Fabio Ciofi

                         Vagoni

 

 

 

 

 

Trenate di persone deportate

dal lavoro. Scuotono appena quel po’

di testa che rimane loro.

Sono scimmie addomesticate

siamo scimmie programmate che guardano

e non vedono cosa scorre nei finestrini

dello scomparto.

Passa ci passa quello che non abbiamo trattenuto

nei sogni, l’evento apparente frainteso reale…

non male davvero se l’emozione di questa frenata

d’emergenza non preludesse il disastro di qualche

coscienza intrappolata fra le carrozze sozze;

il colpo di tosse che riecheggia è il malumore

del poteva andarci peggio, passeggeri-bestiame

deprivati del senso di indegna compresenza.

 

Tutti in attesa della fermata che ipnotizza la giornata.

Tutti col pretesto di rientrare a casa presto.

Ognuno autoinganno meccanismo micidiale

del sonno profondo del dopocena che non riassume

la mera stanchezza, è rassegnazione psicocamuffata,

ovviamente. Per una decente continuazione della finzione

serve un inconscio accondiscendente, pronto a riprendere il vagone,

per coercizione.

 

La chiamata giusta forse per qualcuno c’è stata,

per altri nemmeno. Mi verrebbe da dire il fumo nero

del treno, la fuligginosa atmosfera di stazione.

 

 

Nota di G. Lucini

Non ha certo bisogno di parafrasi o di ermeneutiche questa poesia che, a differenza di quelle che io conosco dell'autore, si snoda come una riflessione, un appunto di taccuino, un racconto insomma, con la sua trama, i suoi personaggi, la sua struttura, nell'evidenza di un linguaggio esplicito e diretto, ingrugnito.  Qui neppure l'ironia che caratterizza gli scritti di Ciofi fa capolino, ma il tono è nero assoluto, convinto, kafkiano.  Forse la prima nota davvero interamente pessimista che abbia mai letto nelle poesie del nostro.  Un caso?  Non credo proprio, dato che il nostro autore si caratterizza, come credo abbiamo detto già in passato, per essere una specie di reagente, una cartina di tornasole di quel che accade nel sociale, nella vita di tutti i giorni.