Ediz. Joker, Novi Ligure, 2003
Nota di
G. Lucini
Affrontare l'amarezza leggermente potrebbe
essere l'obiettivo di questa raccolta di brevi ed asciutte liriche di
Pasqualina Deriu, una sorta di poemetto che si snoda sul filo di una
storia, un rapporto amoroso che può essere considerato emblematico.
Ciò che viene narrato non è tanto una vicenda di atti, eventi, immagini,
ma di un percorso interiore, rivissuto ex post, dai primi istanti sino
alla sua conclusione, nel tentativo di, come si suol dire, "farsene
una ragione"
(cattiva espressione, anche se consolatoria, che non tiene conto
dell'ansia di verità e di obiettività che viene cercata dietro questa
"ragione"). Il fallimento amoroso infatti riempie di sfiducia, non
tanto nell'altro quanto in se stessi e dunque è umana questa
rielaborazione (anzi, auspicabile) che ha per obiettivo il comprendere il
proprio e altrui fallimento per evitare in futuro altri fallimenti.
Insomma, quel "mettersi in discussione" di cui tanto si parla in questi
casi.
Pasqualina Deriu lo fa cercando una via non
razionale ma immediata, tramite la rivisitazione poetica dei suoi ricordi,
dal primo istante, dall'intensità degli abbandoni amorosi, al lento ma
inarrestabile moto di allontanamento, sul quale traluce l' "ombra delle
madri", ossia l'incapacità di rinunciare alla propria dipendenza da un
nido di abitudini e certezze acritiche, rassicurante ma anche autoritario.
E lo fa con apparente leggerezza,
nascondendo l'essenza tragica della vicenda dietro un verso alieno da toni
tragici o anche sono amari, con il sorriso nelle parole; scrive
Donatella
Bisutti nella sua introduzione: "una musica dodecafonica travestita da
minuetto", suggerendo anche all'autrice di trattare la stessa materia, che
è indubbiamente densa di problematicità, soprattutto sul versante
psicoanalitico, anche in altri toni, meno fragili e meno sfumati, che
rendano giustizia alla complessità e alla durezza della tematica. A
parte questo rilievo, che soltanto in parte condividiamo, la breve
raccolta ci convince, soprattutto per la stringatezza stilistica e la
naturale precisione del linguaggio. E, a ben vedere, proprio in
questo contrasto fra levità della parola e tragicità del contenuto sta un
certo fascino che forse, e qui la Bisutti avrebbe ragione, non si può
ripetere in futuro, per non rischiare di scadere nello scontato.
Hai bussato al mattino alla mia porta.
Muto il tuo saluto.
Portavi la nebbia tra i capelli
e non avevi occhiali.
Il tutto ho disposto sul mio comodino
il bouquet di fiori di campo
le fiabe
e il flebile respiro
del bambino.
Conducimi nel passaggio
tra il puntiforme attimo
del piacere e il vuoto
che il tempo infinito non
mi includa o mi rimandi
all'indistinto della madre.
- Ci trasporti il sorriso
dell'aquilone e il cerchio
ruotiamo nei nostri corpi -
Non puoi - dice l'amato
- mostrare le tue nudità,
la mia ferita -
- Sì?
risponde l'amata
scivolando
nell'abisso ingenuo
del folle.
Sono rimasta desta.
E tu soltanto nel mio sonno
avresti potuto perderti felice.
Non riesci a coesistere
nelle tue forme
a riunire i frammenti delle tue ombre
ti sposti al limitare
perdi le parti, scruti
come in uno specchio
chi l'immagine non vede
di se stesso.
Senza fretta hai deciso. come una lumaca.
Caricato sulle spalle il tuo edificio
hai osservato [ombra divaricante
ai bordi delle strade.
Hai distrutto la mia benevolenza.
I tuoi muscoli sono stati solidi.
Tutte le forze hai usato
tutti i tuoi nervi
da cavallo.
