Fabio Ciofi

                        IL REDUCE IMMAGINARIO

   

 

    

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Le luci spente non dovevi farlo

lo spettro in agguato suona le corde

con un plettro di viscere seccate…

 

Ora è tutto un rincorrere

lampi spazi usciate ventate

scogli impattati da queste cazzo d’onde

una confusione verbale (mentale?)

ho bisogno ho bisogno di spiazzarmi

ma non abbocco alle mie finte, quindi

paralizzami luce che vieni a mancare

fammi azzannare il tarlo che marcia

sui miei sentieri fammelo sbranare                              

che dilaniare un tarlo che cosa da sballo

penserai se pensare ancora fosse

simulacro almeno dedicherei

due sinapsi indipendenti alla memoria

di ciò che un tempo scambiavo per gloria.

 

Lo spettro in agguato suona le corde,

l’atmosfera è concorde nel decretare

il riposo del guerriero; se almeno

avessi combattuto sul velluto

elencherei i miei vanti le mie medaglie

i miei allori i miei furori incanalati

allo scempio del nemico che dico

che scrivo non mi è chiaro con questo

spettro in agguato a suonare le corde

con spente le luci buio mi riconduci

a quando il terrore era nel passo incerto

la cantonata una testata nelle tenebre

chiamai quell’episodio e se mi rodo

è perché la sento quest’aria forzata

di pace quando invece è il momento,

lo sento, d’imbracciare l’agone.

 

Immaginarsi reduci non è poi una cosa così strana: basta un po' di sensibilità, un po' di capacità visionaria e una certa logica, o magari buonsenso di credere alla propria visione, cosa che l'uomo moderno si guarda bene dal fare, così annichilito nel suo presente.  Ma il poeta deve, almeno lui, trovare il coraggio di vedersi dal futuro, da quello spietato futuro che è creato dai calcoli dei "dati disponibili" nel presente.

E così, il giudizio che viene dato a "quest'aria forzata di pace", dove l'accento va posto non su "pace", ma su "forzata", obbligata (ingiusta?) per il benessere, dove tutto deve correre via liscio e senza intoppi, senza "testate nelle tenebre", con la costruzione di verità necessarie, platealmente fittizie, a controbattere a quanto l'evidenza mostra tragicamente al giudizio dei sensi e dell'intelligenza.

Il poeta non ci sta a questa logica e si sente un prurito alle mani, una (figurata?) voglia di menare e guerreggiare, di farsi Don Chichotte piuttosto che godere di questa pace cupa e infida, che a ben vedere meriterebbe un altro nome.  La pace infatti, nella logica della nostra civiltà, significa un muro che divide due mondi, separato da chi per mestiere spala il guano e fa i lavori sporchi, anche lui per campare, paradossalmente.  Dunque, si pone il la questione del senso di una identità poetante, il perché scrivere, il che cosa dire e se ne vale la pena.  Tema che lascia ormai tre generazioni a porsi domande, da Auschwitz in poi, e più si procede più la domanda preme.  Ma l'errore sarebbe quello, ci avverte il poeta, di mostrarsi soddisfatti di aver "combattuto la buona battaglia", di poter dire "l'avevo detto io", di poter esibire le proprie medaglie guadagnate "sul velluto".