Fabio Ciofi

Il tema

con perorazione di G. lucini

       

 

       

         

Perché attaccare in versi con un perché

non ha un perché. E’ come se

imitassi l’imitatore e non

l’imitato. E’ uno stato

di disgrazia che non sazia

e chi ringrazia ha oltrepassato

il discrimine e sono consapevole

di essere andato fuori tema:

è un mio problema evadere

senza essere rinchiuso.

Sono più escluso di quanto

si possa immaginare.

E’ un modo disarticolato di dire

sono nato per morire, avviato

per finire. E non so lenire

la predestinazione. La finzione

me ne avvalgo e vorrei

che questo mio volto da hidalgo

si conficcasse nel duro

sentimento del tempo. Invece

mi abbarbico alla menzogna

per non abdicare mi demando

compiti iniqui e innocui:

ti accorgi del mio vanverare

difensivo, che la miglior difesa

è l’accatto di una condizione

non vera alla atleta dopato

     

Sono il più criminale

degli incensurati - da ambo

i lati - e la mia perversione

geometrica si nutre del brivido

che mi dà pronunciare

parallelepipedo.

Sono il profeta dell’aldilà

del pepe e del sale,

uno che vale per quello

che gli altri credono che non è.

       

Un sorso di caffè d’orzo,

nell’ora che volge al delirio.

Hai gli occhi arrossati,

magari un po’ di collirio.

       

  

Perorazione - di G. Lucini

     

Questo “perché”, caro Fabio, retaggio della cultura ebraica, parola piccola piccola ma fondamento, la cui essenzialità non s’è mai compresa fino alle estreme conseguenze - così abituati, noi, a banalizzare tutti i perché, a non rispondervi, a ricacciarli dentro con un’alzata di spalle, e magari un moto di stizza, come si fa con i perché dei bambini - che anche da adulti a volte ci affiorano alle labbra...

Questo interrogare della poesia, che invece dovrebbe essere, a suo modo, una “risposta”, pur se provvisoria, soggettiva, perfino debole... Ed è invece la poesia che interroga il mondo, dall’angolo del suo inquieto stordimento che non gli consente di distinguere un senso, in questo magmatico brodo primordiale - o forse primitivo, ma meglio “selvaggio” - che è la civiltà della comunicazione-a-tutti-i-costi, dimentica del silenzio e dell’interrogazione, sempre pronta a esternare, richiamare, gridare, nel patetico spasimo di inventare memoria di sé, poi che memoria non ha d’altro...  Forse la poesia è la sola interrogazione possibile, il risveglio dell’èffeta, il perché del perché - forse che non sia così?

Ma non ci è dato sapere.  Troppo frastuono, troppe eco di mitraglie, troppi sanremi e avanspettacoli crassi in prima serata, che ci seppelliranno con una risata...

Ci rimane solo questo “modo disarticolato di dire / sono nato per morire, avviato / per finire”.  Solo una canzone di morte resta ormai alla poesia, poi che la morte fu cacciata dalle stanze buone del nostro tempo, ma non fa che girare per cantine e per solai ogni notte, ogni pomeriggio di vento...  Ci rimane, almeno, questa possibilità, ci rimane la parola?  Ci rimarrà almeno il silenzio?  Ci rimarrà un angolo di notte in cui poter figgere lo sguardo senza che una lama lo trafigga?  Una zolla di terra che ancora sia terra, sulla quale poter avvertire che il piede ancora sorregge?

Neppure il poeta ha ormai più risposte, ma solo foglie secche su cui scrive con inchiostro simpatico le sue sentenze; scrive per poi buttarle al vento, in quel vento di voci che gridano tutte insieme e sempre e ossessive - ogni orchestra suonando per sé, e più di tutte l’orchestra dell’odio...

A noi spetta trovare una via d’uscita, un altro mondo che sia in questo mondo e sia ancora libero, non occupato dalle truppe del niente, o saremo profeti “del pepe e del sale”, gente che vale un valore virtuale...