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Fabio Ciofi Il fischio
IL FISCHIO
Il sudore dei corpi scintilla espressione di tese allo spasmo gesta. Il campione luccica di più, nel suo afrore ghiandole di superiore destreggio.
Misurarsi all’ultimo stadio per riattivare la salvifica intesa di quando bastava tirare una fune una palla un salto…
Prima che il fischio indichi la sua provenienza chiedi udienza, ribalta il risultato apparente scontato.
Non che il mondo migliori se intendi conquistare il punto impensato, se il gioco è sporco e le mani altrettanto…
Ma la reazione fa morale. E’ un de-avvitarsi su se stessi fino alla sublimazione della prova.
Parlamentare senza mandato impegni ministri senza portafoglio al banco delle ritrovate attese.
Ecco, guarda di nuovo il minuto che scorre con l’ansia di cosa succederà.
Con il solito linguaggio tagliente e lontano da figure retoriche e tentazioni letterarie, il nostro autore continua il suo canzoniere della moderna alienazione, che ci vede mancati protagonisti in ogni espressione della vita sociale, da un semplice avvenimento sportivo (di uno sport ormai così lontano e deragliato dal suo significato originale, alla allusa politica, che non lo è da meno). In questo scenario l'individuo non fa altro che esistere nel tempo cronologico, come molecola di questo tempo e non come soggetto capace di dare senso al tempo stesso - come spettatore, eterno spettatore, di una vita che sembra svolgersi come un film fuori dalla portata della sua coscienza, estranea, aliena. Mi sembra marcato qui (ma anche altrove) il riferimento pavesiano ed esistenzialista, così forte da pervenire al tono dell'angoscia, anche se, specularmente ai suoi personaggi, sembra che l'angoscia non ci sia, travolta anch'essa (che pur è qualcosa di vivo ed intimo) dalla rappresentazione del mondo prodotta da questo staniamento.
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