Rossano Astremo

                               Dino Campana

                       l'eterna follia gemente

                       che si fa scrittura

 

 

 

  

 

 

 

Al di là di tutte le annotazioni che riguardano la follia di Dino Campana">

           

                Rossano Astremo

                               Dino Campana

                       l'eterna follia gemente

                       che si fa scrittura

 

 

 

  

 

 

 

Al di là di tutte le annotazioni che riguardano la follia di Dino Campana, ciò che in questa sede preme sottolineare è la grande capacità dello scrittore di Marradi di rinnovare, con la sua febbre creativa, un linguaggio poetico i cui elementi costitutivi aveva accettato dal secolo precedente che si lasciava alle spalle. Si pensi a Carducci (in minima parte), a D’Annunzio, a Pascoli, alla grande tradizione del simbolismo francese da Baudelaire a Rimbaud, passando per Verlaine e Apollinaire, alla persuasione etica di stampo nicciano e wagneriano, sino ad arrivare alla prospettiva infernale respirata leggendo Poe e i miti vitalistici delle immagini whitmaniane (ricordiamo la chiusura dei Canti Orfici, They were all torn/and cover’d with/ the boy’s blood, che riecheggiano versi del padre della poesia americana).

Questo il substrato sul quale si muove la variegata sapienza stilistica di Dino Campana. Questa eterogeneità è anche il limite della sua poetica secondo alcuni critici, tra i quali Mengaldo, nella sua antologia poetica del Novecento, questo il suo pregio secondo altri critici, tra i quali Edoardo Sanguineti: «è in lui, precisamente, che tutta la possibile tensione espressionistica del nostro Novecento ritrova il suo autentico protagonista. Il vero è che, con Campana in grande, con gli altri in proporzione, all’interno di questa fascia espressionistica, non è una nozione di poetica, quella che è messa in causa, ma la ragione ultima della poesia, con un rimescolamento che non ha l’eguale per anni e anni. Per la prima volta, qui si tenta di misurare a quanto impeto d’anima il linguaggio sia capace di resistere, quanta intensità spirituale sia in grado di contenere, quale pressione, e anche proprio pressione morale, il verso spinto al limite riesca ancora a arginare e sorreggere».

Questo scrive Sanguineti. Allora cerchiamo di afferrare questa vena espressionistica lancinante che compare nel Canti Orfici di Campana: «La luce del crepuscolo si attenua / inquieti spiriti sia dolce la tenebra /al cuore che non ama più! / Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare, / sorgenti, sorgenti che sanno / sorgenti che sanno che spiriti stanno / che spiriti stanno ad ascoltare…/ Ascolta: la luce del crepuscolo attenua / ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra: / ascolta: ti ha vinto la sorte: / ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte: / non c’è dolcezza che possa uguagliare la Morte /Più più più / intendi chi ancora ti culla: / intendi la dolce fanciulla /  che dice all’orecchio: più più/ ed ecco si leva e scompare/ il vento: ecco torna dal mare / ed ecco sentiamo ansimare / il cuore che ci amò di più! / guardiamo: di già il paesaggio / degli alberi e l’acque è notturno/ il fiume va via taciturno…/ Pùm! Mamma quell’omo lassù».

Campana  è colui che ha portato la lacerazione entro il verbo sino al suo punto di frattura, e oltre, trascinando l’intera patologia della coscienza poetica collettiva dentro l’alienazione della propria mente, nel vortice delle sue immagini, delle sue parole di ossessione, dei suoi incubi di musica, dei suoi ritmi impossibile nel suo orfico cantare.

La modernità della poetica campaniana non è giocata sul rifiuto ‘avanguardistico’ della tradizione, come era d’obbligo per i futuristi, ma piuttosto sulla coscienza del rapporto che una certa grande tradizione, non solo eticamente ma anche esteticamente inattaccabile, non può non intrattenere con le più audaci esperienze della ricerca espressiva.

Considerate questa prosa lirica: «O il tuo corpo! Il tuo profumo mi velava gli occhi: io non vedevo il tuo corpo(un dolce e acuto profumo): là nel grande specchio ignudo, nel grande specchio ignudo velato dai fumi di viola, in alto baciato di una stella di luce era il bello, il bello e dolce dono di un dio: e le timide mammelle erano gonfie di luce, e le stelle erano assenti, e non un Dio era nelle sere d’amore di Viola: ma tu leggere tu sulle mie ginocchia sedevi, cariatide notturna di un incantevole cielo».

Questo scriveva Campana ad inizio secolo (I Canti Orfici sono del 1914), la voce più autentica del filone simbolista-ermetico che ha dominato gran parte del nostro Novecento poetico, voce di grande modernità nel suo svecchiamento operato dall’interno delle logiche metrico-stilistiche che molto spesso hanno ingabbiato e continuano ad ingabbiare le libere ali del fare poesia.

     

 

Dino Campana: cinque testi da "Canti Orfici"

 

 

 La chimera

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m'apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sui mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l'immobilità dei firmamenti
E i gonfi rivi che vanno piangenti
E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

 

 

 Viaggio a Montevideo


Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D'ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola...
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell'ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:
Lontani tinti dei vani colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d'oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l'ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un'isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell'equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l'inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente
:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento!
ed ecco: selvaggia a la fine di un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

 

Genova

Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l'anima partita
Che tutto a lei d'intorno era già arcanamente illustrato del giardino il verde
Sogno nell'apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblio parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell'aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.


Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
Ride l'arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare:
Genova canta il tuo canto!


Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall'invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l'érta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l'azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d'intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.


Per i vichi marini nell'ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell'ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille~ occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli: . . . . . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D'alto sale, il vento come bianca finse una visione di Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale, . . . . . . . .
Dentro il vico ché rosse in alto sale
Marino l'ali rosse dei fanali
Rabescavano l'ombra illanguidita, . . . . . . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
« Come nell'ali rosse dei lanali
Bianca e rossa nell'ombra del lanale
Che bianca e lieve e tremula salì:... »
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l'ombra faticosamente
Bianca . . .  . . . . . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L'eco attonita rise un irreale
Riso: e che l'eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì...
Di già tutto d'intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell'ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva...
Chiedendo se l'udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.


Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell'infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velano
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velano vivente

 Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d'oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s'avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S'è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velano d'oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose

E la Città comprende
E s'accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudano d'oblìo
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.


Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S'alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s'addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.


O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:


Ch'era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torvo giuoco
L'ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L'ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La gru sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

 

 

Frammento

Ed i piedini andavano armoniosi
Portando i cappelloni battaglieri
Che armavano di un'ala gli occhi fieri
Del br languore solo nel bel giorno

Scampanava la Pasqua per la via...

(Firenze)


Barche amarrate

Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele
Che tesson e tesson: lamento
Volubil che l'onda che ammorza
Ne l'onda volubile smorza
Ne l'ultimo schianto crudele
Le vele le vele le vele