Claudio Damiani,

     

Eroi, 

       

Fazi, Roma, 2000

 

Nota di Adriano Napoli

     

 

      

    

       

       

Le precedenti raccolte poetiche di Damiani si caratterizzano, fin dal titolo, per l’emergenza di nomi–simbolo capaci di evocare luoghi significativi in cui è venuta maturando l’esperienza, e soprattutto la memoria piena di invenzione e di desiderio di questo poeta. E’ il caso di Fraturno(1987), nome che evoca un lago della Sabina scoperto da Damiani durante una delle sue escursioni, e dieci anni più tardi de La Miniera (il padre, originario dell’isola d’Elba, era responsabile di un centro minerario in Puglia, e in questo paesaggio Damiani è venuto alla luce e ha vissuto i suoi primi anni di vita). La nuova raccolta, Eroi, non lascia trasparire immediatamente, ma solo dopo una lenta e progressiva emersione, il luogo nel contempo reale e simbolico che sovraintende al dettato di questo squisito, sorprendente dialogo in versi. Il luogo è l’Elba, l’isola del Tirreno, come detto terra natale del padre, ma anche del nonno e degli antenati del poeta. E’ patria innanzitutto, e quindi un luogo reale, esplorato nei suoi dossi, colline, nei suoi alberi, tra le viuzze più anguste, i caffè di piazza, le case dei parenti, ed ognuno di questi luoghi porta con sé un aroma, uno stimma inequivocabile, una parola remota che riaffiora alla memoria e innesca il dialogo con il “Sempre” (titolo di una lirica e di un’intera sezione del libro), e con “un tempo che io non c’ero” (pag. 20).

E’ anche, l’Elba, un luogo simbolico, in cui l’evidenza delle cose, degli oggetti lasciano il posto a persone (D. Piccini, Letture, 1 aprile 2001, pag. 48), creature per lo più ancora imberbi (i due figli del poeta) integre e purtuttavia precarie nella loro infanzia, mentre la coscienza del poeta sospesa a precipizio sul tempo, che apre voragini incommensurabili dando voce ad un’inquietudine cosmica, ne riassume l’intera esistenza fino al momento temuto e misterioso del distacco. L’Elba però è prima di tutto un’isola, e si dà il caso che ogni isola porti nel grembo il paradosso di essere assoluta, sciolta dalla terra nell’abbraccio del mare, eppure nel contempo onnicomprensiva, oscuramente terrena. Questo libro di Damiani è anch’esso un’isola, e dell’isola condivide il paradossale destino. In questo frammento di terra strappato eppure solidale con la terra s’incontrano e si fondono gli elementi: l’acqua del mare con i suoi abbracci mortali, il fuoco degli eucalipti, la terra percorsa con furioso amore dal poeta “a volte camminando un poco più veloce / a volte accarezzando un arbusto / o a volte fermandosi a mirare qualcosa” (pag. 27), e l’aria che annuncia la distanza di un cielo che fa pensare struggentemente ai legami terreni.

Sopra ogni cosa regna spietata e nel contempo necessaria la legge della metamorfosi che lega i paesaggi alle creature, e si riflette nel ciclo di crescita dei figli, che verranno un giorno (“Ma per quanta terra potrà frammettersi fra noi / tu sempre a me ritornerai / cercherai la strada di tuo padre / e sempre la ritroverai / così adesso io penso a mio padre”…pag. 21, ma si veda la poesia proemiale e tutta la sezione inaugurale) sulla tomba del padre prima di scendere loro stessi, vegliati da altri figli, in un regno sconosciuto ove però non mancheranno gli alberi: “ E come potremo / stare senza gli alberi?” (pag. 69). La morte è il motivo dominante di queste poesie, il lievito della loro felicità espressiva; la tomba del padre presso cui sostano i figli è immagine platealmente pascoliana, ma il sentimento e lo stile di questo trasparente colloquio con i morti, anche se fino ad un certo punto è vero che in questa raccolta rispetto alle precedenti il poeta “si astiene dalle marche letterarie più patenti” (D. Piccini, cit. , pag. 47), attinge al sostrato di una civiltà pagana che rispecchiandosi negli autori latini cari a Damiani ne influenza la metrica quantitativa da poesia epica (sia pure un epos qui volutamente antieroico, o meglio circoscritto a quell’unico, tremendo “atto eroico che è la vita”, pag. 58), la visione di una natura antropomorfica popolata di fiumi con cui l’autore si intrattiene a parlare da epoche remote (si veda la composizione di pag. 29), l’imminenza di una morte che sovrasta come un’ombra carnale, tanto dolce e paziente da condurre sulla soglia del sogno, il luogo deputato alle iniziazioni per gli antichi: il luogo in cui i morti tornano visibili anche se impalpabili, disposti a dialogare con i vivi e a condurli nell'oscurità dell'origine, alle foci del tempo. Il dialogo incessante con i morti ha come teatro la luce del mondo, i colori e i chiarori dell’isola, e in questo dialogo con la morte fatto in prossimità della vita si afferma la radice di un amore tenero, per l’appunto mortale, che lascia nei versi un’imminenza di precarietà e di angoscia (viene da pensare a un sentimento ambivalente e ambiguo tanto presente nell’opera poetica di Attilio Bertolucci) ma anche di ingenua felicità.

Abbiamo detto “ingenua”, pensando alla gradazione della lingua “antica, chiara e assoluta”(A. Donati, Il Giorno, 18 dicembre 2000) di questa poesia “che fa quasi male per quanto è vera” (M. Lodoli, La Repubblica, 31 dicembre 2000), alle parole che il poeta riesce a tenere “accanto alle cose” (Lodoli, cit. ). Non appare azzardato questo aggettivo, preso nel suo senso primitivo, etimologico, per rilevare la matrice di un simile linguaggio poetico non estraneo (anche se capace sapientemente di rifiorire senza tentazioni di manierismi o sperimentalismi nella voce di Damiani) all’eterno, classico, fluido mormorio degli “oggetti eterni” petrarcheschi, come li definiva Contini, che nella loro trasparenza si fanno misura e risonanza di un mistero radicato nelle cose, che le ravviva e le colora di echi e vertigini, così vere e semplici da risuonare come la voce di un bambino che insistentemente domanda.