

 

1.Biografia letteraria ad uso e consumo dei neofiti

 

Antonio Verri è nato nel febbraio del 1949 ed è scomparso prematuramente il 9 maggio 1993, a causa di un incidente stradale. Ha vissuto gran parte della sua vita a Caprarica di Lecce, paesino abitato da poche migliaia di anime, centro propulsore dell’infinita potenzialità creativa dello scrittore. Negli anni che vanno dal 1977 al 1993 Verri ha dato vita ad una produzione spropositata di progetti letterari, sul quale ci soffermeremo per comprendere le caratteristiche fondamentali della sua vita artistica. Ha fondato e diretto le riviste Caffè Greco (1979-1981), Pensionante de’ Saraceni (1982-1986), Quotidiano dei Poeti (1989-1992, dal maggio 1991 si interseca con un’altra testata, Ballyhoo-Quotidiano di comunicazione), ripubblicato nel 2003 dall’Associazione Culturale Ernesto de Martino. Ha organizzato due edizioni di una mostra mercato di poesia pugliese, Al banco di Caffè Greco. Ha allestito un dramma radiofonico alla Rai di Bari, ha dato vita ad una prima mostra/lettura su Joyce e Queneau e ad una seconda Scrap, gioco scrittura con scarti tipografici. Ha aderito al Movimento Genetico di Francesco Saverio Dòdaro, ha collaborato con Sudpuglia(1986-1993) e diretto On Board (1990) e Titivillus (1991-1992), che dal settembre 1992 diventerà di altri. Ha curato tutte le attività legate al Centro Culturale Pensionante de’ Saraceni. Inoltre, ha curato le collane I quaderni del Pensionante (1983-1987), Spagine. Scrittura Infinita (1991), Compact Type. Nuova Narrativa (1990), Diapositive. Scritture per gli schermi (1990), Mail Fiction (1991),con la collaborazione di F.S.Dòdaro, Abitudini. Cartelle d’autore (1988-1990), con Maurizio Nocera e I Mascheroni (1990-1992). Tra queste operazioni editoriali un cenno particolare merita Ballyhoo – Quotidiano di comunicazione. Il Quotidiano, stampato a Maglie, la mattina veniva diffuso nelle più importanti città italiane, con un marchingegno di trasporti inventato dallo stesso Verri, attraverso una serie di collaboratori strategici nei capoluoghi di regione. Questa rappresenta una delle più grandi performance a cui dà vita Verri, che per ben dodici giorni riesce a mantenere in piedi, facendo parlare di questa sua impresa non solo la stampa locale, ma anche quella nazionale. Altra operazione culturale degna di interesse, sopra non citata, è Ballyhoo-Letterature (Declaro), del 1992, una sorta di brogliaccio composto, stampato, fotocopiato, disegnato da Verri assieme a Mauro Marino e Maurizio Nocera. Il lavoro redazionale viene svolto a Lecce, presso il teatro Astragali, pubblicato in 200 esemplari. Verri riesce ad inserire in questo brogliaccio tutto l’elenco dei suoi amici artisti, in tutto 163. Ciò che emerge da questo elenco di riviste, collane e operazioni  infinite è che per quindici anni il monopolio della cultura underground è passata dalle mani di Antonio Verri, il quale si è circondato di una serie di artisti il cui sostegno era fondamentale, Antonio Errico,  Fabio Tolledi,  Francesco Saverio Dòdaro,  Cosimo Colazzo, Salvatore Colazzo, Maurizio Nocera, Fernando Bevilacqua. Ciò che probabilmente mancava era il confronto, la discussione redazionale, il dibattito teorico, la stesura di manifesti, l’elaborazione di una poetica, quello che determina la creazione di un’avanguardia. Non si può quindi parlare di avanguardia letteraria per la generazione di scrittori formatasi nel Salento negli anni Ottanta, ma non per ragioni legate ad incapacità di Verri e compagni, ma perché il contesto storico-culturale non era lo stesso di quello che ha dato vita, per esempio, al Gruppo 63. Ecco cosa scrive Umberto Eco nelle Postille a Il nome della rosa: “Arriva il momento che l’avanguardia (il moderno) non può più andare oltre, perché ha ormai prodotto un metalinguaggio che parla dei suoi impossibili testi (l’arte concettuale). La risposta postmoderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato”. Si è citato Eco perché da qui bisogna partire per comprendere la letteratura di Antonio Verri. Verri è autore perfettamente inquadrato nel filone del postmodernismo letterario italiano, quello visto con sospetto dalla nostra critica accademica, che ha avuto negli anni ottanta i suoi elementi migliori, e Verri è autore anni ottanta, tra cui Umberto Eco, l’ultimo Italo Calvino, Antonio Tabucchi, Pier Vittorio Tondelli e Vincenzo Consolo (autore amato oltremodo dallo scrittore di Caprarica). Quando si parla di letteratura postmoderna si fa riferimento a quella letteratura che fa della citazione, dei giochi intertestuali, del pastiche linguistico e stilistico i suoi elementi fondanti, ossia a quella letteratura che considera il patrimonio letterario e culturale in genere patrimonio al quale attingere senza remore. Verri è autore postmoderno perché la sua scrittura più dirompente, quella per intenderci che parte con La Betissa (1987), per poi continuare con I trofei della città di Guisnes (1988), Il naviglio innocente (1990), e conclusasi con il postumo Bucherer l’orologiaio (1995), dialoga continuamente con gli autori amati dallo scrittore di Caprarica, a partire da Vittorio Bodini, Salvatore Toma e il pittore Edoardo De Candia, sino ad arrivare ad Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Samuel Beckett, Walter Benjamin, John Cage, e soprattutto i “suoi” James Joyce e Raymond Queneau (solo per rimanere nell’ambito delle citazioni, ricordiamo che Stefan è il protagonista di quasi tutti i testi di Verri e Stefan è personaggio joyciano dell’Ulisse, o ancora Ulipo è il nome del gatto presente ne Il naviglio innocente e Oulipò è l’officina di letteratura potenziale fondata da Queneau, ma si continuerà in seguito). Senza la conoscenza e l’amore per questi autori, Queneau in primis, Verri non avrebbe raggiunto gli esiti brillanti, poetici ed originali della sua scrittura e non avrebbe osato sfidare le leggi della letteratura sognando di scrivere il libro infinito, il Declaro appunto, il suo mondo fatto di parole.

 

 

2.L’esordio poetico di Verri, un surreale neocrepuscolarismo

 

Tra le operazioni culturali effettuate dopo la scomparsa di Antonio L. Verri, la più interessante, a mio parere, è stata la ripubblicazione di Il pane sotto la neve, nel maggio 2003, curata da Maurizio Nocera, ad opera della casa editrice Kurumuny, diretta da Luigi Chiriatti, a vent’anni di distanza dalla prima uscita del testo con la casa editrice dello stesso Verri, Il pensionante de’ Saraceni. Il pane sotto la neve raccoglie testi poetici scritti da Verri negli anni che vanno dal 1977 al 1982, anni di grande difficoltà per il Mezzogiorno e per il Salento, a causa della loro condizione di profonda emarginazione economica e sociale. Verri, nei suoi versi, cerca un recupero del passato, un rigoroso recupero delle sue radici, come dimostra la prima lirica, dedicata a Carmelo Bene, dove lo scrittore ci offre una Otranto che genera meraviglia:

 

Otranto ha gustosissimi grumi di neve

un lungo discorrere della memoria

vuota silenzio invernale della mia mano

bianca di turco spolpato.

 

Poi la silloge continua con i testi appartenenti alla sezione Stefan, alter ego di Verri di matrice joyciana, che lo accompagnerà per tutta la sua esistenza creativa (con testi scritti nel biennio 1981-1982), dove al recupero di un passato storico si accosta la ricerca di una dimensione individuale da far riemergere. Esiste in questa prima sezione del testo una particolare ebbrezza ed un piacere dell’enumerazione (necessaria per ricostruire analiticamente il suo passato) che lega Verri alla tradizione sperimentale di autori dalla grande perizia tecnica del nostro Novecento (basti pensare al correlativo oggettivo di T.S.Eliot). Ci sono testi dal grande impatto emotivo, come (per Roberta a Bologna) e (per Franco Gelli), e c’è anche l’energia e il furore poetico dell’indimenticabile Fate fogli di poesia, poeti, il testo che più rappresenta la tenacia del Verri scrittore, la sua ferrea volontà di non arrendersi di fronte a nessun potere intenzionato a fermare la sua azione creativa:

 

Spedite fogli di poesia, poeti

dateli in cambio di poche lire

insultate il damerino, l’accademico borioso

la distinzione delle sue idee

la sua lunga morte,

fatevi dare un teatro, un qualcosa

raccontateci le cose più idiote

svestitevi, ubriacatevi, pisciate all’angolo del locale

combinate poi anche un manifesto

cannibale nell’oscurità.

 

Ma non è quello del Fate fogli di poesia, poeti il tono dominante del testo, poiché ne Il pane sotto la neve Antonio L. Verri è soprattutto meditativo, nostalgico, chiuso in se stesso, come dimostra la seconda sezione Micisca! (testi del 1980-1981) e come dimostrano questi versi:

 

Ecco. Adesso riposo

nelle urne a vetro nel mare

avvolto nel manto del diniego

con gli occhi ormai lune

vuote perdute senza terra.

 

  Ad avvalorare questa tesi di un Verri a tratti neocrepuscolare, come il Giudici di La vita in versi, è la quarta sezione del testo, dopo le sette poesie di Dov’è Samarcanda, che dà, inoltre, il titolo alla raccolta, Il pane sotto la neve appunto, con un poema di 110 versi dedicati a Vittorio Bodini. Ad accomunare Verri e Bodini è quella profonda riflessione nata dal rapporto conflittuale con la propria terra “così amata da doverla odiare”, è quell’intima convinzione che la ricerca di una propria condizione di serenità va cercata oltre i propri confini che sembrano a volte strazianti e opprimenti:

 

Sto con te, lo sai, e col tuo vecchio cuore di contadina

ma cerco, e devo cercare ancora madre, continuamente

modi nuovi o parole di sangue. Tu, se vuoi,

pensa pure a linguette di rosso pomodoro

o ai tuoi rossi tramonti di giovane sposa.

 

Proprio questa dimensione della ricerca su se stesso, che un Antonio L. Verri ancora giovane compie lungo le liriche di Il pane sotto la neve, rende questo testo una dei migliori libri di poesia del Novecento salentino, assieme alla Luna dei Borboni di Vittorio Bodini, ad Ancora un anno di Salvatore Toma (alcune liriche poi confluite nell’antologia einaudiana Canzoniere della morte) e al folle e divino poemetto Inferno minore della poetessa Claudia Ruggeri, morta suicida all’età di 29 anni, nell’ottobre 1996, pubblicato per intero nel numero 39-40 del dicembre 1996 dell’Incantiere, giornale di poesia a cura di Walter Vergallo e Arrigo Colombo.

 

 

3.Il fabbricante d’armonia, sfidare la storia per raccontarsi poeticamente

 

Dopo Il pane sotto la neve, anche Il fabbricante d’armonia: Antonio Galateo, pubblicato nel 1985 con la Erreci di Maglie, è stato anch’esso ripubblicato dalla casa editrice Kurumuny nel 2004. Il testo in questione era stato parzialmente utilizzato da Verri, poiché trasmesso dalla Rai di Bari nei mesi di aprile e maggio del 1985, con un adattamento di Antonio De Carlo e la regia di Giandomenico Vaccari. In seguito, Antonio Verri riprese quel testo, lo ripropose, lo ampliò, attraverso l’aggiunta di monologhi e molte varianti. Il fabbricante d’armonia ha come figura centrale quella dello studioso salentino del ‘500 Antonio De Ferraris, detto il Galateo, perché originario di Galatone. La storia del Galateo, della sua cacciata da Napoli, poiché accusato di essere stato amico dei Saraceni ad Otranto, la crisi dello stesso studioso, il suo ritorno in patria dopo la permanenza a Bari nella corte della duchessa Isabella d’Aragona Sforza, in realtà rappresentano tutti espedienti tramite i quali lo scrittore vuol mettere a nudo se stesso, la sua fragilità, a tratti, la sua disperazione. E lo fa attraverso il gioco intellettualistico del ritrovamento nel 1980, da parte di due eruditi, Cesare ed Alberto, di manoscritti in un convento di Martano, autografi di Mauro Cassoni (personaggio realmente esistito, profondo conoscitore della lingua e della tradizioni grecaniche salentine, morto a Lecce nel 1952) che riguardano Antonio De Ferrariis e ne narrano, alla luce delle sue opere, un probabile momento della sua travagliata esistenza. Dietro questa costruzione, degna delle migliori menti del postmoderno italiano, basti pensare ai giochi intertestuali presenti nei romanzi di Umberto Eco e Antonio Tabucchi, emerge una personale visione verriana del massacro otrantino del 1480: “Dietro questo tipo di accuse non c’è mai accusatore, il volto di uno, il corpo di uno. Dietro queste accuse trovi sempre la retorica più banale, una violenza sottile, indistinta, una crudeltà così ben studiata da fare di te l’uomo più meschino e corrotto che ci possa essere… è vero, sono stato con i Turchi in Otranto. Ma che vuol dire? Spesso sedevo al loro tavolo, affascinato dalle loro storie di donne, dai loro costumi, dai loro racconti, dalla loro stessa mezzaluna… Quanto sanno che proprio i Turchi hanno fatto di tutto per non attaccare Otranto? Quanti riescono a capire quali tortuose promesse di una vita di altri regni hanno spinto gli Otrantini, che amavano la vita, alla voluttà del martirio, allo sprofondare nel nulla!”. Scrive Nicola Carducci su Il fabbricante d’armonia: “ La ripubblicazione di questo testo è stata promossa dall’Istituto Diego Carpitella e curata da un comitato scientifico composta da Aldo Bello, Luigi Chiriatti, Eugenio Imbriani, Maurizio Nocera e Sergio Torsello. La costituzione di un comitato scientifico potrà aiutare la diffusione capillare dell’opera di Verri? Ciò che è certo è che sarà necessario migliorare il lavoro di correzione delle bozze, poiché Il fabbricante d’armonia è pieno di refusi e errori d’impaginazione, non presenti nella prima edizione del 1985, e fondamentale sarà avere una distribuzione nazionale dei suoi testi, senza i quali Verri continuerà ad essere un autore di nicchia.

 

4.  Da La cultura dei tao a La Betissa, l’adesione al femminile nella maturità scritturale di Verri

 

A Il fabbricante d’armonia segue un piccolo testo, La cultura dei tao. Si tratta di una introduzione ad una mostra sulla cultura materiale della civiltà cittadina curata da Antonio Verri per conto di un istituto regionale pugliese. Scrive Fabio Tolledi sul terzo numero del periodico di Vertigine, interamente dedicato ad Antonio Verri: “L’apertura de La cultura dei tao (quasi da omaggio leopardiano, “era ancora luna chiara di gennaio, giovane luna”) vive uno slittamento linguistico immediato dove il parlante sembra richiamare una identità femminile: “Voi figli uscivate coi pantaloni gonfi di fichi secchi”. Nelle righe successive è chiaro che la madre parla, la madre è il cuore che pulsa. “La madre. La mar. Sussulto genetico”. Il testo si inserisce nello stesso periodo in cui Verri aderisce al gruppo di arte genetica di Francesco Saverio Dòdaro. Anche il gusto linguistico richiama Dòdaro, la radice semantica del materno è insomma qualcosa di forte che segna un passaggio alla maturità linguistica e poetica di Antonio Verri. Maturità che segna un passaggio anche da un punto di vista contenutistico, di slittamento dal segno del padre ne Il pane sotto la neve e ne Il fabbricante d’armonia ad una totale adesione al materno e al femminile”. L’adesione al materno per Verri rappresenta la voglia di oltrepassare le forme chiuse della letteratura dei “padri”, rappresenta il tentativo di violentare l’immacolata forma chiusa del dire passatista, introducendo il passo “sovversivo” della sua scrittura poetica, il taglio “rivoluzionario” della sua progettualità stilistica onnivora. La Betissa, storia composita dell’uomo dei curli e di una grassa signora è un testo poetico uscito nel marzo 1987 all’interno della rassegna trimestrale della Banca Popolare Sud Puglia. Rispetto alle precedenti opere ciò che emerge con ostinata evidenza è la volontà dell’autore di fare della sua scrittura un calderone dalle immense proporzioni simboliche. L’abbandono del gioco metonimico e sintagmatico rappresenta il tendere dell’autore verso uno slancio scritturale metaforico, paradigmatico, profondamente e inequivocabilmente poetico. La Betissa è un testo costituito da diciotto capitoli. Esiste una microstoria che diviene esile filo conduttore del testo, quella del tentativo da parte di una delle voci narranti di costruire un trabiccolo in grado di proiettarsi verso il cielo. Il trabiccolo di La Betissa altro non è che il tentativo di Verri dello scrittore di dominare lo strumento linguistico dentro il quale molto spesso si immerge, senza riuscire a dominarlo. Per Verri le parole sono ossessione incontenibile, sono orgasmo dal quale trarre infinito piacere, sono codice astratto nel quale insinuarsi per dare un senso alla struttura dell’esistere. Il capitolo quindicesimo di La Betissa, la lettera di Alessandro alla madre, rappresenta uno dei punti più alti e più significati della scrittura di Antonio Verri: “Come già sai, anche se ti sei chiesta sempre il perché, io continuo a scrivere, continuo a cercare parole che dicano, che facciano fede ai diversi e a volte a strani momenti della mia vita, che molti dicono poveri. Coi risultati non ci siamo, ma questo non vuol dire. Il più delle volte le parole che affibbio alle cose non reggono (che mi stia assalendo quel solito tremore, quel solito magone?), pare, ti dicevo, non abbiano le parole appigli di nessun genere, e come niente – come fosse la cosa più naturale del mondo – mi restano in mano. Me le ritrovo a mucchio – pensa con quale mia sorpresa – nelle palme congiunte: Oddio un tempo, col vigore che avevo, le buttavo in aria, aspettandomi, a terra toccata, di assistere e di gustare una di quelle meraviglie che solo il caso sa così bene tornire. Se il magico risultato non veniva, le ributtavo e così via”. Una sorta di chiara manifestazione del rapporto dell’autore con il caotico vorticare del linguaggio, prima della scrittura prosastica che per l’autore di Caprarica non rappresenta l’abbandono della poesia, ma la sua accettazione totale e onnicomprensiva.

 

 

5. La trilogia finale: spingere la prosa liricamente nel magma indistinto del linguaggio, dissolvendo l’intreccio

 

Alla tripartizione classica dei generi, epos-lirica-dramma, Roman Jakobson attribuisce, all’interno del suo testo Poetica e poesia. Questioni di teoria e analisi testuali, delle differenze distintive. Nella poesia domina la prima persona (lo), nel dramma la seconda persona (Tu), nell’epica e, proiettato nella contemporaneità, nella narrativa la terza persona (Egli). La scrittura di Antonio Verri è una corsa progressiva verso l’appropriarsi del dominio epico/narrativo di matrice sperimentale. Da Il pane sotto la neve, (dove domina l’io lirico del poeta), passando per Il fabbricante d’armonia (il tu mimetico teatrale postmoderno la fa da padrone), sino ad arrivare a I trofei della città di Guisnes, con il quale Verri dà inizio a quel percorso lirico-prosastico (all’io della poesia si alterna l’egli oggettuale di fatti narrati racchiusi in una matrice poematica). Ci sono testi dalla rara bellezza, pagine incantate e sublimi che il peso insolente del tempo sbiadisce e, senza possibilità di replica, consuma. Uno di questi è I trofei della città di Guisnes che, all’interno della produzione dello scrittore di Caprarica, rappresenta l’opera più complessa e sofferta, il testo che segna la definitiva maturazione artistica, dopo la già pregevole prova di La Betissa. Questo testo verrà ripubblicato nel corso del 2005 dalla casa editrice calabrese Abramo, all’interno di una collana dedicata ai testi fuori catalogo. Segno aggiuntivo di un ritorno lento, ma progressivo, verso la scrittura di Verri. I tempi sembrano essere maturi. Ecco cosa scrive Salvatore Colazzo: “Se fino a qualche tempo prima egli, fragile e grazioso grillo, si trastullava e fremeva coi concetti slegati, senza nesso e significato, prendeva contatto con eccentrici autori di opere sul limite difficilmente discernibile che separa l’arte dalla follia, dopo un lungo pazientare, con i Trofei Antonio Verri riesce a trasformare in scrittura, tersa e musicalissima, i suoi giochi, e a mettere opportunamente a frutto le sue insolite frequentazioni. Il suo grande stupore comincia a dar copro ad una grande utopia. Difficile e lunga è la via che porta a gemere ogni volta in una nuova fiaba. Ma lungo essa – mi sembra – a partire da i Trofei s’incamminerà Antonio Verri. Con questo testo approda ad un raccontare che è anche ripensare a come un testo nasce e si costituisce – sta l’autore infatti come guardone che adocchia la scrittura -, in un’epoca in cui si è perduta la fede nella narratività tradizionale e l’intellettuale che non voglia accettare la logica dell’industria culturale è costretto ad una solitudine stringente. Immenso è il vuoto e noi siamo costretti alla forma colossa. Per un narratore, per quanto sappia trattenere il respiro, sono troppe le crepe, le ferite: in lui la parola tende a moltiplicarsi ancora –“echi. Echi, solo echi”-, diventa concrezione che cresce e si autoalimenta, spurgo forse…” (Salvatore Colazzo, Titivillus, giugno 1993). Per Antonio Verri scopo fondamentale della sua esistenza e del suo ruolo di scrittore è quello di creare un libro che in grado di contenere l’intero Mondo, un libro infinito, fatto di parole meravigliose, splendenti, in continuo accumulo, in continuo divenire, attraverso un’azione di lavoro sul linguaggio quasi scientifica, mai sconclusionata, fortemente sentita. Il culmine della sua operazione sublime sul linguaggio si ottiene con questo romanzo, i Trofei appunto, l’opera più corposa di Verri, nella quale l’esplosione irrefrenabile della sua creatività linguistica si manifesta in tutto il suo potenziale, che può rappresentare a tutti gli effetti un metaromanzo, un romanzo che interroga le logiche del farsi e del costruirsi di un mondo possibile, con motivi che si presentano, scompaiono, si ripresentano, con valenza semantica accentuata. Un tessuto linguistico caratterizzato dall’iterazione, dai parallelismi, da regolarità ritmiche e ciclicità di significati. Ma, entrando nel testo, di cosa parla I trofei della città di Guisnes? Scrive a proposito Nicola Carducci nell’Annuario Liceo Ginnasio “Giuseppe Palmieri” del gennaio 1997: “La fabula ne I trofei è quasi inesistente, offre appena qualche filo che si fatica ad afferrare: è l’avventura di un io, di uno scrivitore, che, tra mille raggiri e assalti e agguati, e sempre ritrovandosi al punto di partenza come un cavaliere antico si affanna, con sovrano distacco, nel tentativo di dare una forma, sia pure cangiante, all’informe esistenza ( e “la forma costa cara”, soleva ripetere Valery), di supporre un ordine, anche soltanto verbale, al caos della città degli uomini, di rinvenire un senso se pur illusorio, nel garbuglio del sordo e monotono succedersi delle opere e dei giorni”. L’opera è costruita attraverso un succedersi di funambolici giochi linguistici volti alla determinazione di un ordine logico-testuale in grado di contrapporsi al disordine irrazionale del reale. L’essenza concettuale del testo va ritrovata nel continuo scacco al quale è sottoposto l’ordigno linguistico che, puntualmente, implode all’interno della struttura romanzesca generando quel senso di fragilità che sembra aleggiare tra le pagine. Considerate questa parte del testo: “Vogliono maturare. Cercano comprensione. Il liscio involucro non consente appigli e non è difficile trovare vili fonemi e minutissime frasi arroganti che navigano come in una nebbia, oppure sbandate parole che come in un sogno ad altre si aggrappano, suoni affidando al caso e insolenti significati… E poi parole disperate per aver perso la meta, e parole incerte, sfinite, a volte piagnucolanti, che il tondo guscio respinge mentre freneticamente cercano confini: parole che non hanno mai avuto valore o che hanno perso valore, hanno perso autorità, hanno perso peso: come si crucciano! A loro è vietata ogni penetrazione, non hanno più quasi coscienza, anche se a volte godono in piena libertà, nel sonno e nella nebbia godono, e nel flusso all’insù godono, spinte chissà da quale vento, boriose, scaltre, giovanili”. Ci troviamo di fronte ad un punto significativo della poetica di Verri, poiché il franamento della parola nel nulla dei significati è, basti pensare a Wittgenstein, il fallimento del proprio pensiero e, conseguentemente, della propria visione del mondo. L’irrazionalità che avvolge la struttura testuale de I trofei è quello stesso senso di smarrimento che lo scrittore percepisce osservando e scrutando il mondo nel quale vive. Le mirabili ed ardue imprese che hanno accompagnato Verri nel corso della sua esistenza, sino all’impossibile tentativo di mettere le mani al libro assoluto, il Declaro, il libro fatto di infinito parole, sono sforzi volti alla strenua ricerca di un senso esistenziale al quale aggrapparsi, per non nuotare nel mare impetuoso degli interrogativi di fronte ai quali la vita ti pone. A seguire Verri pubblica nel 1990 Il naviglio innocente, stampato con la casa editrice Erreci di Maglie. Ne Il naviglio innocente si abbandonano alcune forzature linguistico-sperimentali di I trofei, presentando  una totalità lirica che rappresenta uno dei punti più alti della sua scrittura. Scrive Antonio Errico nella postfazione al testo: “È il naufragio. Ora il narratore è parola, non altro che parola tra le tante, molte altre parole. Avrebbe voluto parlare di sé il narratore, raccontarsi, dire del pane sotto la neve ancora, dire di Sciaffusa ancora, ancora della madre, dei fabbricanti di armonia, di zacchinette, della morte che somiglia a storie profumate, di ansie, di candori. Con questo carico era partita la sua nave. Per questo disertava. Ma Stefan ha un declaro per la testa, libro di libri, di parole e basta, un declaro che pretende il sacrificio, la scancellazione di qualsiasi cosa. E allora il corpo viene invaso da parole; più le parole crescono e più il corpo si ritrae, diventa l’ombra di una mano sopra il foglio. In principio è il brusìo. Poi il brusìo si fa parola, le parole si riproducono per partenogenesi, si accumulano, si associano, cercando cadenze, l’espressione diventa sovrabbondante, straniata, surreale, artificiosa, tesa verso la variazione rivitalizzante. Il significato è affidato al caso. Non determinato dal caso ma affidato ad esso, il che vuol dire che ad una operazione di desemantizzazione della parola ne segue una di risemantizzazione nell’ambito del costrutto e in relazione al ritmo che del costrutto costituisce l’elemento regolatore. Il ritmo è condizione essenziale in questa narrazione: genera immagini, scandisce sequenze, è portatore di senso, è di per sé espressione. Il caso è il ritmo, dunque, e il ritmo è un caso che pretende il controllo anche del respiro”. In questo processo di svelamento di nuovi percorsi di senso che Verri attribuisce ai suoi costrutti linguistici un ruolo di primo piano assume il riutilizzo di scritture altrui. Tutta la scrittura di Verri è disseminata di scritture altre. Infatti, ne Il naviglio si legge: “Bobo un giorno su di un muro di Guisnes, lui che ha sempre amato il lenocinio, l’ardito artificio, le seduzioni numeriche, allettato dai sempre più insensati e microscopici chip, un giorno su di un muro di Guisnes mi fece trovare un messaggio: cerca nel gioco – era questo il messaggio – ti è necessario un elenco di parole antenne. E ancora: Evviva il munifico plagio. Oh”. Poi il postumo Bucherer l’orologiaio, uscito grazie alla Banca Popolare Pugliese nel 1995, curato da Aldo Bello e Antonio Errico, con il quale si conclude il viaggio esplosivo di Verri attorno le folli potenzialità del linguaggio. Verri continua lo strenuo, a tratti insostenibile lavoro di ricerca nel mare magnum della scrittura, iniziato con La Betissa (1987), I trofei della città di Guisnes (1988), Il naviglio innocente (1990). In Bucherer l’orologiaio l’immaginazione di Verri è al culmine esplosivo della sua lirica limpidezza, raggiungendo esiti di estrema bellezza nella descrizione di Zurigo: “Questa terra da fine del mondo, di grandi alghe giganti, di grandi passaggi deserti, Zurigo incontro di correnti…Zurigo mi dà l’idea di questo corpo enorme e di una valle di ciliegi e di una valle di alberi di carta…Zurigo è sonora, assurda, verticale. La sommità di lucente, duttile stagno, la base di molle argilla. È una città policroma, un mischio di lingue”. Zurigo rappresenta il punto fermo nella circolarità della narrazione verriana, contesto all’interno del quale si afferma fiera e rigogliosa l’immaginazione dirompente e la divagazione surreale del testo. Sembra che Verri non riesca mai a contenersi nel limitato spazio della pagina, le sua scrittura sembra essere frutto di un sussurro volto all’oltrepassamento di ogni confine narrativo. A Verri non interessa l’intreccio, non interessa la costruzione di una storia con tutti gli orpelli necessari alla sua esistenza, ma adora la sublimazione nata dall’accumulo di parole, dal ciclico ripetere che genera delizia, stupore, meraviglia, aperture al cuore di difficile saturazione: “Un corpo. Un corpo magnifico, sontuoso, insistente, indicibile, postuloso, tondo (anche se senza un netto profilo), mostruoso, inalterabile, incessabile, un bizzarro mascherone, un nodo, un Grande nodo, un grande corpo traballante, un accumulo, forse solo metà della voce, forse un rospo immobile, forse l’Oggetto Poetico, la Grande Smorfia, lo Scafo Regale che al vasto mare si abbandona… Bucherer che sembra un ombrello. Intrappolato – per effetto del suo cercare – in una bolla di lava mentre cerca di bere dal suo specchio di luce che tutto può. La sua isola. La sua isola immensa. Così sonora. Il suo legno. La sua grana. Il suo brusio. Il suo acquario…”. Leggendo Bucherer l’orologiaio si avverte la maturazione stilistica che Verri ha raggiunto, eliminando alcune eccedenze cervellotiche presenti nei Trofei e dando vita ad un meccanismo narrativo che genera sospensione, ammaliante ed incantevole: “Una spallata all’angelo colossale, al canceroso, che si muove con ripugnanza, con eleganza, rimescolando, arrischiando, una spallata all’angelo disarmonico stravaccato sulla intera Niederdorf, all’angelo che una campana di vetro preserva, stolido, fastidioso, madornale, non attaccato da feci, urine, da zagaglie, da febbri, da limiti, da occasioni, da virus, da appetiti, figura che cavalca sui polsini di una camicia, che soffia in questa gassenzimmer, nei canaloni, sul fiume, nelle pesti, ingombrante, intatto, estraneo, titanico, diseguale…”. Con queste parole si conclude il romanzo e si conclude anche il percorso creativo di una delle figure più suggestive del panorama letterario italiano, sicuramente la più suggestiva del Salento letterario, che ha vissuto la sua esistenza con l’angelico ed impossibile sogno di chiudere il Mondo dentro un libro.