Mario Desiati

NEPPURE QUANDO E’ NOTTE

Pequod, Ancona, 2003

 Nota di Fabio Ciofi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ un esordio narrativo che lascia il segno, quello del pugliese Mario Desiati, classe 1977, fin qui molto apprezzato scrittore e conoscitore di poesia contemporanea e non.

Di certo è ancora forte l’eco della recensione in prima pagina de l’Unità, che gli ha dedicato Siciliano, uno che non passa inosservato quando si entusiasma per un esordiente. E ancora potremmo aggiungere un’altra pirotecnica recensione di Giuseppe Genna su Società delle Menti, o il fatto che il libro, uscito  a febbraio, è già in seconda edizione a marzo, un piccolo record, insomma. Ma non è a suon di referenze, o di seppur ragguardevoli traguardi già raggiunti, che il testo di Desiati s’impone. Bisogna leggerlo. Farsi trasportare in un mondo che apparentemente è uno dei tanti mondi ai margini, negletti, reietti, in una Roma giubilare che si “vergogna” dei suoi barboni, dei suoi scarti umani e li relega nei pressi di una fatiscente stazione Tiburtina. Stazione Tiburtina che assurge ad universo di valori e disvalori, dove s’intrecciano e si snodano, attorno alla figura un po’ Homer Alienson un po’ Ninetto Davoli del protagonista, Franz Maria, vite amori amicizie le più svariate e fluttuanti.

C’è una denuncia forte del conformismo, dell’appiattimento, anche a sinistra, allora al governo, sulle consuetudini, sul politically correct che non tollera atteggiamenti anarcoidi, urla a squarciagola, sregolatezza, day by day da piccola guerriglia urbana o suburbana.

C’è l’indignazione, fortissima. In un crescendo espressionistico di atti e di gesti Franz Maria si dona al vortice impetuoso dell’attenzione dell’altro, vissuto spesso come alter ego, come evento/eventualità di ciò che poteva essere e non è stato.

C’è finalmente l’affermazione stoica, immarcescibile, e ben distonica, vista l’ambientazione giubilare, che ferocia, cattiveria, astio, risentimento, stanno al centro di ogni mondo, sia esso girandola festosa di fuochi e botti di artificio di un fine anno 1999, che condizione interiore di impotente affermazione che il circuito della comunicazione umana s’è interrotto.

Se non fosse per il terrore di usare il termine oggi usato e abusato, anche in sede comico-zelighiana, oserei dire che c’è una intenzione catartica del testo che traspare per inerzia, assolutamente non forzata o buttata lì dall’autore ad ammonirci di chissà quale fallo o errore commesso…

Neppure quando è notte è il testo dei sogni che vorremmo subito dimenticare appena svegli, è il campanello che trilla impazzito alla porta della autocoscienza non al fine di indagini psicoanalitiche, che il testo rifugge ogni minima commistione fruedjungmusattica, un trillo che semplicemente vuol constatare che siamo svegli, quando diciamo di esserci svegliati.