Fabio Ciofi

Scenario

      

    Nota di G. lucini

       

 

Non mi viene in mente di aver mai letto una poesia elegiaca di Fabio Ciofi.  Per questo quando ho letto questi versi ne sono rimasto impressionato.  Per una questione psicologica e non certo letteraria.  Se anche Fabio Ciofi ha sentito di voler usare il tono elegiaco, lui, il dissacratore, il beffardo, il Cecco Angiolieri, l'alchimista che sa abilmente mischiare l'amaro al dolce, il buio e la luce, la tristezza e il riso in un costrutto che solo lui può scrivere, se anche Ciofi, dicevo, arriva ad usare un tono come questo, allora le cose vanno proprio male.  Mi sono sempre considerato, da poeta, uno troppo "pesante" e a Fabio Ciofi in particolare ho sempre invidiato questa straordinaria capacità di mescolare i toni in un tono suo, dove nulla è mai prevalente e i sentimenti anche più diversi se non opposti, riescono ad equilibrarsi, quasi ad indicare che la vita non è tragedia, o farsa, o gioia, o noia, o bella o brutta, ma è tutto questo insieme e prevale la prospettiva dalla quale la si considera.

Ciofi però usa, nella poesia che presentiamo, il registro elegiaco (e che registro) per dire cose accorate, e questo non mi fa buona impressione.  Non certo perché la composizione mi dispiaccia (anzi, è una delle migliori che mi è capitato di leggere in questi giorni), ma è che d'un tratto uno che sta alla poesia odierna come il Franti più scatenato ("l'infame", diceva il maestro di scuola) sta al libro "Cuore", di colpo s'incupisce e mostra un volto annuvolato: c'è di che riflettere.  I tempi sono bui davvero.  Ciofi scrive quella che si dice una "profezia", che non ha nulla di mistico o religioso o rituale: è semplicemente la presentazione di uno scenario costruito con i dati disponibili, come farebbe un calcolatore elettronico in una simulazione o come fanno certi scienziati che non sono mai creduti.  In questo egli è fedele al suo stile, che non insegue mai parole a vuoto o effetti speciali tout court (che nella letteratura si chiamano "figure retoriche"), ma fatti e situazioni in sé enunciabili come testi poetici (ovvio, dipende da come, poi, li si enuncia).  Questo fa male: che i "dati disponibili" non vengono mai ascoltati dalla società tecno-capitalista, perché non sono consoni a una visione della vita deregolamentata.  Quando un poeta dice queste cose, col suo linguaggio intuitivo ed emozionale, figuriamoci: non se ne fa nulla.  Ciofi lo sa molto bene (lo ha scritto in altre poesie) e il suo stile solito è in parte una reazione a questa consapevolezza.  Una volta si diceva: "la creatività al potere", e la poesia di Ciofi seguiva un po' questo stilema (non dico che fosse una poesia "creativa per il potere", ma intendo solo riferirmi allo spirito).  Ora, questo improvviso scarto di rotta nel tono di Ciofi, mi fa anche riflettere sul fatto che la società tecnologica tende ad assorbire anche la forza eversiva della creatività, riuscendo quasi totalmente a controllarla, a incanalarla dentro binari prevedibili, dentro coordinate controllabili: per questo ogni tanto bisogna, anche in letteratura, disorientare: bisogna essere fuori posto / per non farsi trovare.  E, a ben vedere, l'irrequieto stile di Ciofi, sempre teso a rinnovarsi ed affinarsi, a non ripetersi mai, forse è, inconsciamente, un voler essere a tutti i costi "fuori posto", stare fermo quel tanto che permette di prender fiato e poi partire subito, prima che arrivi la cannonata dell'ovvietà, dell'incasellamento, prima che qualcuno lo riduca a uno stilema, a un caso analizzato una volta per tutte, pronto per assumere la cicuta e zittire per sempre.  E' una tattica che ha una sua ragione.

La poesia si snoda così nel suo lento salmodiare di terzine raggruppate in tre strofe (ogni terzina rappresenta una sentenza o un aforisma, chiusi da punti di sospensione), cadenzando la composizione in un ritmo dinamico ma lento, come la nenia che accompagna un feretro, il feretro di quello che eravamo o che potevamo essere, in una situazione certo visionaria, ma non così improbabile.  Sono versi dolenti e forti, sentimenti ed emozioni che si coagulano un un accorato lamento, un monito che tocca e lascia il segno.

Chiude - in continuazione con uno stilema ciofiano usato in molte poesie - un distico folgorante e caustico, l'unico che ci rammenta il Ciofi delle poesie che conosciamo: come a dire che, anche in questo buio orizzonte, la fiamma della reattività nel nostro poeta è ben lungi dallo spegnersi...

                G. Lucini, 23.06.03

 

 

SCENARIO

 

allora gli echi risuoneranno senza enfasi

per le strade non ci saranno volti

né atteggiamenti opportuni…

finiranno le scorte di zucchero e farina

per una guerra combattuta prima

che qualcuno si accorga della dichiarazione…

verranno epoche di distrazione attenta

a non esercitare influssi ritardati

dallo scoppio di nuove oppressioni…

soppianteranno ragioni esercizi rituali

riproducenti paralleli oltremondi

contenitori di un rimiscelato senso…

più tardi si doteranno di un loro mandato

uomini incerti saltellanti sulle barriere

di un divieto non ancora accennato…

 

e torneranno gli angeli nella notte

a suggerire il modo migliore di gestire

il rapporto col cielo compromesso…

domande non proprio di adesso

si autoriformuleranno di mese in mese

seppure il tempo non scandirà…

un contesto indecifrabile si insedierà

oltre il gesto che finalmente scadrà

a pura involuzione apatica…

il simbolo soppianterà la spiegazione

peraltro vana del variegato pullulare

di schegge stilemi riproduzioni…

un'anarchia orizzontale baipasserà

schieramenti necrotici inficiati

dalle loro stesse sentenze evocate…

 

non riarmeranno il dolore dopo lo scempio

palinsesti di vuoto ordiranno le trame

su scenari spazzati dal fuoco evanescente…

resteranno romanzi avariati perdute

stesure di storie rimpianti di drammi

vagoni di versi ridotti a rottami…

sarà come udire la fine venire lesta

nell’abbaglio di un giorno di luglio

peregrinare in lande d’assenza…

la terra più densa seppellirà

l’odio marino in una scia di sabbia

portata dal vento alleato del niente…

sovente ricorreranno all’analogia

con scarso costrutto e lo strazio

di giungere alfine al risultato…

 

bisogna essere fuori posto,

per non farsi trovare.