Domenico CIPRIANO

 

 

 

 

 

Domenico Cipriano è nato nel 1970 in alta Irpinia, a Guardia Lombardi, in provincia di Avellino.

Per la sua poesia ha ottenuto numerosi riconoscimenti: vincitore del premio LERICI-PEA 1999,  finalista al premio PENNE nel 1999,  nonché segnalato al premio Lorenzo MONTANO 1999,  ed ha pubblicato la sezione NEL GIARDINO DI VETRO nell’antologia della poesia inedita OSSI DI SEPPIA nel 1997, quale premio dell’omonimo concorso di poesia del comune di Taggia (Imperia).

Jazzofilo, ama legare un “commento musicale” chiamato “Guida all’ascolto” alle sue sezioni poetiche.

Ha pubblicato, nel gennaio 2000, il libro dal titolo: IL CONTINENTE PERSO, edito da Fermenti (Roma), con introduzione di Plinio Perilli e nota del musicista jazz Paolo Fresu.  E’ uscito in giugno 2001 il testo L’ASSENZA per i tipi di Pulcinoelefante (in 33 copie) con foto di Enzo Eric Toccaceli.

Con questo libro d’esordio ha vinto il premio CAMAIORE (Proposta) 2000 ed è stato segnalato al premio Eugenio MONTALE 2000.

E’ presente, con poesie o recensioni, su antologie di premi e riviste cartacee quali, Pagine, La Clessidra, Forum Italicum, Hyria, Mito, Gradiva, Atelier, ecc., sulle riviste telematiche: Rubicondo On-Line di Silvia Tessitore, Poetry Wave, Testi inediti e Sinestesie (a cui collabora).

Ha aderito al progetto Bunker Poetico di Marco Nereo Rotelli, della 49° Biennale di Venezia.

E’ citato nelle antologie del ‘900 “MELODIE DELLA TERRA” (a cura di Plinio Perilli) edita da Crocetti (Milano) e nell’antologia “L’ALTRO NOVECENTO vol.V: LA POESIA MERIDIONALE E INSULARE” (a cura di Vittoriano Esposito) edita da Bastogi (Foggia).

e-mail: dcipriano@tiscalinet.it

 

Introduzione a Il continente perso

a cura di

PLINIO PERILLI

 

È stato precisamente Eliot, e fin dagli anni '30, a dire parole autenticamente decisive e anticonformiste circa "l'uso della poesia", che, appunto, varia "con il mutare della società, così come cambia il pubblico cui ci si deve rivolgere". Ancor più, il grandissimo autore della Terra desolata e dei Quattro quartetti ribadisce che "la poesia ha da imparare dalla prosa quanto ha da imparare da altra poesia: e penso che un'azione reciproca fra prosa e poesia, come l'azione reciproca fra linguaggio e linguaggio" - prosegue il lirico e critico - "sia una condizione di vitalità in letteratura". Questa squisita o talvolta impertinente condizione di vitalità ha attraversato e ancor più sommosso un po' tutta la poesia, e soprattutto l'agire e il sentire poetico, dei decenni successivi, se è vero come è vero che Jack Kerouac propugnava od orchestrava nelle e colle sue poesie beat "una specie di poesia vecchia-nuova, una poesia Zen e folle, che ti permette di scrivere qualsiasi cosa ti passi per la testa al momento, una poesia che torna alle origini, al bardo fanciullo, veramente ORALE come ha detto Ferlinghetti, invece delle fumisterie dei grigi accademici"…

E lo stesso Kerouac, nei 12 cori di Desolation Blues, mette orgogliosamente e caleidoscopicamente in pratica questa voglia di nuove estetiche, aggiornate e liberate poetiche che clamorosamente possono - anzi debbono - essere avvicinate a quelle che ancora anelano, ma anche surrogano, il rapporto fra poesia e musica: "L'ideale, come in Campion e Nashe, è una serie di immagini rapide, le catene di immagini lampeggianti di Dylan"… "Sogni" - aggiungeva il loro amico e sodale Gregory Corso - "che una volta mi balzavano luminosi dal cuore come faville guizzate dalla mola di un affilatore selaggio ora non più guizzanti".

A tutto questo, e molto altro ancora, pensavo leggendo questo libro d'esordio di Domenico Cipriano, poeta avellinese ancora giovanissimo, che riesce perfettamente a tenere in equilibrio, nella sua lirica, la mistura di prosa e quella di poesia, la radicalità linguistica e questa voglia concreta di canto, voglia d'una poesia da cantare. Libro di formazione, in visibile e continua crescita, ora ben metabolizzata tra verve sbarazzina e alienazione metafisica, controllo mass-mediologico e desiderio immenso d'abbandonarsi a una poesia nuova che nasca proprio trasgredendo a sé stessa, e salvi l'elegia, l'unica oggi possibile, proprio in uno strutturato gioco di dissonanze, o comunque performances che certo non sono solo interiori. E lo stile, se così è lecito esprimerlo, tracima di purgatoriale, irrisolvibile realtà, che distilla nel poeta e dal poeta, i succhi d'una volitiva ed ormai azzerata, accordata prosa di realtà:

 

        Guarda la città, le sue luci confondono la notte,

        amore, a quale amore somiglia il pensiero?

        Musicista mancato, nelle note calpesto le parole

        che confusione, le luci deragliano sul mare:

        malinconia di non essere altrove.

 

Sempre, nella poesia ancora fruttuosamente fresca e immediata di Cipriano, il dato formale, la qualità stilistica, la perizia intellettuale, sottendono ad una forte e sincera cognizione della realtà. Così ogni gaia "illuminazione" o aspro nodo della sua giovinezza, gli dettano meditazioni assorte o febbrili, pacificate o irruenti, ironiche o desolate, sugli ingranaggi sterili o appassionati del vivere. Come una colonna sonora, un leit-motiv peraltro non solo musicale, ma di accanita cantabilità pur nel malessere, di scanzonato esorcismo contro ogni alienazione, il jazz intride e solfeggia queste liriche, configurando una vera jam session insieme generazionale e poliedrica, progettuale e destrutturata fra impegno sincero e giocosa ispirazione, Musa/fanciulla post-moderna e altera d'emancipazione, monella che sbeffeggia e innamora il rapporto: "Ognuno ha il suo mondo /impiastrato. / Ognuno è vuoto / quando manca l'amore"…

Fra irredimibili, sane ansie generazionali ("Siamo la generazione del cambiamento"), e perenne, frustrata voglia di progresso ("Passano ore vuote / nell'orologio della vita"), Domenico dichiara alle sue amiche o ragazze (dieci, anzi vent'anni dopo le Ragazze italiane cantate e archiviate dal sottoscritto!), tutta la dedizione che l'età insegue o chiede, tradisce o inopinatamente si ritrova in dono: "Ti vedo a matita / in stanze di giada / sei isola da esplorare / vitale e intricata"; "Amicizia, perdono strappato all'inganno / fungo scrostato all'albero maturo"; dall'umile e amabilissima "Ragazza Cynzia": "Rifugio ti ho offerto in parole / colano dagli occhi rimmel di stanchezza / capelli arruffati lotta dell'amore perso / sono qui chiedo cioccolato e baci / tremante nel tuo volto terso", fino all'essenziale dichiarazione d'amore racchiusa nella dedica del libro: "all'amore: Maria Carmela".

Cioccolato e baci, ma anche tanta, indicibile voglia d'amore e rapporto di quotidiano e di Futuro… E' allora questo, il vero, forse dimesso, più quieto volto d'una generazione che ha eletto Jovannotti, ex rapper demenziale, a suo profeta ballatista e cadenzato, fra Buddha e globalizzazione, un libro di Hesse o Chatwin e Il grande boh!, in attesa di rivoluzioni improponibili, mentre il Dio Mercato governa indisturbato il mondo, e la notizia più importante nelle civiltà occidentali di fine millennio sembra essere proprio e sempre più il listino borsistico?… In un periodo in cui la poesia sembra più relegata e riciclata negli spettacolini "rave", che nelle antologie iniziatiche e settoriali…

Fra moralismo laico e caparbio ammonimento esistenziale (quanto c'entra, anche la poesia, col "training autogeno"?), la città gli appare, più che ardua, inconcludente, trafficata di mode e insolenze: "La città è nucleo vivo / gente passa, mi rilasso / cerco un nesso tra vita / e progresso"… A questo punto la Musica è la più fida compagna, d'allegria o solitudine, e come pochi Domenico Cipriano dà carne e sentimento agli strumenti, mitizza cantanti e musicisti con la stupefatta ammirazione e l'insondabile auto ironia che solo la Giovinezza può corteggiare e proclamare: "È permesso solo al sax / capire il tuo tormento. / Tu conosci Iddio e lo cerchi dentro" (a David Murray); "Batte i 4/4 (quattro quarti) / il batterista esistenzialista / inghiotte soffocato il malore / sassofono incollato stilla sudore"…

Così, anche questo suo primo libro - o forse l'idea stessa odierna e affettuosa della poesia - si vincola o si libera in un viaggio come ininterrotto approdo interiore:

 

Col viaggio mi fingo ombra

per segnare passaggi nel tempo

senza traccia neppure accennata

essenza visibile nell'istante, dubbio

di essere apparso, o essere un falso.

 

Mentre per ogni giovane poeta, l'unica cosa sempre vera e doverosa, resta sempre la poesia, nel dinamico, imperscrutabile ma languido rito della Giovinezza. E l'unica cosa mai falsa o artefatta, resta l'amore. Quello per la sua terra d'origine, l'alta Irpinia ("Sulle mie montagne / c'è il mare"…); ma soprattutto l'Amore di Eros, sì proprio il dio con l'arco e le freccette! Domenico sa che l'amore è sempre uguale e di moda, perché sempre esclude o irride le mode, ed identicamente riaccade e riappartiene a tutti, ci addolora o seduce all'unìsono:

 

Amore, non credo

nell'economia di scala

nella produzione di massa

per questo è una

la rosa che ti dono

perché si è in un solo modo

per ognuno.

 

E cosa importa se, al tempo di Internet, l'Amore naviga in rete o si scrivono versi fra la tastiera o lo schermo del computer ("Ti penso a pixel uniti / caratteri neri in display, / Amore telematico")? Conta che sia davvero l'amore, che, reale o affabulato dalla lirica prosa della vita, navigare e viaggiare ci faccia il cuore, e prepari il Futuro con la pazienza, l'estro e l'orecchio d'un "minimalismo" assoluto, d'un frammento già incarnato e fosforescente d'eterno, quasi un gesto caro della mente, un appagato coraggio del pensiero che si scruta nudo, leale, e si riveste in poesia:

 

Il minimalismo delle cose

è mondo continuo e ciclico ritorno

sorveglia l'ombra e il suo cammino

disegna in terra invariabile destino.

 

Roma, Gennaio 2000

 

 

POESIE tratte dalle sezioni  da: IL CONTINENTE PERSO (Fermenti, 2000)

Con prefazione di Plinio Perilli e nota del musicista Paolo FRESU.

 

 

Abbiamo vite complesse

per questo resteremo soli

consapevoli dell’umana incomprensione

tiranni di noi stessi

campane al vento confuso

recluso tra anime folte.

 

Giriamo rudi capanni

tra eterni girasoli

chiudono gli occhi a sera

campanule tra rovi.

 

 *****

 

Il figlio di mia cugina

non conosce il vinile

non ha visto la differenza

tra analogico e digitale.

Viaggia alla velocità

dei computer, noi naviganti

tra immense correnti

siamo il punto di sutura

tra due modi di pensare:

il reale e il virtuale.

 

 *****

 

Viviamo anni di spettacolo

centomila luci solo un flauto.

Rauca voce incanta

nella luce che abbaglia: l’eccesso

punto di partenza e riflesso.

 

Sgattaiolo tra foglie, ai piedi

cocci di specchio ricomposti

meditabondi in un secchio:

sgomitolo una vita perfetta

ne guardo l’animo o l’aspetto?

 

Proiezione del càtodo

dell’immagine, di cui

sono un pezzo, fragile.

(dalla sezione: L’Ira della notte)

 

 *****

 

L’equazione del tempo

 

       Se l’equazione ha origine col tempo

       è ha l’uomo come centro

dire che l’uomo ha nemico il tempo

       è come se in me nemico sento.

 

Dunque l’equazione è risolta!

 

 *****

 

Passano ore vuote

nell’orologio della vita,

sotto il bianco soffitto

che osserva animi

fermi al parcheggio.

Chiede perché il tempo

come senza valore, ti è sottratto

per la patria inesistente.

 

(da: Il Manifesto dei Poeti Irpini 1997)

 

                       (dalla sezione: l’equazione del tempo)

                       

*****

 

                                   (a Giorgio Caproni)

 

La rosa, Annina

il treno a destinazione

l’erba, la terra

la bestia che ci serra.

Sono uomo relitto

con la fiammella nella mente

chiudo il cancello

-resto solo nel cuore-

tremo notti e mattini segretamente.

Mi sento figlio

illegittimo di Caproni

ne colgo il respiro

i suoni.

 

                                   (dalla sezione: dediche)

 

******

 

Col viaggio mi fingo ombra

per segnare passaggi nel tempo

senza traccia neppure accennata,

essenza visibile nell’istante, dubbio

di essere apparso, o essere un falso.

 

                                  

 

    ****

 

Devo cercare alcuni sogni

prima che il cielo mi porti altrove.

Solcherò montagne di Norvegia

scaverò tra vicoli di Lisbona

per trovare il passato che mi porto dentro,

l’animale che dal ventre preme,

ostacolato dalla vita che comanda

non mi lascia libero il sentiero.

 

                       (dalla sezione: Appunti di viaggio)

 

*****

 

Sulle mie montagne

c’è il mare.

Lo guardo appoggiando

l’ombra a un palo.

Sempre tempestoso

riflette gli animi

di questa gente.

Chi vive lì sotto

vede fosche giornate

ripetersi, inutili,

senza sogni, né

speranza di cambiare.

 

Siamo pochi

rimasti a guardare

questo mare.

Scompare

a Mezzogiorno,

quando la bassa marea

assorbe le sue nuvole.

 

 *****

 

Se ti abbandonerò

non è per il tuo odore umido

di terra a novembre

ma per l’odio giallo delle fronde

sul tuo costato di roccia chiara.

 

Animali da fieno

battono zoccoli duri

sulla tua pietra bianca,

il cuore spoglio tutto l’anno

del geranio disarma

mi rende estraneo.

 

*****

 

Le ginestre

 

L’anima di questa gente

gusta ancora

odio vile di ginestre

aggrappate fronde

del paesaggio rupestre.

 

Intreccia lento il cesto

nemico del germoglio

fiore incolto, giallo

di malinconia.

 

                       (dalla sezione: terra a novembre)

 

 *****

 

Amore, non credo

nell’economia di scala

nella produzione di massa

per questo è una

la rosa che ti dono

perché si è in un solo modo

per ognuno.

 

 *****

 

Si raccolgono i pensieri

nel punto di flesso

di una normale di Gauss,

mi accingo ad aggrapparmi

al valore massimo

e la campana si appiattisce

in standardizzata indipendente,

e tu, romantico passato,

non vieni a dirmi niente?

 

 *****

 

Coccinell@

 

Ti penso con pixel uniti

caratteri neri in display,

Amore telematico, custodito

nella posta virtuale.

Hai occhi furbi racchiusi

in due punti, sorriso

di grazia è parentesi tonda,

leggi presto il messaggio

(contiene un bacio

stampato sul video)

toccalo con le tue labbra

dagli il sapore, la vita.

 

(dalla sezione: Le tue grazie)

 

 *****

  

 La ragazza Cynzia (parte I)

 

Ti ho scovata tra cartoni in vendita

il sorriso cangiante cerbiatta

t’imbroncia lievemente il labbro

il sonoro soppiatto di scontrino

trilla la maldicenza ai conti:

 

non tornano per le scatole sugose

del pomodoro stampato d’alluminio.

Nello sguardo colgo la primizia

anticipo trascritto nel biglietto

firma e nome educazione traluce

 

dal grazie che affidi allo scontrino

ricevuta di un saluto. Sei abile letizia

affaticata sopporti catena del dolore

armonia nel vago abbandonare

nel tramonto lo sconforto: cerchi altro!

 

Rifugio ti ho offerto in parole

colano dagli occhi rimmel di stanchezza

capelli arruffati lotta dell’amore perso

sono qui chiedo cioccolato e baci

tremante nel tuo volto terso.

 

(dalla sezione: La ragazza Cynzia)

 

 *****

 

Il minimalismo delle cose

è mondo continuo e ciclico ritorno

sorveglia l’ombra e il suo cammino

disegna in terra invariabile destino.

 

La morte per chi muore

giunge minimale anch’essa

vuota d’ogni umana comprensione

disegno ripetitivo e naturale

invariabile conseguenza

del giorno-notte-giorno

  

 *****

  

Siamo solo foglie

con una vita appena, irripetibile

con minimali cambi

eredi di natura. L’albero

ricambia al tempo ancora foglie

e l’animale il pelo, l’uomo

ripetutamente raccoglie sogni

a cui il tempo muta nome.

 

 *****

  

Non credo all’anima

nel destino, all’aceto

che si muta in vino.

L’incontro avviene

per ciclico ritorno

sulle proprie tracce

lasciate lungo il giorno.

La candela si spegne all’acqua

prima che s’adagi

ai bordi del viale

non per sfortuna: sappiamo

che rugiada minimale

nel mattino la foglia dona.

  

(dalla sezione: Minimalismi)

 

 *****

 

Batte i 4/4 (quattro quarti)

il batterista esistenzialista

inghiotte soffocato il malore

sassofono incollato stilla sudore

ritmo di algoritmo

7/8 (sette ottavi) accelerato

tromba macrobiotica rinata

il tom  ha volto tumefatto

colpi sordi agli anni ingordi

rapsodia multietnica shakerata

gronda note esasperate.

  

 *****

 

Si addossa al corpo del basso

e passa dal tocco all’abbraccio

nella nota che è un laccio:

lega la mente alla forma sinuosa

di donna in ginocchio virtuosa

in posa di sposa all’altare

o in erotica presa a domare

appare la musa ricama la musica

madide braccia proteggono

nel gesto affettuoso e carnale

il suono evocato da amplesso

mentale.

 

 *****

  

                                   (ad Enzo Orefice)

 

L’assolo gioca strabiliato

la granularità del fiato

canto orfico notturno

vacilla dallo stereo d’auto

del pianista sfiancato taciturno

nel triste viaggio di ritorno

al giaciglio svuotato dal successo

della sera trionfante scorsa

tra danzanti mani vibranti

ossute o corpulenti di gloria:

ribaltate le luci riecco la storia

(morte da mutare in vita

esistenza presenza sbiadita)

circonda gemme di gerani

è vero Pagliarani?

  

(dalla sezione: Free Jazz)

 

POESIE INEDITE – alcune pubblicate su riviste

 

 *****

 

Ti scrivo un rigo di luce

per raccontarti di queste sere

in cui rapisco i tuoi sguardi

che si intrufolano tra le parole.

Si mescolano tra le persone

che ispezionano ogni carezza

i baci rubati alla credenza

della nostra legittima tenerezza.

 

 *****

 

Controllo i movimenti,

i gesti della mano, la forma

dell’inchiostro, evitando

che propaghi lo scrosciare

sciatto di parole. Ogni sillaba

nello spazio delineato, un’auto

parcheggiata tra le linee

mai una sosta in doppia fila.

Rifiuto di lasciare incustodito

il verso, la ruota accavallata

al marciapiede, quasi ci fosse

un vigile in agguato, il timore

di essere multato.

 *****

 

I rami sono pigri e riflettono

la coscienza della gente, sono tutti

intirizziti al vento e appaiono tristi

si lamentano del freddo -prima del caldo-

della solitudine e della noia, ma il fascino

è nel silenzio che ci riporta a pensare,

forse per questo per molti è fastidioso

asciugare le lacrime che ci bagnano dentro

come il gocciolare della cantina, l’umidità

utile per conservare fresco il vino.

 

(dalla sezione inedita: In paese)

 *****

 

Chiocciolin@

  

Sillabando al cellulare il tuo volto

bruni colano riccioli sul collo

ho l’aspetto deriso ripreso più volte

 

indeciso stravolto nell’attimo in cui

tasti neri si adattano ai versi trascritti.

Tastiera senz’anima riflette il contatto

 

dei polpastrelli: gioie del tatto vorrei

trasmettere alla tua pelle al viso scontroso

in quest’ora nel letto sicuro col ciglio irato

 

in lenzuola. Rabbiosa guardami ancora

una volta nelle foto e il tuo orgoglio

Amore dono non ti accorgi se fremo

 

ansioso in città. Risoluta non vedi: ti chiedo

ancora d’amarmi parole non bastano

voglio i tuoi baci cercati al suono di scuse

 

sberleffi tremanti nei tasti e la voce. Mi arrendi

coi tuoi voltafaccia mentre t’amo dal cuore

e non scrivo parole.

 

(dalla sezione inedita: Terzine per Maria Carmela)

 

POESIE ACCOLTE NEL “BUNKER POETICO”

 

Non c’è doppio scindibile

e distante, è onnipresente

nell’indicibile assenza: l’insieme

è sostanza. Il replicante cola

graffiato dalla scrittura

si chiude nella stanza

e ripercorre l’assenza

consapevolmente, sibilo

ancestrale della nostra mente.

 

(dalla sezione inedita: L’assenza)