Luigi Di Ruscio

                       Istruzioni per l'uso della repressione

                                        Savelli Editore, 1980

 

 

 

 

 

 

 

 

 Nota di Gianmario Lucini

 

 

 

Luigi Di Ruscio, poeta rimosso dalla nostra cultura, è nato nel 1930 a Fermo.  Nel 1957 è emigrato in Norvegia, a Oslo.  Ha pubblicato, prima di questa raccolta, Non possiamo abituarci a morire (Schwarz, 1953, con prefazione di Franco Fortini), Le streghe s'arrotano le dentiere (Marotta, 1966) e Apprendisti (Bagaloni, 1978).

Recentemente ha pubblicato Firmum, poesie 1953-1999 per i tipi di Pequod (un volume composto dalla raccolta del 1953 e altri testi, per la maggior parte provenienti da Enunciati, del 1993) e L'ultima raccolta (Manni, 2002).

Il mio rapporto con il volume che intendo presentare, è del tutto occasionale.  Esso infatti fu a suo tempo acquistato non per conoscenza diretta della poesia di Di Ruscio, ma per il semplice fatto che avevo "scoperto" questa collana della Savelli (casa editrice che in seguito si dedicò a ben altre pubblicazioni), nella quale avevo letto Trattatello incostante di Lumelli e Non per chi va di Gianni D'Elia.  Soprattutto quest'ultimo libro mi aveva avvicinato alla collana, che di lì a poco si interruppe - viene da dire: come si interrompono subito le idee interessanti...

L'approccio con il verso di Di Ruscio fu positivo, ma non entusiasmante.  Avevo, allora, come riferimento la poesia di Pier Paolo Pasolini che, anche nelle sue ultime raccolte, come Trasumanar e organizzar, si teneva su un registro molto diverso da quello di Di Ruscio, e quindi non potei apprezzare in pieno la poesia del nostro autore, perché cercavo, in ogni cosa che leggevo, più che "la poesia" una conferma, o magari un modello, un'indicazione - che peraltro non trovai, per mia grande fortuna; ma questo lo compresi soltanto molto tempo dopo.

Però compresi anche che i testi di Di Ruscio erano potenti, avevo davanti una poesia potente, forse troppo potente e vitale per le mie aspettative.  Non avevo una poetica sicura e pertanto quel periodare lunghissimo, la totale soppressione della punteggiatura (che pure non era una novità di quegli anni), l'uso disinvolto di espressioni gergali e parlate, tutta una serie di convenzioni alla berlina, erano per me una novità della quale faticavo a inquadrare le ragioni.  E poi, in confronto al mio "faro" Pasolini, così piegato nelle sue meditazioni, così macerato e spesso elegiaco, così involuto nei suoi complicati anche se geniali ragionamenti, questa poesia così larga, vitale, diretta, vocativa, gioiosa, dagli accenti popolari e vitalissimi, mi poneva davanti a un che di troppo diverso da quello che io volevo fosse la mia scrittura.  Tutto sommato il mio modello di poesia era ancora intriso di romanticismo, era forse un arretramento rispetto alla poetica decadentista che, o per rigetto o per accondiscendenza, influenzò tutto il '900.  Più tardi scoprii che la poesia (la lettura) è anche un fatto fisico, che il verso è in qualche modo come si respira, e la rilettura di Di Ruscio credo confermi questa tesi.

L'intelligenza di Di Ruscio è stata quella di aver intuito che tutto questo letterarieggiare della o sulla poesia, non ha quasi nulla a che fare con "la" poesia, intesa, per così dire, fenomenologicamente come "essenza" - e pertanto non soltanto un evento che si esprime nelle parole, ma in tutte le arti.  La poesia infatti non sta nella forma, ma nel contenuto.  La sua essenza è il contenuto e le parole sono soltanto un modo di veicolarla, uno fra tanti.  Di Ruscio attinge a piene mani alle parole del suo tempo, non gli importa di coccolare le parole, di rivalutarle dalla loro caduta semantica, di fare quell'opera di revisione e di rivalutazione linguistica che è un po' un  luogo comune nelle migliori poetiche di questi ultimi decenni.  Egli punta dritto al cuore della poesia e lo fa con impeto e naturalezza, fidandosi più di un istinto o di un intuito che di un sapere o di un "mestiere" anche se, per ovvie ragioni legate alla logica più che alla poetica, il suo agire diventa il suo mestiere.  Egli riesce così ad essere antiletterario senza scadere nell'anti-poesia, antilirico senza consegnarsi alla prosa (la sua poesia, peraltro, è "antilirica" anche per il semplice fatto che volge piuttosto all'epica), capace di rappresentare il suo tempo ma nello stesso tempo non storicizzarsi.  Se rileggiamo "Istruzioni per l'uso della repressione", certo, si sente molto fortemente l'atmosfera di quegli anni, ma se dovessimo recitare questi versi facendo finta di non aver vissuto quegli anni, non minore sarebbe l'impatto che essi saprebbero suscitare.  La materia poetica che Di Ruscio tratta è infatti senza tempo, si riferisce a un umano "tout court", nudo e demistificato.

Fatto è che questa poesia, nel corso dei 23 anni che mi separano da quel tempo, più volte l'ho ricordata (l'ultima volta proprio l'estate scorsa, di sfuggita, conversando con il poeta Fabio Ciofi) e in questo senso quella prima e unica lettura fu un "evento" che lasciò una traccia, un alone emotivo, anche se non influenzò la mia scrittura.  Insomma, ci sono molti modi per evocare la poesia, ma sicuramente Di Ruscio ne ha trovato uno suo, se l'è inventato, è riuscito a trovare un modo per esprimere la poesia della vita civile, delle difficoltà dell'Io di convivere col suo tempo; una poesia comunitaria.

Scrive nella sua autopresentazione: "Il fascino della poesia sta proprio nel fatto che i grandi problemi dell'umanità si concentrano in essa. La poesia sembra strutturarsi a immagine dell'universo, il «big-bang» è l'immagine che abbiamo dell'universo. La poesia si dilata nel senso della dilatazione dei significati. La dialettica nel senso che nulla nella poesia deve essere immobile, ma continuamente contraddirsi. La poesia come lo specchio di un'epoca e come la contraddizione di un'epoca".  Ora, un lettore e un critico dovrebbero basarsi, nel giudicare il valore (posto che sia possibile "quantificare" questo valore) di una poetica, su una dichiarazione (reale come questa oppure esplicita nei testi) degli intenti poetici e la verifica della coerenza fra enunciato e risultato.  Se l'intenzione, ciò che ha mosso l'evento-poesia può essere sintetizzato in queste parole, allora dobbiamo riconoscere che Di Ruscio è un ottimo poeta, al di là di quello che sono le aspettative personali da un autore o dalla poesia tout court.  Nel senso di come ha pensato la sua poetica, ha scritto la sua poesia.

Ora, per criticare di Ruscio bisognerebbe - ma è così per tutti i poeti - partire da questa verifica e, casomai, cominciare a criticare la sua poetica.  Ma a mio avviso questa regge, alla grande.  Per questo dico che è un ottimo poeta e che è stato una trascuratezza e un'operazione non corretta quella di averlo rimosso - e scrivo "rimosso" proprio perché gli esordi di questo poeta furono ben segnalati da artisti come Franco Fortini e Salvatore Quasimodo.

E' la rilettura di alcune poesie di questo ingiustamente dimenticato poeta che mi ha convinto di questo.  Ed è per questo che proverò a rintracciare le sue opere e a leggerlo, proprio partendo da questa rilettura, anche perché la sua voce esprime la nobiltà di essere liberi, non solo poeticamente ma anche ontologicamente.

 

 

Luigi Di Ruscio

Istruzioni per l'uso della repressione

le prime 4 poesie

 

 

 

LIV  *)

succedeva di dover mettere la cotta sopra la divisa fascista
con le doppie cotte dondolavo l'incensiere alzavo nuvolette profumate
a quello che è in tutto quello che sarebbe scoppiato lui senza scoppiare
dentro tutte le angosce lui senza nessuna angoscia
se per lui il tempo della creazione è un niente
per noi è una eternità da cui non usciremo mai fuori
così ancora fango spaccavo i termometri
per avere sul palmo della mano la goccia di mercurio
la goccia di ferro trapasserà la mano parte a parte
un giorno avrò una grossa goccia di mercurio in un bicchiere
volava la bolla di sapone rifletteva un universo opaco concavo azzurro
le inquinazioni mercuriali sono le più pericolose salvati dalla goccia
nascondi la tua puzza umana se non vuoi che il cane ti scovi e ti strozzi
se metti il cervello al servizio degli sfruttatori si fulmina
tutto era velocissimo sparivano le lettere sotto di me
perdona la gioia irresponsabile che mi si è buttata addosso
e noi che siamo immortali al servizio di uomini nuovi
ti assicuro che gli uomini nuovi non hanno bisogno dei servizi di nessuno
l'ultima rivoluzione borghese fu bellissima (miracolo economico)
prepariamo un miracolo più grosso
ed istruzioni per una repressione più o meno immaginaria consumarla

               [perennemente la risusciteranno perennemente (saltalà!)
quella bocca grigna scatarra sputa plagia
io scatarro sputo paro simulo grigno
così ancora fango spaccavo i termometri
dei globi ingiobati devi amare tutto
grignat bocca zoanninae grignat apollo grignat ulisse
se anche il padreterno avesse fatto la settimana corta
quella cosa spaventosa non sarebbe riuscito a fabbricarla
(l'odio è tanto che ormai gli infarti scoppiano da soli)

*) la numerazione parte da 54, perché prosegue dalla precedente raccolta.  "Istruzioni" infatti è un ciclo di raccolte e non solo questo volume

 

 
LV

che il fluoro ammazzi tutti i carius
grandi crateri in bocca
dove si nascondono chicchi di riso cotti
camminavo con in bocca un covo di formiche con la testa rossa
scrivere magnifiche poesie di gioie carnali
immaginare un mondo che sta per sparire dietro la curva
immaginare che il tram approdi in un quartiere felice
sorriderà riderà ci riconosceremo
con in bocca un mucchio di formiche
incartava incantava zoccoli di zucchero pezzi di marmo
miele pietrificato a.pi pietrificate (il dentista centrò il nervo in pieno)
la bocca si empì di veloci formiche rosse con la bocca pietrifjcata
esponeva con la tenaglia cromata luminosa la piccola testa della medusa
la reclame delle matite tutte agguzzate piantate sulla testa
andiamo a vedere le quattro giornate di castel tesino
la prima persona non può più raccontare nulla
l'handicappata per quattro giorni in balia dei divini seguaci di sade
l'handicappata minaccia anche il turismo della divina cittadina di castel tesino
l'handicappata non portava la medaglia (pugni in faccia ed esposta la bestia)
questa prima persona non può esprimere neppure il dissenso
ovunque il nostro nigher quotidiano brucia viene bruciato (mariella bettarini)
l'egemonia può esprimere solo un rapporto sadico
totalizzante verso i subalterni handicappati
lo schema la scema totalizzante tende a ripetersi ad infinitum
certe volte ai terrorismi dei gruppi spara un terrorismo individuale
all'handicappata è più facile far parlare la bocca di una pistola
che la propria bocca possa esprimere l'universalità della nostra

                                                 [ condizione handicappata
l'handicappata può esprimere la propria universalità solo se si mette a sparare
questa poesia può esprimere solo particolarità sociologiche
che possono anche bruciare ma mai sparare
perché i divini seguaci di sade possono esprimere la propria universalità
l'handicappata deve essere ridotta a pura cosa e manovrata con gustosi

                                                                           [ pugni in faccia
così i divini di castel tesino per quattro giorni sono riusciti ad esprimere

                                    [ la vera universalità della condizione di classe
l'handicappata potrà esprimere la propria universalità solo se si metterà a sparare
se l'handicappata si metterà a sparare i divini seguaci di sade diventeranno

                                                     [ puro riflesso sociologico o biologico
sembra proprio che la vera universalità possa esprimerla solo la violenza

                                                                                  [ rivoluzionaria
con un po' di coraggio la poesia può esprimerla l'universalità della

                                                        [ condizione handicappata
anche se rischierà sempre di esprimere quell'apologia di reato che non

                                                                      [ deve essere espressa
la poesia può anche esprimere la rabbia di dover esprimere tutto


LVI

all'inizio un falco ingabbiato tocca un cappio tocca un muro
l'ultimo totem ingabbiato apri le ali vola sparisci
toccalo vedi se ancora esiste spacca la pietra che custodisce l'ombra fossile
file di gabbiette con uccelli impiumi tagliati spolpati
l'ultimo uovo collezionato bucato e bevuto (strozzaticci!)
tuffati due volte nelle acque del fiume tenna se sopravvivi morte non ti

                                                                      [ghermirà più in eterno
arrestano la bellissima sciatrice sequestrano trecento bottiglie vuote e la

                                                          [ bottiglia di acido solforico piana
quattro provette sono state annusate puzzano
mettiti bene in testa che da oggi in poi tutto deve essere chiaro preciso

                                                                                [ giustificabile
è iniziata la caccia fa sparire l'illegale che tieni in testa
il bracco servo dei scrivi di nostro signore ti insegue
nascondi la tua puzza umana se non vuoi che il cane ti scovi e ti strozzi
la scrittura coagula molto bene perché la caccia è iniziata
nasconditi nel campo dell'erba melica o della sulla tranquil1amente masticata
affoga in acque gelide dio patriarchi e feudi strappa la popolazione dall'idiotismo

                                                                                  [ della vita rustica
il compito del proletariato sarà fare la spia il padrone licenzierà chi

                                                                               [ non vuole scioperare
in sud america sparano sui testicoli schiacciano i testicoli
sventola bandiere crociate e falciate martellate bandiere mischia tutto
salva l'illegale che tieni in testa nascondi la tua puzza umana
mischia tutto nascondi la tua puzza umana mettiti la cravatta e simula
(gocce limpide tremanti si sfanno i bianchi la coltre gelata)
in questo 1978 è accaduto tutto il resto continua nel 1979
scrivi tutto insegui a precipizio questo precipitare delle cose
mi sii molto tardo a capire e molto tardo a rispondere
la mia attenzione era molto palpitata tutto stava per sparire in una aria più

                                                                              [  o meno azzurra
passavo per montefalcone appenninico toccarlo quel falco ingabbiato vedi

                                                                               [ se ancora esiste
fatti prendere dall'entusiasmo spacca quella pietra che custodisce l'ombra fossile
la caccia è iniziata nascondi l'illegale che tieni in testa


LVII

camminavamo in quel cimitero dove ibsen ha una bellissima pietra addosso
cimitero pieno di banchieri armatori esportatori di ghiaccio
artisti bellissimi con bellissima erba alonata (grazie giancarlo per questo aggettivo)
io penso che per questa bella erba alonata mia moglie dovrebbe essere felice
invece sta ad urlarmi che io nelle passeggiate domenicali la porto sempre

                                                                      [ nei posti più luridi
(si voltano le teste a guardarci svolazzano quattro piccioni tra le tombe)
gli animali più luridi sono quelli che stanno più vicini agli uomini
(questa è lirica urlata di mia moglie si rivoltano le teste a guardarci)
infine per far ridere mia moglie dico indicando le tombe
- vermi feroci sbranatevi In pace - e questa volta mia moglie si mette a ridere
però si rivoltano ancora una volta le teste a guardarci
io penso che mia moglie sia l'ultima e si ritrovi in questa sua patria

                                               [ completamente spatriata ed estranea
e che si sia potuta sposare solo con uno come me completamente

                                                           [ spatriato ed estraneo a tutto
come se solo questa spatriazione ed estraniazione fosse l'unica terra possibile
questo presente è il cimitero del nostro futuro questa gente sono i

                            [ becchini del nostro futuro (mi volto di scatto a guardarli)
camminavamo con una gioia finita o non finita tra quelle strade e case
siamo usciti da quel cimitero ed entriamo nel cimitero del nostro futuro
siamo caduti nel posto più lurido nessuno ha più voglia di guardarsi
camminavamo con tutta la nostra gioia quest'ultima gioia godiamocela
immagino anche il cimitero di feltrinelli o il funerale di feltrinelli
penso alla scritta borghesi riposate in pace senza tante stronzate marmoree
(dondolano le teste) stanno comprando a pezzi il nostro futuro (ridondolano

                                                                                         [le teste)
diranno veramente che correva verso la felicità mentre camminava in questo

                                                                      [ cimitero del nostro futuro
(e veramente non si sa neppure se esiste)
stanno dondolando le loro teste e non si sa neppure se esistono
se sto camminando in questo cimitero del nostro futuro
non c'è che da scrivere l'ultima pietra tombale
e non si sa neppure se ci sarà qualcuno che potrà leggerla
siamo caduti nel posto più lurido e forse neppure esiste