La poesia e la maschera

 

Nota sulla poesia di Mario Desiati

 

di Gianmario lucini

 

 

 

 

 

 

 

La poesia di Mario Desiati ha una caratteristica peculiare quella di essere una poesia profondamente soggettiva e insieme corale.  In questa prima silloge (una seconda silloge verrà inserita in Poiein più oltre) tratta da Pensare dietro una maschera di parole, la prima parte di una raccolta di oltre 50 testi dal titolo ideale di Agrimensore, il poeta si presenta - usando una serie di accorgimenti, allusioni, metafore – al lettore (specie nelle prime poesie) e nello stesso tempo sembra voler presentare il lettore a se stesso.  Quando un poeta mostra di sé l’io più intimo, mettendolo in un “cubo di vetro” per “scagliarlo contro il lettore”, come dichiara Desiati stesso nella sua breve premessa, compie un gesto che il lettore non può evitare, lo pro-voca e lo coinvolge in un vissuto poetico che è insieme personale e collettivo.  Già altri poeti che abbiamo presentato (ad esempio Fabio Ciofi o lo stesso Gianni d’Elia che l’autore cita in calce alla sua prima lirica), intendono la poesia, il ruolo della poesia (se di “ruolo” si può parlare, intendendo comunque in senso di tale parola slegato da un fine sociale), o una delle sue caratteristiche ontologiche, in questo modo, e, come sempre abbiamo avuto modo di sottolineare, questo aspetto ci sembra la caratteristica più genuina e più rivoluzionaria, più resistente alle pressioni indebite che la cultura di massa esercita sulla poesia.  Questo giovane autore ci sembra ben consapevole della necessità di dire un sé-stesso chiaro e senza maschera, e per questo lo ammiriamo.

Ma, “pensare dietro la maschera di parole”, al di là di un atteggiamento (peraltro vissuto in maniera convinta e radicale), da un punto di vista dell’atto poetico, va soppesato nel suo significato profondo.  “Pensare”, per prima cosa: qui troviamo una poesia che “pensa”, smentendo clamorosamente coloro che sostengono l’impossibilità o quanto meno l’inopportunità del “pensare” per il poeta, che a loro modo di vedere dovrebbe limitarsi ad esprimere generiche “emozioni” o “sentimenti” o anche “sensazioni” o intuizioni “prelogiche”, lasciando al critico o al filosofo il compito di collocare questo materiale “primordiale” e spontaneo, nell’alveo del pensiero razionale, dalla parafrasi alla sistematizzazione nell’ambito di qualche particolare filone culturale etichettato (vien da dire: diagnosticato).

Mi pare che Desiati, con questo suo titolo “pensare”, esprima una consapevole dichiarazione di ostilità a questo modo di vivere al poesia, ed esprima qui una autentica e matura soggettività (che poi è la vera soggettività che dovrebbe esprimere un artista, contrapponendola ad un soggettivismo individualista che si rinchiude nel monologo o, peggio, nel delirio solipsistico, gratificato da questa impenetrabilità narcisistica che la fresconeria di molti critici giustifica con i molti “–ismi”, ossia il prontuario diagnostico di chi intende l’arte come un’abilità esteriore, un fatto solo estetico e non anche etico).

La seconda parola chiave è “maschera di parole”.  Se riflettiamo sul termine “maschera” non possiamo che pensare a Nietzsche (rammentiamo qui il bel saggio, ormai lontano nel tempo, di Gianni Vattimo, Il soggetto e la maschera, che analizza molto bene questo aspetto del “mascheramento”che è anche un archetipo della cultura popolare trasposto nelle categorie della cultura dotta).  Nietzsche, nelle sue opere, ha attaccato molto duramente la falsità e il perbenismo della morale doppia della cultura del tempo, in opere come Genealogia della morale o Umano, troppo umano, dimostrando che esiste una schizofrenia fra cultura e vita, fra coscienza e atto, fra etica dichiarata ed etica agita.  Il nostro giovane autore sembra esprimere gli stessi concetti, e a ragione perché, anche a nostro avviso, non molto è cambiato, se non in peggio, per questi aspetti, dai tempi di Nietzsche ai nostri tempi.

Queste le intenzioni, anche se, con altrettanta consapevolezza, Desiati individua i limiti di questa denuncia:

 

L'anima è un limite

come la grammatica

arida deride

lo scrittore che la sbraita.

 

Niente toni profetici, niente atteggiamenti vatici o moraleggianti: il compito del poeta è quello di cantare la vita, consapevole di essere al tempo stesso il bene e la negazione del bene, il giudice e l’imputato.  Il poeta deve dire con fiducia e con naturalezza la vita, smascherando le forzature.  Se non rinuncia a questa maschera, la poesia assume un tono sospetto, di chi non cerca la sua verità, ma una verità che ha uno scopo, che serve a qualcosa.

Non vogliamo oltre dilungarci (siamo su Internet, il villaggio globale della fretta...) perché avremo occasione di parlare di nuovo di questo poeta.  Ci limitiamo a sottolineare la raffinatezza del suo linguaggio (ne parleremo) e la spontaneità dell’ispirazione.  Come a dire: la vera spontaneità sta nell’essere quello che si è.

 

G. Lucini, 26 .09.2001

Su Mario Desiati vedi inoltre Neppure quando è notte - di Fabio Ciofi 

 

Nota Biografica.

Mario Desiati ha 24 anni. Ha pubblicato su Specchio, Poesia, Medimage e anche sul volume I Poeti di Vent'anni a cura di Mario Santagostini e Maurizio Cucchi. Un commento alla sua bella poesia, Luglio italiano, apparirà sul prossimo numero di www.pseudolo.it (al momento in elaborazione).

 

Nota introduttiva dell’autore

Agrimensore è Josef K., il protagonista de Il Castello di Franz Kafka, in tedesco si dice Land-weermeeser, dove Wermeeser ha il duplice significato di ponderare ed osare. Ed allora quell’agrimensura è proprio il gesto poetico che si fa portatore di una ponderazione, ma anche di un’impresa, quella che la parola poetica torni ad osare. La mia interpretazione di questo cammino è un po’ auto-lesionista, quasi quasi metto l’io in un cubo di vetro e lo scaglio contro il lettore. Ma osare è anche questo, pensare di essere. Osare per diventare dove la poesia può anche trasformarsi in impegno civile e morale (L’uomo morale dice di no a se stesso dichiara Pierpaolo Pasolini). Ecco due sezioni, Pensare dietro una maschera di parole (agrimensure) e Lou Salomé e la linea rossa (canzoniere elettronico).

 

 

Mario Desiati

 

Poesie da

 

Pensare dietro una maschera di parole

CARROZZE NEL VENTO

 

" E noi lo si vedeva ancora il sole,

ma tutto era già tramontato..."

                Gianni D'Elia  

 

Le carrozze dei treni sono uguali

snodate come lombrichi e bisce

tra fresie gialle, mandorli e magnolie

lasciano nel cielo strisce di terra.

 

Tra mille impressionismi svagati

alla Pisarro più che De Nittis

m'è parso che mangiassero villaggi

come patetici canzonieri neorealisti.

 

La carrozza nel vento, ora è ferma

questo treno è fra Bovino e l'inferno

proprio il castigo, frontiera senza sole

la libertà nel Tavoliere sappiate

                                è intrigo e folklore.

 

 

LIMITI

 

I punti sono muri

come eccessi di sintassi

come vocaboli oscuri

o maniere alla Trapassi.

 

L'anima è un limite

come la grammatica

arida deride

lo scrittore che la sbraita.

 

 

LA VIRGOLA

 

Sono una virgola

che cammina sola

per una frase d’amore

un verso e la cesura

 

il dorso delle parole

la paura.

Sono impura

non servo a nulla

 

né sinalefe

né per una cura

  trovator cortese.

Sono una virgola

 

che cammina sola

sono, ma non servo

nell’impervio

pendolo di lessemi.

 

La dialettica

in un secolo

grammatici e retori

ora vi fuggo

 

non è ingiusto

un assurdo

dagherrotipo

non combacio.

 

 

L’AGRIMENSORE

 

Terminata questa mattanza

tra informazioni e servizi

bulimie di chi non ha speranza

nel marenostrum di cubici comizi.

 

Spengo la vita ed anche il televisore

mi dimentico quanti anni sono morti

mutato in Landvermeeser-agrimensore

non oso e pondero che i miei sconforti.

 

 

PAROLE

"Sono una biro esagonale, tonda..."

                G.Maiorino

 

"Essere matita è segreta ambizione...”

              V.Magrelli

 

Né come biro, né come matita

essere lettera della mente

tra cielo e foglio svanita

per poi impenitente, su carta

essere da tarli e topi divorata.

 

 

L’ENNUI

 

La noia è il vizio dei poeti

il vino dell’ebbro, la nicotina

del tabagista il retro dell’anima

e vetri dietro riflettono la fine.

 

I pensieri sono luciferini

selvatici come la ginestra

il fiore della noia i suoi estatici

pistilli quelli che paiono comete.

 

Renoir indugiava sulle donne

le nemiche della noia, le svestiva

ma tu sei uno scrittore d’oppio

cerchi la foia animalesca, il dolore

 

questo essere irregolare

non è umano è solo vodka secca

una mano sul cuore ed una d’oro

sulla crepa femminea della noia.

 

 

IL SONNO

 

Ed ognuno porta un male dentro se

a tutte le ore interroga con voce

garrula l’indomito soffrire, sigh

piagnucola feroce questo male

 

triste consola che pensi al tempo

un murmure d’addio nel deserto

all’incirca dimentichi le dure

piagge d’amaranto sul lago.

 

Alle due in punto di notte stanco

non credi più a nessuno, ateo

di essere forte a contare sul sonno

credi di poter ritornare domani.

 

Un altro giorno un’altra volta

come se ti riserbino il cammino.

 

 

SUL BORDO DEI BINARI

 

Il passaggio a livello

barra metafisica fra lo stare

e l’andare (un bene per chi va)

è basso, sotto il ventre.

 

L’espresso non sembra passare

il vecchio notturno che porta i migranti

i sognatori, gli insonni, i terroni

le mamme con i barratoli di sottoli.

 

E’ un assenza che scheggia il ricordo

il tempo fatto di orologi a corda

le visioni dentro le sfere di cristallo

l’orgoglio di salutare sapendo di non tornare.

 

Il passaggio a livello

barra metafisica tra lo stare

e l’andare (un bene per chi va)

è basso, sotto il ventre.

 

La voce metallica illumina l’attesa

avvisano che arriva qualcosa

un treno per il nord, sigla indecifrabile

ma il controllore parla con inflessione

a Lecce l’umido è micidiale.

 

 

PIANISSIMO

 

“Un cieco mi par di essere che va

lungo la sponda di un immenso fiume....”

(Camillo Sbarbaro da “Pianissimo ,II, vv 5,6)

 

“nun warst du in der Zeit, und Zeit ist lang.

Und Zeit geht hin ,und Zeit nimmt zu , und Zeit

ist wie ein Ruckfall einer langen Krankheit.”

 

...sprofondavi nel tempo, senza del tempo

il tempo si dilata  lungo

come una malattia mortale

(Rilke, Fur eine Freundine)

1

Appaio come una lumaca

amena lascio una scia biancastra

di bava sul sagrato su e giù

nel triviale massacro

delle ore snocciolate al pensiero.

 

2

Il pensiero s’insinua lento

quello dei tuoi rimandi ingenui

a Neruda, il ”non mi vengono

le giuste parole per dirtelo”

i vanti dei tuoi mille spasimanti.

 

3

Appaio come una lumaca

che sorseggia lenta le stille

agrodolci della vita, arranca

paca con in dosso la casa

piena dei tuoi respiri. Felicita.

 

4

Non si smette mai di vivere

nell’otium spettro del pomeriggio

mentre colleziono carabattole

quelle tue da adolescente, pianissimo

la lumaca compie il tracciato.

 

5

Ho finito di pensarti e forse d’amarti

lì è ora sola la scia biancastra sul sagrato.

 

 

SHOW VIEW CON DEDICA

  

Ed era questo che attendevamo

aggrappati all’accusa di stregoneria

come l’ennesima massoneria

essere senza sesso in un talamo

 

accendere tutte le sere lo stesso canale

senza ascoltare il nostro madrigale

amore senza poesia è solo televisione

con versi e magnificenze ad ogni occasione.

 

 

L’AMORE E’ IL SAPORE DELLE TUE IMPERFEZIONI

 

Quello chiamato amore di una vita

è il sapore delle tue imperfezioni

aspettarti al buio della stanza

con il televisore acceso, l’audio spento.

 

Ed al mattino il risveglio

con negli occhi il tuo dettaglio

di un cerotto, un’ unghia rotta

un efelide, uno spiraglio sulla tua bocca.

 

 

A DARIO BELLEZZA    

 

Questa peste ci prende

e ci porta via insieme

infetta il sangue mio nel tuo

tra mille ferite e graffi la più profonda

ci ha uniti, immonda e pizzica

la sua lira di lacrime

ci canta che è finita: non farlo.

“Leggere attentamente le avvertenze”

né gli effetti collaterali

le mille misture

i sieri, le pillole, i diluenti

all’ora precisa del tuo spirare

su nero lamento incantata

le nostre vita fuse, consunte

si sono date appuntamento.

 

 

...

 

Dei treni non restano che le vecchie rotaie

i fischi e le travi di legno

i carboni oramai sono un ricordo

un tracciato di pietre ricorda la strada

quella che attraversavo in bicicletta

con il soffietto Colnago e

lungo il cammino seziono i miei pensieri.

La rondine mi richiama all’ordine.

 

 

BASAGLIA BLUES

   

I miracoli servono a confondere

l’essere con la morte, è troppo semplice

il viaggio tra i manicomi, dove la felce

ed i rami di melograno sono intatti

come le urla provenienti da vent’anni di caos

ed ora nessuno sa cosa sia vero

se un matto con la lingua di fuori

o i sacri scempi della politica

i trampolieri delle parole compaiono

e poi scompaiono, questo è un miracolo

confusione, tra essere e morire.

Per oggi mi va d’impazzire.

 

 

LUNA DI FEBBRAIO

 

Il termine meraviglia ha un senso

di indeterminatezza, il demone delle parole

suggerisce una rima facile con vaniglia o biglia

ma meraviglia va solo con vigilia. Non pesa affatto

aspettare quanto la rivelazione dell’attesa.

 

Solo questo ci resta da fare? Osservare. Volere. Toccare.

In questa notte bruna disincantata dal neon

negli occhi stride un pensiero:

in controluce il tuo viso ha il colore della luna.

 

      IL FIORILE

 

Spesso vengo a te, davanti al greto

dove scorre il ruscello di melma

lo chiamano compost, incedo

in un secco diniego, sverna ed attendo.

 

Ho colto la prima fresia

i gambi grassi mi danno emozione

come se dentro pulsasse altra vita

Telesio insegnava la giusta natura

 

è finita, mi scoppia il cervello

ho appena piantato semi d’indifferenza.

 

 

     ...

 

Il balocco, il bruco di plastica

e poi i burattini smaltati, le ore di pietra

non puoi digerire un tempo pesante

i ricordi, i marosi dei rimpianti

le mani impediscono di fare si

i gesti sconnessi al corpo, lacerati.

Tutto sembra cambiato.

I denari con cui ti comprai l’attenzione

furono verbi ed aggettivi. Sembrava impossibile.

Ora ti sento tutte le sere, vorrei vederti

come i capolavori di Tiziano

quei colori gli hai decretati con intuizione

involontaria, il rosso, il brunito, il tramonto

sulle guance di metafisica, l’argilla bruciata

la scelta è stata sofferta.