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Alberto di Janni Madrigali
I
quaderni della Clessidra">
Alberto
di Janni
Madrigali
I
quaderni della Clessidra, Joker, Novi Ligure, 2002
Nota
di G. lucini
Profondo
stupore mi ha procurato questo libretto lindo e curato, scritto dal
torinese Alberto di Janni. Ventisette gruppi di tre terzine, in settenari ed endecasillabi rigorosamente rimati
secondo un semplice schema ripetuto per tutte le composizioni (a parte
alcune inversioni nella collocazione dei metri e delle rime). Ho subito notato la compattezza, e la coesione
del testo, davvero degne di nota. Sono versi che si scandiscono
con
A
chi rivolge i suoi accenti, le sue domande, i rimproveri, le
preghiere? Il personaggio appare a volte, come a lampi, in brevi e
fuggevoli apparizioni, per poi subito ritrarsi e velarsi, per apparire
alla successiva composizione o alla successiva strofa in altra forma,
altro fantasma o idea, o semplicemente pensiero che fugge nell'inconscio
da dove viene, senza lasciarsi interamente decifrare.
Viene
in mente la "alethèia", la "verità" così come la
teorizza Heidegger: svelamento e subito velamento, punto di arrivo e
nello stesso tempo di partenza o, per dirla in termini hegeliani,
sintesi che immediatamente si trasforma in tesi che richiama
un'antitesi, in un gioco circolare fra reale e fantastico che non ha mai
fine. Viene in mente la figura femminile: sono infatti composizioni dedicate a un
personaggio femminile (o al "femminino" tout court), che viene delineato nel carattere, senza mai
mostrarne volto e corpo, come si trattasse di spirito perfetto, quasi
idea (nonostante il riferimento a S. Pier Damiani: "... falsa
tunc dulcedo carnis in amarum vertitur" - "infatti la falsa
gioia della carne si trasforma in amarezza"). Oppure
viene in mente la
poesia stessa, o la bellezza, o la conoscenza o mille altri eventi
mentali, etici ed estetici, che nella storia di ogni essere umano hanno sempre la
prerogativa dell'apparire per poi subito mancare: questo senso
struggente del divenire - che non è soltanto un fatto fisico, ma anche
mentale. Un significato dunque che si dipana in diverse
contemporanee direzioni e a diversi livelli semantici.
Tutto
questo mi viene in mente, leggendo questi versi e, senza voler azzardare
paragoni, mi viene spontaneo ricordare i versi di Salutz, di
Giovanni Giudici, che si prestano a questo modo di essere letti e
interpretati. E mi viene in mente anche una mia composizione,
intitolata Lemma, uscita tempo fa su pseudolo.it, un
portale di letteratura e di critica: in Madrigali trovo la
stessa intenzione di contenuti, e addirittura, a mio modo di
vedere, molti versi che riprendono quasi gli stessi concetti.
Questo
per dire che, al di là del modo di essere fatta (non sono infatti un
cultore del verso tradizionale), la poesia conta per il
suo contenuto, per la ricerca non soltanto di effetti estetici, sui
quali a mio avviso non deve soffermarsi troppo la considerazione del
lettore, ma
soprattutto per gli elementi di poeticità e soggettiva "verità
poetica" che il testo porta in sé,
non espressi da artifici linguistici ma presenti "nella situazione
stessa", per così dire, veicolata nel messaggio.
Nel
testo di Di Janni questi elementi sono solidissimi e conferiscono alla
scrittura quella caratteristica di essere allo stesso tempo semplice da leggere ma mai
esaurientemente sondata in tutte le sue
allusioni, risonanze e, perché no, nello spessore. La
scelta della prosodia (che in questi versi è peraltro di un'eleganza
essenziale e sobria, che non ha bisogno di commenti per imporsi
all'attenzione del lettore) è un elemento soggettivo: che un poeta
decida di scrivere in versi liberi o seguendo un preciso canone, come fa
il nostro, è scelta che considero soggettiva e di scarso rilievo ai
fini della valutazione del testo. Mi colpisce invece il modo che
Di Janni ha di lavorare la lingua, piegarla senza brutalizzarla,
esaltarne le potenzialità e amplificarne la musica senza scadere nella
facile retorica o nel preziosismo - tentazione sin troppo facile quando
si pone mano alla lima e si vuol perfezionare lo stile. In questo
modo, Di Janni si fa apprezzare anche per la sua scelta stilistica, che
in altre occasioni ci lascerebbe freddi, se non contrariati: qui infatti
argomento, stile, spessore del messaggio si fondono in un unicum
ben equilibrato, capace di imporsi piacendo.
Alberto
Di Janni - Madrigali (scelta)
III
Traboccante
di fiele
t'avvicino:
il dolore
è
lo zufolo melenso di queste ore
inutili,
trascorse
nel
ripudio dei vero,
nell'insanabile
guazzetto nero.
Dimmi,
concedi forse
qualche
tratto di corda
al
fato, non sei d'ogni fitta ingorda?
VIII
La
parvenza di quiete,
pallida
offerta che disvela fonti
serotine,
s'intreccia agli orizzonti
d'implacabile
ardire
della
tua volontà, dei tuo capriccio
florido,
del tuo livido bisticcio.
Schiavo
alle tue mire
mi
inoltro per guidati sogni, scaglie
falsolucenti
tra ferrigne maglie.
IX
Hai
chiamato ridendo,
ed
io rispondo a un suono
chiaro,
a un desiderio d'abbandono.
Sciogli
le braccia e serra,
inondami
di bianco
stupore,
trasfigura questo stanco
mendico
della terra
in
un colombo lieve,
nel
vento che accarezza la tua neve.
X
Diadema
di saggezza
ti
chiamo, rosa calma,
puro
corallo e rinfrescante palma,
serica
pergamena,
onda
di vaga luce
o
verziere incantato che conduce
alla
letizia piena;
medicamento
forte,
avanguardia
fiammante della morte.
XVI
Cosa
hai di metafisico?
Le
mani, forse, bianche
come
le ali di un angelo, se stanche.
Le
ciglia naturali,
tremule
nell'attesa
come
candele di una vecchia chiesa.
Le
tue parole frali,
che
suonano d’argento
e
nascono a metà tra il seno e il mento.
XVII
Nell'intermezzo
mormoro
parole
che tu sai, vane maniere
di
chiederti sentenze assolutorie.
Raduni
le tue schiere
scrutando
il marchio di un retaggio arcano,
muovi
a battaglia con sapiente umore.
Seicentosei
vittorie
hai
raccolto, ne mancano al tuo piano
sessanta,
per risplendere in fulgore.
XXII
Al
ghiaccio aggiungi il ghiaccio, al fuoco il fuoco
ed
io non sazio del consueto fato
sillabo
il nome amato.
Sei
l'incompiuto frutto, sei l'acerbo:
prelibata
menzogna della mente,
dolce
carnale niente.
Ti
estrapolo per fogli senza nerbo
versicolando
un nuovo madrigale,
la
breve chiusa: vale.
XXIII
Ti
cerco come fiamma,
come
ventre di mare
inesplorato,
per pietra d'altare.
Sei
nella sera un porto
di
quiete, una parvenza
lieve,
un oracolo contro la scienza.
Luce:
non m'ero accorto
e
dolce m'è l'aurora
tra
le tue labbra e le tue mani ancora.
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