|
Il tema
con perorazione di G. lucini
Perché attaccare in versi con un perché non ha un perché. E’ come se imitassi l’imitatore e non l’imitato. E’ uno stato di disgrazia che non sazia e chi ringrazia ha oltrepassato il discrimine e sono consapevole di essere andato fuori tema: è un mio problema evadere senza essere rinchiuso. Sono più escluso di quanto si possa immaginare. E’ un modo disarticolato di dire sono nato per morire, avviato per finire. E non so lenire la predestinazione. La finzione me ne avvalgo e vorrei che questo mio volto da hidalgo si conficcasse nel duro sentimento del tempo. Invece mi abbarbico alla menzogna per non abdicare mi demando compiti iniqui e innocui: ti accorgi del mio vanverare difensivo, che la miglior difesa è l’accatto di una condizione non vera alla atleta dopato
Sono il più criminale degli incensurati - da ambo i lati - e la mia perversione geometrica si nutre del brivido che mi dà pronunciare parallelepipedo. Sono il profeta dell’aldilà del pepe e del sale, uno che vale per quello che gli altri credono che non è.
Un sorso di caffè d’orzo, nell’ora che volge al delirio. Hai gli occhi arrossati, magari un po’ di collirio.
Perorazione - di G. Lucini
Questo “perché”, caro Fabio, retaggio della cultura ebraica, parola piccola piccola ma fondamento, la cui essenzialità non s’è mai compresa fino alle estreme conseguenze - così abituati, noi, a banalizzare tutti i perché, a non rispondervi, a ricacciarli dentro con un’alzata di spalle, e magari un moto di stizza, come si fa con i perché dei bambini - che anche da adulti a volte ci affiorano alle labbra... Questo interrogare della poesia, che invece dovrebbe essere, a suo modo, una “risposta”, pur se provvisoria, soggettiva, perfino debole... Ed è invece la poesia che interroga il mondo, dall’angolo del suo inquieto stordimento che non gli consente di distinguere un senso, in questo magmatico brodo primordiale - o forse primitivo, ma meglio “selvaggio” - che è la civiltà della comunicazione-a-tutti-i-costi, dimentica del silenzio e dell’interrogazione, sempre pronta a esternare, richiamare, gridare, nel patetico spasimo di inventare memoria di sé, poi che memoria non ha d’altro... Forse la poesia è la sola interrogazione possibile, il risveglio dell’èffeta, il perché del perché - forse che non sia così? Ma non ci è dato sapere. Troppo frastuono, troppe eco di mitraglie, troppi sanremi e avanspettacoli crassi in prima serata, che ci seppelliranno con una risata... Ci rimane solo questo “modo disarticolato di dire / sono nato per morire, avviato / per finire”. Solo una canzone di morte resta ormai alla poesia, poi che la morte fu cacciata dalle stanze buone del nostro tempo, ma non fa che girare per cantine e per solai ogni notte, ogni pomeriggio di vento... Ci rimane, almeno, questa possibilità, ci rimane la parola? Ci rimarrà almeno il silenzio? Ci rimarrà un angolo di notte in cui poter figgere lo sguardo senza che una lama lo trafigga? Una zolla di terra che ancora sia terra, sulla quale poter avvertire che il piede ancora sorregge? Neppure il poeta ha ormai più risposte, ma solo foglie secche su cui scrive con inchiostro simpatico le sue sentenze; scrive per poi buttarle al vento, in quel vento di voci che gridano tutte insieme e sempre e ossessive - ogni orchestra suonando per sé, e più di tutte l’orchestra dell’odio... A noi spetta trovare una via d’uscita, un altro mondo che sia in questo mondo e sia ancora libero, non occupato dalle truppe del niente, o saremo profeti “del pepe e del sale”, gente che vale un valore virtuale...
|