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IL REDUCE IMMAGINARIO |
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Scarica lettura - 1,44 Mb (G. Lucini)
Le luci spente non dovevi farlo lo spettro in agguato suona le corde con un plettro di viscere seccate…
Ora è tutto un rincorrere lampi spazi usciate ventate scogli impattati da queste cazzo d’onde una confusione verbale (mentale?) ho bisogno ho bisogno di spiazzarmi ma non abbocco alle mie finte, quindi
fammi azzannare il tarlo che marcia sui miei sentieri fammelo sbranare che dilaniare un tarlo che cosa da sballo penserai se pensare ancora fosse simulacro almeno dedicherei due sinapsi indipendenti alla memoria di ciò che un tempo scambiavo per gloria.
Lo spettro in agguato suona le corde, l’atmosfera è concorde nel decretare il riposo del guerriero; se almeno avessi combattuto sul velluto elencherei i miei vanti le mie medaglie i miei allori i miei furori incanalati allo scempio del nemico che dico che scrivo non mi è chiaro con questo spettro in agguato a suonare le corde con spente le luci buio mi riconduci a quando il terrore era nel passo incerto la cantonata una testata nelle tenebre chiamai quell’episodio e se mi rodo è perché la sento quest’aria forzata di pace quando invece è il momento, lo sento, d’imbracciare l’agone.
Immaginarsi reduci non è poi una cosa così strana: basta un po' di sensibilità, un po' di capacità visionaria e una certa logica, o magari buonsenso di credere alla propria visione, cosa che l'uomo moderno si guarda bene dal fare, così annichilito nel suo presente. Ma il poeta deve, almeno lui, trovare il coraggio di vedersi dal futuro, da quello spietato futuro che è creato dai calcoli dei "dati disponibili" nel presente. E così, il giudizio che viene dato a "quest'aria forzata di pace", dove l'accento va posto non su "pace", ma su "forzata", obbligata (ingiusta?) per il benessere, dove tutto deve correre via liscio e senza intoppi, senza "testate nelle tenebre", con la costruzione di verità necessarie, platealmente fittizie, a controbattere a quanto l'evidenza mostra tragicamente al giudizio dei sensi e dell'intelligenza. Il poeta non ci sta a questa logica e si sente un prurito alle mani, una (figurata?) voglia di menare e guerreggiare, di farsi Don Chichotte piuttosto che godere di questa pace cupa e infida, che a ben vedere meriterebbe un altro nome. La pace infatti, nella logica della nostra civiltà, significa un muro che divide due mondi, separato da chi per mestiere spala il guano e fa i lavori sporchi, anche lui per campare, paradossalmente. Dunque, si pone il la questione del senso di una identità poetante, il perché scrivere, il che cosa dire e se ne vale la pena. Tema che lascia ormai tre generazioni a porsi domande, da Auschwitz in poi, e più si procede più la domanda preme. Ma l'errore sarebbe quello, ci avverte il poeta, di mostrarsi soddisfatti di aver "combattuto la buona battaglia", di poter dire "l'avevo detto io", di poter esibire le proprie medaglie guadagnate "sul velluto".
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