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Fabio Ciofi IL RANTOLO
Continua, anche con questa poesia di Ciofi, la serie di testi premonitori che ci giungono da diversi poeti, un po' figli di questa linfatica nevrosi di fine impero, un po' profetici, un po' carichi di premonizioni per l'atmosfera cupa che si profila, neppure troppo lontana, all'orizzonte. Certo, il riferimento non è diretto, ma ai riferimenti diretti pensano le cronache, non i poeti, che non possono farlo. Il problema è, sembra dire Ciofi con questa poesia, che in questo "piatto inconcludere" non è possibile alla poesia che un rantolo: intendere una melodia significa quasi essere morti, essere fuori da questo tempo nel quale, se appena ci si lascia andare, non si avverte che l' "intatto disgusto" dell'insignificanza, vissuta con "paranoica eroicità" (dietro a questa espressione ci sembra di intuire una precisa posizione filosofica, una presa di posizione contro un certo fatalismo che pur di non assumere una precisa responsabilità morale, sopporta qualsiasi cosa - che è poi una posizione sostanzialmente scettica e/o cinica).
IL RANTOLO
La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. (Louis-Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit)
Bisogna lasciarsi andare per ritrovare intatto il disgusto dell’accadimento che non intacca, del demone che non scocca.
E’ avvertire la paranoica eroicità del piatto inconcludere e il paradosso serbarlo per registri migliori, non canovacciati da traccia sermonale.
Lambire la nevralgia per ricavarne la necessaria avvertenza elettrica che una scia non indica sempre il passaggio.
Anzi, inquisire nel vuoto la propria percezione d’assoluto tormenta istupidito l’istinto malpagato dai padroni del ricambio veloce.
Richiede corde vocali che cantano per quello che sono, il rantolo. Se odi la melodia sei già morto, o in via di estinzione.
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