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LETTERA in VERSI

 

 

 

Newsletter di poesia

n. 9

Dicembre 2003

 

Numero dedicato a VICO FAGGI

 

http://www.italianisticaonline.it/memo/lettera/

 


________________________________________

SOMMARIO

Editoriale

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Intervista

Antologia critica

Recensioni

 

 

 

 

Colophon

LETTERA in VERSI è una newsletter di poesia, contenuta in allegato, a carattere monografico, nata da un'idea di Margherita Faustini e Rosa Elisa Giangoia, che ne cura la realizzazione.

Questo numero è stato redatto da Liliana Porro Andriuoli.

LETTERA in VERSI viene diffusa unicamente via posta elettronica ed è pubblicata con cadenza trimestrale. E' inviata gratuitamente ad un gruppo di amici, che si spera progressivamente di ampliare grazie a segnalazioni e richieste di persone interessate. Per riceverla o per revocarne l'invio ci si può rivolgere all'indirizzo rogiango@tin.it

La redazione si assume ogni responsabilità in merito al contenuto, nonché per quanto riguarda la riservatezza e la gestione dell'indirizzario.

 

 

  

Editoriale

         Poesia cultura storia vita rappresentano un insieme da cui nasce la creatività della voce lirica: la poesia è la voce che si modella nelle forme determinate dal massimo di tensione espressiva che il poeta individua, crea ed elabora. Sulla forma soprattutto agisce la cultura, cioè la consapevolezza critica del divenire storico della poesia. La storia e la vita sono la materialità della poesia che la forma trasfigura. La poesia nasce dalla vita e dalla storia, cioè dai fatti personali e collettivi che suscitano le emozioni dell'uomo che cogliendole ed esprimendole si fa poeta. Ma la poesia è anche storia, cioè c'è una storia della poesia, che è storia di autori e di testi, ma è anche e soprattutto storia di forme espressive, di modi, in particolare di ritmi e di figure. La poesia è fedele all'uomo, al suo sentire, alle sue gioie e ai suoi dolori, alle sue passioni e ai suoi sentimenti, al suo cogliere e interpretare la realtà che lo circonda, al suo interrogare e rispondere sui quesiti profondi del suo vivere. Il piano del ritmo, cambia, è cambiato nel tempo, si è modellato secondo le lingue, la forma della poesia si è piegata e adattata in base a preferenze di figure (allegorie, metafore, simboli, ecc.), inseguendo elaborate e ricercate tramature di parole. Il nuovo della poesia è stato soprattutto dire in modo nuovo l'eterno e più profondo sentire dell'uomo. Per rinnovare bisogna conoscere: la poesia, quindi, è l'incontro della cultura con l'attualità della vita in un perenne gioco della fantasia e della creatività tra fedeltà e novità.

        In questo numero di LETTERA in VERSI presentiamo un poeta, Vico Faggi, la cui produzione poetica nasce proprio da quest'incontro tra la sua solida cultura classica e la sua esperienza di vita, vita privata e vita partecipe sullo scenario della storia, soprattutto negli anni più drammatici del recente passato.

 

 

 

Profilo bio-bibliografico

Vico Faggi (pseudonimo di Alessandro Orengo) è nato a Pavullo nel Frignano nel 1922. Laureatosi in Giurisprudenza a Modena entra in magistratura, terminando la sua carriera nel 1992, presso la Corte d’Appello di Genova, città in cui continua ad esercitare la sua intensa attività culturale.

Si è a lungo occupato di teatro, per il quale ha scritto numerosi testi, di cui ricordiamo: Ifigenia non deve morire, 1962 (che tre anni dopo assunse il nuovo titolo Un certo giorno di un certo anno in Aulide); Il processo di Savona, 1965; Cinque giorni al porto, 1969 (in collaborazione con Luigi Squarzina); Voci del Black Power, 1971; Rosa Luxemburg, 1976 (in collaborazione con Luigi Squarzina); Non più mille, 1979 (in collaborazione con Gina Lagorio). Sei sue commedie sono state pubblicare in Parola di teatro (Marietti, 1992) con prefazione di Roberto Trovato; e altre tre sono apparse nella collana Teatro Italiano Contemporaneo (Editori & Associati di Roma) sempre a cura di RobertoTrovato.

Per la poesia ha pubblicato: Quaderno partigiano (Savona, Ed. Silvio Sabatelli, 1968); Corno alle Scale (Milano, All'insegna del Pesce d'Oro, Scheiwiller, 1981; Prefazione di Sergio Solmi); Sette poesie da (Savona, Edizioni di «Resine», 1985; Prefazione di Adriano Guerrini); Amici, pittori (Pescara, Questarte Libri, 1a ed. 1985; 2a ed. 1986; Prefazione di Vittorio Coletti); Fuga dei versi ((Milano, Garzanti, 1986; Prefazione di Lanfranco Caretti e Postfazione di Angelo Marchese); Sette poesie (Pisa, Editori Giardini, Collezione Europa, diretta da Renata Giambene, 1987; con un saggio di Elio Gioanola); Da Ovidio, Corinna (Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1988; Postfazione di Caterina Barone); Poetando cose (Bellinzona, Istituto grafico Casagrande, 1990; Prefazione di Pietro Gibellini); Signora d’Albuison (Genova, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, 1996; Postfazione di Davide Puccini); Svolte (Milano, All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller, 1998, con il patrocinio della Fondazione Schlesinger); A Mirta (Genova, Autoedizione, 2000); Intra domum (Novara, Interlinea Edizioni, 2003). Nel 1991 è uscito il libro di prose e poesie, intitolato Il giudice e il poeta (Genova, Marietti).

Come saggista tra l’altro ha curato Sandro Pertini: sei condanne due evasioni (Mondadori, 1970) e ha dedicato uno studio a Strindberg (Firenze, La Nuova Italia, 1978).

Per il teatro ha tradotto:

da Seneca: Edipo (Torino, Einaudi, 1972), Medea, Fedra, Tieste (Milano, Garzanti, 1979), Ercole Furioso (Torino, Einaudi, 1979) e Le Tragedie (ivi, 1992);

da Euripide: Ione, Elena, Ecuba ed Elettra (Milano, Garzanti, 1982-83, in collaborazione con Umberto Albini, tranne Ione), Oreste (Torino, Einaudi, 1991), Ifigenia in Aulide e Ifigenia in Taulide (ivi, 1992);

da Sofocle: Aiace e Trachinie (Milano, Mondadori, 1983, in collaborazione con Umberto Albini);

da Plauto: Anfitrione, Bacchidi, Casina, Menecmi e Pseudolo (Milano, Garzanti, 1985);

da Terenzio: La ragazza di Andro, Quello che castiga se stesso e La suocera (Milano, Garzanti, 1989).

Ha tradotto infine i Carmina di Sidonio Apollinare (Genova, San Marco dei Giustiniani, 1982).

        Antologia poetica

Corno alle Scale

ADDIO

Tu sventolasti a lungo

un fazzoletto bianco

e nel petto m'entrasti

perduta nell'uggia del giorno.

Vissi per un istante

schietto nelle tue mani

poi mi riprese l'ansia

del ritorno.

La nebbia d'intorno

cancellava il tuo sembiante.

 

SESTOLA

Foriamo la nebbia.

L'arcobaleno è come una spada

e le case sul palmo della mano

in un bagno di sole.

Nel cavo del monte

come dentro un'amaca, si riposa

Sestola baciata dalla luce.

E' veleno la guerra, partigiano,

fermenta nel sangue, si rivela

nei monti devastati, nei villaggi

bruciati,

nei compagni caduti.

Non è tempo di sogni, non voltarti

ai tuoi monti, agli anni inconsapevoli.

L'infanzia è bruciata coi villaggi,

nel presente la guerra

- non voltarti! -

il futuro sarà

forse

leggenda.

Lontano, sui tornanti

del sentiero

i partigiani

sembrano

formiche.

 

RAGAZZO

La morte ti colse all'improvviso

cieca alla tua giovinezza.

Due giorni durò la tua agonia.

Ricordo: dal pagliericcio

stillava il tuo sangue di ragazzo,

misurava il tempo.

Che sa il mondo del tuo sacrificio?

Solo tua madre e i tuoi compagni

ti piangeranno, ragazzo caduto,

e solo per noi, nelle giornate di sole,

i fiori selvatici dei prati

grideranno il tuo nome.

 

DIMENTICATO RITROVATO

Timorosa esitando mi offrivi

le labbra e il tuo assenso.

Così penetrasti nel silenzio

del mio sonno; ed io fui

per lo spazio di un sogno, felice.

La luna la palma ed il mare:

sei apparsa

una notte di marzo, verso l'alba.

 

LA COLLINA

Rossa, impregnata di luce

alla sua finestra, sul paese.

La ritrovava all'alba

e ogni volta stupiva.

Sul paese vegliava la collina.

Inutile il tuo viaggio, fermati,

non ritroverai la casa,

la collina non ritroverai.

Nessuno ti ricorda,

nessuno ti chiamerà per nome.

Quegli anni non esistono più.

Ci sono mai stati?

Scorre lungo la terra

vento di polline e d'ansia.

Ma rossa, di luce acerba impregnata,

benevola incombente la collina

veglia sulla mia infanzia.

 

VIA EMILIA

Della via Emilia, amici,

io vi voglio parlare.

La polvere il sangue la sua gente

il verde che taglia

i casolari e gli anni che cucisce.

Via Emilia è una strada come tante

una striscia di polvere e d'asfalto

arsa dalla canicola.

Le automobili passano rombando.

I ricordi scavano trincee.

La città è calda nei suoi tetti

sorride d'intonachi e di piante.

Dicembre le case quiete

la neve sulle aiuole

e le ragazze liete

per un pugno di sole.

("Si chiudono sul nostro esilio

le grandi vetrate, amico Faggi.

Di là il mondo la luce

le strade la vita che ci sfugge

qui i lettini di ferro e le pareti

imbiancate di calce…")

E' gennaio il treno se ne va

il sole tinge la nebbia

sfiora i pioppi la luce

sorridono i rossi cascinali

terra dei partigiani Emilia.

Ora il parco riveste i tuoi colori

primavera esitante. Si colorano

i getti delle pompe contro il cielo.

I bambini si tengono per mano

un pensionato legge l’Unità.

Voglio parlarvi, amici,

della via Emilia, del

sangue della sua gente.

Dove sono le nostre brigate

fiorite dalla neve di due inverni

e dai monti discese

nelle giornate d'aprile?

Io mi fermo guardo intorno cerco

il volto inquieto ardente

dei compagni.

Dove siete finiti? Cosa fate?

Ora i mercanti affollano le piazze

e i partigiani cercano lavoro

nelle miniere del Belgio.

  Modena, 1947-48

 

DALLA CASA PATERNA

Gli scocci i ciappini i ratatuggi,

queste cose

che la polvere stringe, stinge l'abbandono,

buste lacere, volti sconosciuti

su foto sbiadite smangiate,

un libretto di piccolo risparmio,

qualche polizza incendio,

una del monte dei pegni,

queste povere cose,

le fatture strappate, le marche,

gli illeggibili nomi, i vecchi mobili scuri,

queste sono le tracce

di una vita

che fu vostra, fu mia.

Che turbine spazza le carte!

Sono fuggito, basta, ora soltanto

il distacco mi vince.

Padre, madre, è l'addio

a voi, alla vostra, alla nostra

comune esistenza, all'amore

che tanti anni ci strinse.

Soltanto ora capisco

che fu irrevocabile il saluto

sul colle di Monteobizzo

là di fronte al Cimone.

Eppure lo sento, voi siete

vicini, qui presso, qui accanto

e già vi librate, vi sciogliete

dalla vecchiezza triste, dalla stretta

del suo pugno grinzoso.

Ed ecco siete ritornati

ai vostri giovani anni

ai borghi ai paesi che vi dettero

un asilo, un rifugio.

Ed io con voi, nella casa, bambino

indugio nel cerchio di luce,

le mani mi proteggono

di mio padre, di mia madre.

Si allontana il quadro, si riduce.

Infranta la visione

si scompone nel prisma delle lacrime.

 

Sette poesie

FINE DEL '43

A Giorgio Caproni

Treni di notte, treni in fuga, lanci

di messaggi nel vuoto, per l'ignoto.

L'uomo ramingo esplora

a tentoni la via, e avanza, e ignora

quale che sia la meta.

I lunghi fischi inquietano le tenebre,

sussultano alla voce i penitenti,

i mostri si rintanano nei brevi

sogni dei rari dormienti.

Quid nox ferat, incertum…

Io rivedo il mio gesto, che sul vetro

appoggiavo la fronte. Di là il buio,

la pioggia amara, il vento. Lo sgomento

d'una gente tradita. Il treno ansava,

chissà dove portava la mia vita.

 

Ovidio, Corinna

UT STETIT ANTE OCULOS

Posito velamine, caduto

ogni velo Corinna fu diritta

dinanzi ai tuoi occhi che stupiti

esitando guardavano: perfetta

tutta in ogni parte la figura.

Quam castigato planus

sub pectore venter!

Pura la luce ne fluiva mentre

tremito prendeva

la tua mano.

Sei esule ora, e triste. Addio.

La tua mano cerca e non ricorda.

Tempo, Ovidio, di elegia.

Fuga dei versi

DAL VERBO POIEIN

A Franco Croce

L'atteso, l'imprevisto,

la perdita, l'acquisto,

il pieno, il vuoto, il

tutto che scontra il nihil.

Qualcosa che hai cercato,

qualcosa che è donato.

Qualcosa che si fa, la poesia,

e qualcosa che avviene.

Si fa seguendo l'onda

d'una piccola frase (nella scia

ti lasci, ti riprendi), la visione

d'una valle, di un'eco, dello splendido

corpo amato sognato

(lo evochi, si impone,

lo trattieni, ti tiene);

qualcosa che si fa, che avviene, la

poesia se rispondi

col ritmo, la visione

(la grazia transeunte, la passione)

al nulla che t'invischia, ti attende, ti spia.

DAL CAPODANNO

Attizziamo le braci nel camino.

Sono qui, sono perse, le radici?

E voi, parole antiche?

Notte pura, le nevi, dritte querce

alla casa di Gino. Tonfi lievi

ci giungono da fuori,

e tremiti, sussurri. L'anno muore

un altro gli succede.

La vita procede. Gli occhi azzurri

ha il bambino Matteo.

Battevano piano alla soglia

(ictus, arsi, spoglia trenodia)

della coscienza i cari

scomparsi.

A STURLA. MATTINO

Una luce, un riflesso. Quel barbaglio

ti fulmina, dal vetro, e tutto il borgo

si ridesta, s'arruffa. Che mattino

freddo e festoso! Un gorgo

si smuove di ricordi, se ne sfogliano

i dispersi stupori. Dolce stilla

il frutto della vita. E si fuorvia

nel battere del ciglio, nello spazio

dal riflesso del vetro alla pupilla.

UN QUADRO DI COVILI

Il notturno chiarore, i suoi riflessi

bagnano d'argento le pareti. In cucina

il contadino mangia la sua minestra.

Il cucchiaio si arresta. Tutto è immobile.

Solitudine, il buio ed il silenzio,

quella segreta luce

lo staccano da sé, gli riconducono

i pensieri e i ricordi

che s'erano perduti, che ignorava.

La deserta cucina è un alveare,

parole vi si affollano, le care

voci note, voci sconosciute

s'incontrano, si parlano fidenti

fra le povere mura.

Tutto il dolore di generazioni,

le speranze, l'amore, la vita

della rustica casa

ritornano in quest'ora che è raccolta

nel silente lucore della notte.

SU UNA TAVOLA DI LIBERTI

Nella sera del mondo già si annullano

ombreluci sul mare. Unica voce

è la risacca, e strologa. Seduta

mi rivolge le spalle, mi sconosce

innocente ed ignuda, una fanciulla.

Non si volge. Il suo sguardo

ostinato si perde nell'azzurra

estensione del mare;

ma un alito di vento le sussurra

i miei versi.

CITTA' DI NOTTE. NOTTE SUL GIARDINO

Le luci disegnano la notte,

i bianchi fili sulla sua lavagna

si tendono, si arruffano, dipanano

graffiti e arabeschi

tramando caseggiati, strade, piani.

Un palazzo s'invola, tu l'arresti,

basta un cenno delle tue mani.

Fili di ragno scrivono la notte

nel giardino fatato dove i grilli

le farfalle le piante le libellule

le fanciulle s'incontrano, si chiamano

entro il magico circolo, nel vento

di questo buio misterioso, attento

al cenno della tua mano.

EIDOLON

Gli occhi, le labbra, ed il piede, la mano

di te lodai, e l'anima, il carisma:

svariava la tua immagine nel prisma

degli affetti, dei sogni, ma lontano

recedeva il volere, il tuo: la mano

non s'offerse ed il piede non si volse

verso di me, né mai le labbra sciolsero

l'impietoso sigillo, né un umano

sguardo dagli occhi cadde. Dunque escluso

sono dal cerchio magico, dal vivido

virginale giardino. E nell'astruso

impulso di raggiungerti, nel brivido

d'averti, possederti, qui ti suscito

eidolon, sogno, weidolon, mio idolo:

statua, visione, immagine che abbia

di te il piede, le mani, e gli occhi, labbra...

Poetando cose

O SAISONS, O CHATEAUX

O miei vecchi castelli, mio Frignano,

Ove corsi ragazzo ricercando

l'avventura, l'amore,

forse il bandolo

della mia vita.

miei diruti castelli,

vecchi spalti corrosi, uno straniero

va ricercando sulle vostre mura

la mano del ragazzo, la sua cauta

carezza ed il suo sguardo

sperduto tra i calanchi, nella baita

dispersa tra i pini,

mutilato maniero, vecchia torre

eversa, lo straniero

porta seco per sempre la fantasima

del vostro cotto antico, dell'amico

profilo che s'eterna

contro il cielo, nell'anima…

 

LA NEVE, LE NEVI

Al capitano Toni

Les neiges d'antan? Le nevi di una volta?

No, la neve, una sola, che immensa si snoda

nello spazio, nel tempo, che converte

nel suo silenzio, nelle bianche guglie

senza macula, il suo

incombere di serpe.

Notte, rischio,

il passo ti si affonda, la pattuglia

avanza nella terra di nessuno, si sperde.

Ti può cogliere Morte mentre freme

il silenzio più puro, e la neve è vergine, e

ha brividi la notte e in alto tremano

le stelle che tua madre nominava per te?

DAL FRIGNANO. MATTINO

Con quella sferzata di luce

il mattino dipinge la facciata

della rustica casa sotto il crinale del monte

ed il suo giallo è un grido

che dagli anni risale

e gridano gli anni furenti

la gioia

di quei colori ritrovati

la pena gridano dei giorni

cancellati

e lo stupore del vecchio

grida l'incanto del fanciullo

accorso un attimo a fronte

del giallo che è esploso sulla casa

arresa sul dorso del monte.

Signora d'Albuison

 

INSONNIA

 

Mia compagna l'insonnia,

ancora non albeggia.

Ripercorro i miei giorni, sin da quelli

giovanili e perduti. Quanti sogni

hanno trovato adempimento, quanti

esiliati, caduti,

rimasero per via… Ma da domani

il mio viaggio riprende. Sulla scia

troverò nuovi incontri ed il più atteso

avrà il tuo nome, il tuo viso, le tue mani.

Svolte

EPICEDION

La strada di campagna

tra gli spini le razze

ripida rapida ascesa

tra i ciottoli le pietre le boazze

l'odore di pollaio. Ne l'aria sospesa

una gallina chioccia…

Fruscia il silenzio, frémita. Se tendi

l'orecchio, se la sorte

ti assiste, se questa

è l'ora propizia,

forse dalla penombra

di quelle siepi magre

per un attimo forse

ti raggiungerà

giovane non velata

non incrinata voce

tua madre.

S'affaccia.

E' ragazza.

Scompare.

Scendi deluso, incontri l'asfalto

sulla strada declive.

Un'insegna uno smalto e già s'adàgita

s'aduggia si rifugia dietro valli di ontani

l'isola delle ville. Tu sai dov'è la casa

di Bellentani: solida

nelle sue pietre quadre

bene scheggiate, ma

sul cancello sono sbocciate

le ragnatele, fiore di Lete. Ignara

la dimora si tace.

Da quanti anni se ne è andato

il vecchio chirurgo che aveva curato

tuo padre?

E il tempo il silenzio ti stringe d'assedio

nell'ora di questo epicedion.

FRIGNANO. SILENZIO

Quanta pace, Friniates, che silenzio,

questo verde più verde lo difende,

lo sguardo si protende

di crinale in crinale

sino al Corno alle Scale

musicale=

mente.

Che vai cercando? Tracce

di affanni, di cacce, di spari,

ansiti dolceamari

del tuo cuore allo sbando

come quando

Thanatos t’inseguia.

Bei posti del Frignano, che ironia

la distanza suprema dei monti:

del giovane che fosti

non troverai le impronte

poi che non conti

niente.

(Una luce sorgiva di fonte

perlacea trasparente

inargentiva tutto l'orizzonte).

A CASA

Il cánone il cannone la cannuccia:

compitava il bambino. Piano piano

l'uggia lo catturava. Di lontano

chiamava alla Messa la campana.

Ed è la stessa

che s'immette nel sogno

in quest'ora di notte.

E rintocco a rintocco

si alterna, si eterna.

Nella casa paterna

Si ritrova il bambino,

si ritrova bambino.

Tutto è uguale, e spettrale.

Lo prende l'ansia, sciama

di stanza in stanza, chiama

i suoi cari, li cerca.

La dimora è deserta.

Intra domum

DISCENDEVA LA PACE

Discendeva la pace alla misera terra

e gli uomini nel cielo

ne scrutavano tracce.

In una sede minima, dispersa

nell'universa ecumene,

esperta segreta una mano guidava

i passi di una giovane

e provvida ispirava

la via ad un soldato

poi ch'era decretato

il loro incontro

in quel giorno

30 d'aprile del '45.

Et de nobis fabula narratur.

CASA DI GELLO

Risorge, ca' di Gello, mi carpisce.

Grevi d'anni di ombre di fumo

le sue pietre. Ciascuna

dal passato si sporge.

Il vento che mi torce è nostalgia

di ricordi smarriti,

è grumo

di passione

indecifrato.

Perché qui

tra le mura

ho sostato

sotto il segno

di Thànatos.

Riappare, mi scuote, mi scruta,

col suo grido mi stana

Casa di Gello

suggello

di una stagione, un'anima perduta.

Pavullo, inverno 1943-44 - estate 2001

Intervista di Liliana Porro Andriuoli

Vico Faggi è il nome de plume di Alessandro Orengo: come è nata in te l’idea di adottare uno pseudonimo; e in particolare quello di Vico Faggi?

Dopo aver scritto, firmando Alessandro Orengo, tre libri di Giurisprudenza, mi rivolsi alla letteratura e mi creai uno pseudonimo - Vico Faggi - derivandolo dai cognomi di mia madre, Covili Faggioli. Insomma fu un omaggio a lei e alla sua (e mia) terra: il Frignano. E’ la terra dove sono nato, mi sono fidanzato e sposato, dove ho giocato al calcio e fatto la guerra.

Tu sei oltre che poeta anche saggista, autore di teatro e traduttore dal greco e dal latino. Come valuti a posteriori questa tua attività artistica così varia e in quale campo ritieni di aver dato il meglio di te?

Scrissi a vent’anni la prima poesia (Addio); a quaranta la prima commedia (Ifigenia non deve morire); più tardi cominciai le traduzioni a partire dall’Oedipus di Seneca (Einaudi, 1971) Non so dire se sono riuscito meglio nella poesia e nel teatro. Certo amo di più la poesia, che ha bisogno soltanto di un foglio di carta e di una biro.

Veniamo a Vico Faggi poeta. E’ noto che hai al tuo attivo ben 12 sillogi, tutte contenenti poesie di notevole pregio stilistico, alcune monotematiche, altre suddivise in sezioni. Soffermiamoci per prima cosa su quelle suddivise in sezioni: ogni sezione è sempre contraddistinta da un titolo (non raramente un vocabolo latino o greco), a volte per talune sezioni ripetuto anche in sillogi successive (vedi Examen e Polemos), ma in ogni caso sempre esplicativo della tematica delle poesie della sezione. Questa strutturazione delle sillogi così curata anche nei dettagli asseconda una tua esigenza di razionalità e rigore interiore o è piuttosto dovuta ad un’esigenza di comunicatività immediata e quindi di chiarezza espressiva?

La domanda è acuta. Strutturare in sezioni un libro credo risponda ad una esigenza di chiarezza, di ordine. E dovrebbe aiutare il lettore ad orientare al meglio la sua attenzione.

Molte delle tue sillogi iniziano con una poesia che è una vera e propria dichiarazione di poetica (vedi Città del ricordo in Corno alle scale, Dal verbo poiein e Non ego cuncta nella garzantiana Fuga dei versi, Freudiges dichtung in Poetando cose); credi che ciò valga ad introdurre il lettore con maggiore facilità nei segreti del testo?

Ragazzo, leggendo l’Allegria di Ungaretti scopersi una poesia che parlava della poesia. Decisi di farlo anch’io. Come dire: caro lettore, questo è quanto vorrei realizzare, vedi tu se ci sono riuscito.

Passiamo al tuo stile. La caratteristica precipua della tua poesia, come d’altra parte è stato già osservato sia dai prefatori alle tue sillogi sia dai critici che si sono occupati di te, sembrerebbe risiedere in un "equilibrio fra misura classica e moderna libertà metrica" (per usare le parole di Pietro Gibellini). Come pensi di essere pervenuto ad un tale "equilibrio", visto che esso è già presente fin dalle tue prime sillogi?

L'equilibrio tra "misura classica e moderna libertà metrica" si risolve in un certo legame con la tradizione e insieme nell’aspirazione ad introdurvi qualcosa di personale. Il fine è trovare una forma nitida asciutta, che mi sembri tutta mia.

Il plurilinguismo, che è una delle cifre che ha sempre contraddistinto, e che tuttora contraddistingue, gran parte della tua poesia, non sembra essere arbitrario in te, ma piuttosto si ha la sensazione che scaturisca da una reale necessità di espressione, che ogni volta ti spinge alla scelta della parola più idonea a trasmettere le tue emozioni, la quale in tal modo diventa insostituibile. Tale scelta poi non ha mai un carattere puramente semantico, in quanto spesso si direbbe dovuta a ragioni di carattere onomatopeico, o più in generale fonico. E’ esatto tutto ciò?

Subito dopo la guerra sentii l'esigenza di scrivere un epicedio su un giovanissimo partigiano, ma non trovavo le parole adeguate. In fine mi rivolsi al latino e mi parve che la cosa funzionasse:

Vitam citius nostram didicisti

(La nostra vita d’uomini braccati

le notti d’ansia le cacce gli agguati).

Mortem citius, ragazzo.

Altra volte, più avanti negli anni, mi rivolsi al latino (o anche al greco) per fini diversi, per ragioni foniche, come benissimo dice la mia intervistatrice. E ci sono anche inserti in francese e tedesco.

Veniamo ai contenuti. Il titolo della tua prima silloge, Quaderno Partigiano (1968), immediatamente ci fa risalire (e la cosa si ripete anche per la successiva Corno alle scale) alla tua partecipazione alla lotta di Liberazione; un’esperienza che ha indubbiamente segnato in modo determinante la tua vita (a quell’epoca tu eri poco più che ventenne). Cosa ti senti di dire oggi, dopo tanti anni, sul significato che ha assunto per te questa esperienza? E quali conseguenze essa ha avuto sulla tua produzione letteraria?

Ero figlio unico, molto amato, di genitori non giovanissimi. Eppure quando rivelai loro che avrei raggiunto i partigiani non dissero una parola per fermarmi. In famiglia avevamo un alto senso del dovere. Questo è il significato morale di quell’esperienza. Ma oggi c'è anche il ricordo dell’avventura, del rischio, della libertà, della giovinezza. Ne ho scritto e talvolta mi capita ancora di farlo. Vedi Casa di Gello in Intra domum. Ma ormai è solo una questione privata. La politica mi annoia.

Il motivo di Polemos, cioè delle guerra, ritorna molto di sovente nella tua poesia: basti pensare alle due sezioni Quaderno Partigiano e Examen in Corno alle scale, ad alcune poesie di Fuga dei versi (nella sezione Riepiloghi) e a quelle iniziali di Sette poesie; e ancora alla sezione Polemos in Poetando cose e alle sezioni Polemos e Examen in Svolte. Un motivo dominante, dunque, quello di Polemos che si presenta nelle tue poesie sotto un duplice aspetto: come ricordo della guerra combattuta al fronte quando eri giovane (a cui abbiamo or ora accennato) e come impegno civile e sociale, di denuncia degli errori commessi, affinché non vengano più ripetuti, e dei mali della nostra società. In quale modo si è fatta strada in te tale esigenza di denuncia e come ha condizionato la tua produzione letteraria e, ancor prima, la tua vita?

Polemos è ciò che si riferisce all'esperienza bellica ma anche ai miei risentimenti morali. Reagisco d’istinto e mai in senso programmatico. Così nell'opera come nella vita. E’ una cosa che mi viene naturale. Diverse autorevoli persone ai hanno dato dell’anarcoide.

Un aspetto importante quello di "forte impegno civile e morale", che costituisce, come osserva Roberto Trovato, anche "il tratto distintivo del tuo teatro". Sei d’accordo con tale affermazione?

Credo che Trovato abbia ragione. Il teatro vive di conflitti (vedi il modello base secondo Hegel: l’Antigone di Sofocle). Io ci metto le mie reazioni alla storia, indagando sui conflitti che l’attraversano e prendendo posizione, anche con ira e ironia.

Un altro importante motivo ispiratore che si presenta fin da Corno alle scale è per te l’amore per la donna. La donna appare spesso nelle tue poesie come una "visione", a volte addirittura onirica, che improvvisamente ti compare dinanzi agli occhi ed illumina ed allieta la tua vita. Tale elemento visionario ed onirico che ritroviamo spesso nella tua poesia è per te un artificio tecnico di cui ti giovi sul piano stilistico oppure è un procedimento spontaneo che scaturisce da un’esigenza forse inconscia?

La donna è realtà, persona viva, ma anche visione, sogno, ricordo. Ha ragione Stendhal: la bellezza è una promessa di felicità. E la felicità perfetta si trova nell’amore. Di questa aspirazione ho scritto più volte. E certamente l'inconscio gioca la sua parte.

Come è nato in te l’interesse per Corinna, la donna di Ovidio? Corinna è una "metafora della poesia" o una donna ammirata ed amata in quanto tale?

Corinna è la poesia in quanto metafora dell’aspirazione alla felicità e alla bellezza. L’immagine si riveste di figure diverse, di tempi diversi, ma sempre vicini alla stagione della giovinezza.

La tua silloge Signora d’Albuison consiste in una raccolta di trenta acrostici tutti giocati sul nome Margherita; in verità altri acrostici su altri nomi di donna (Betta, Miriam, Isabella) li avevamo trovati anche in Fuga dei versi. Scrivere un acrostico è per te un fatto spontaneo, oltre che esercizio letterario?

L’acrostico è un lascito degli antichi e fa parte della tradizione, che cerco di seguire. Ma l'acrostico è anche una sfida, una sfida pericolosa. Il massimo rischio l'ho affrontato nella Signora d’Albuison. Margherita è il nome più difficile da tradurre in acrostici, specie per la presenza dell’"h". Ne è riuscito un romanzo in versi che continuo ad amare.

Oltre a Polemos e ad Eros un motivo importante della tua poesia è quello del ricordo (Mnemosine), come notò a suo tempo Sergio Solmi (si vedano specialmente le tue poesie sulla casa paterna e sui ricordi d’infanzia). Quale importanza ti sembra assumere tale motivo nel complesso della tua opera poetica?

Mnemosine è la madre delle Muse, e il suo nome letteralmente significa memoria ma anche pensiero. Per me ricordare significa rivivere, recuperare momenti in cui mi sentii vivo, felice, in armonia: ricordo la casa paterna, l’infanzia, ma anche la guerra e i rischi, e l'Eros, e gli incontri fortunati. La poesia è un tentativo di possedere per sempre ciò che fu nostro e che si è fatalmente perduto.

Nella sua prefazione a 7 Poesie da, un’elegante plaquette corredata da tre incisioni di Ugo Sanguineti, Adriano Guerrini definisce la tua una "poesia colta". Concordi con una tale affermazione, anche per la tua produzione successiva?

La poesia è sempre colta, più o meno. Forse qualche volta è troppo colta. Forse Guerrini voleva rimproverarmi qualche eccesso di bravura.

Come pensi possa inserirsi la tua poesia nel quadro della poesia contemporanea, in particolare di quella ligure?

Ligure di padre, frignanese di madre, credo di avere preso dall'uno e dall’altra, perché punto, sì, ad una forma asciutta e decisa, ma anche ad una certa libertà fantastica. Però i miei maestri sono stati soprattutto Sbarbaro e Montale.

Antologia critica

[In Quaderno partigiano] Faggi riunisce, con un gruppo esiguo di versi, anche prose di memoria partigiana o del settembre 1943 e i temi danno la misura immediata dell'atmosfera del discorso. Che è nettamente rievocativo e ricostruttivo, con una forte connotazione polemica nei confronti di una situazione attuale giudicata con gli occhi della delusione storica: […] ma Faggi sa andare molto oltre, traducendo nella disposizione turbata e impropria degli oggetti, ad esempio, la difformità dell'entusiasmo e dell'esito, o incardinando nell'esemplarità di disordinate risultanze simboliche, al limite della visionarietà, il senso dell'iato fra esperienza sofferta e presente vacuo e arido. (Giorgio Bárberi Squarotti, «Arte e poesia», nn. 2-3, 1969)

Si tratta di una raccolta [Corno alle scale] che abbraccia un lungo periodo […] Pur trattandosi d'una esperienza così protratta nel tempo, colpisce in essa una fondamentale coerenza di stile, che, partendo da un gusto classico di base, ovunque presente nella esigenza di una forma semplice e nitida, si svolge in movenze e metri modernamente liberi, o nella ricerca di un linguaggio in cui si fondono gli elementi di una cultura composita (dai classici greci e latini) alla lezione dei più autorevoli autori moderni. Tra le caratteristiche principali della poesia di Faggi è il vivo senso del paesaggio, non già in funzione descrittiva o pittorica, bensì rintracciato fra le pieghe dell'anima sulle orme del passato. (Sergio Solmi, Prefazione a Corno alle scale, 1981)

La memoria (intorno ad essa si sviluppano quasi tutte le liriche di Corno alle Scale, monte dei ricordi partigiani ed emblema di una vita), mentre si costituisce come contenuto intrinseco e spinta propulsiva dell'emozione lirica, assolve la funzione di placare, slontanandola, l'immediatezza sentimentale e di ricondurla nell'alveo di un ricordo commosso, ma pacato e sublimato nel dominio estetico. Ciò spiega perché anche le poesie potenzialmente più disponibili ad accendersi dei toni del pathos e della retorica, come quelle della lotta partigiana (retorica da cui è letteralmente alluvionata la maggior parte della produzione resistenziale!), vissuta in prima persona da Faggi, (si veda la sezione all'interno della silloge, intitolata Quaderno partigiano) si presentino come limpide trascrizioni di sentimenti e di accadimenti, ormai filtrati e depurati dal gioco di una memoria che si è fatta parola sapiente, ritmo e suono dell’interiorità. (Graziella Corsinovi, «L’Agave», quad. n. 2, 1984)

Vico Faggi (1922) […] nella sua silloge Corno alle scale del 1981 ha fuso il mondo poetico della memoria e del mito, dello scorrere ineluttabile di Cronos con la rievocazione nitida dell’esperienza resistenziale (Francesco De Nicola, in L’ulivo e la parola, Genova, Sabatelli, 1985)

Quanto alle forme, linguistiche e metriche, è facile desumere […] il loro estremo (ma sempre sorvegliato, mai esibito, mai fine a se stesso) polimorfismo, anche se l'endecasillabo sembra largamente predominare. Un endecasillabo moderno, franto, disatteso: del tutto in armonia con tanta sottile, e attualissima, sperimentazione di parole, strofe, assonanze, ecc. Quel che importa, e va dunque ripetuto, è che l'emozione, filtrata, essenzializzata, vi permane: quella emozione che diciamo poetica, infinitizzante. Il fuoco è forse volutamente un piccolo fuoco, la tenebra degli anni folta, la confusione dei linguaggi più folta ancora; ma il lucore ed il tepore della poesia persistono. (Adriano Guerrini, Prefazione a 7 Poesie da, 1985)

Lo spessore non fittizio del filtro poetico è assicurato all'arte di Faggi dal fondo consistente e sempre attivo della sua sperimentata educazione classica (anche qui si ha la presenza di Platone, Alceo, Pindaro, Seneca ... ) e dalla frequentazione intensa di poeti moderni italiani e stranieri. Tra i primi manifestamente i vociani e lacerbiani (da Sbarbaro a Jahier), soprattutto Montale, da cui Faggi sembra proprio derivare, oltre la lezione etica e l'esemplare asciuttezza del verso, la suggestione del transito dagli autobiografici Ossi al simbolismo delle Occasioni, e anche il lombardo Rebora (e alle spalle forse il Carducci di Odi barbare e di Rime nuove, e qualche echeggiamento dannunziano in talune evocazioni femminili); tra i secondi invece almeno quegli scrittori a cui lo stesso Faggi intitola varie sue liriche esplicitando così il libero ri-uso (come oggi si dice) delle «fonti», e non solo le fonti letterarie (Scève, Baudelaire, Brecht, Hesse, Heym, Pasternak…) ma anche gli stimoli desumibili da pitture e disegni (Covili, Liberti, Cézanne…) (Lanfranco Caretti, Prefazione a Fuga dei versi, 1986)

Percorrendo questa isotopia fonologica e semantica antico moderna Vico Faggi è quanto mai lontano dal citazionismo culto dei poeti professori e tanto più dalla vena neoterica di certi sperimentatori d'avanguardia. Egli non vuole affatto épater les bourgeois col suo plurilinguismo, che si allarga anche al tedesco e al francese. L'origine prima di questo deragliamento verbale è, a mio parere, inconscia, se è vero che l'Es ha una struttura linguistica che rivela-occulta contemporaneamente le pulsioni profonde e rimosse. Si dovrà dire, allora, che il poeta gioca col discorso, assecondando talora sollecitazioni fonico-memoriali riaffiorate per anamnesi, inventandosi accoppiamenti paronomastici («Ariston men hydor / Ristanno mio idolo») e persino pretesti vocabolarieschi («Wánassa ánassa basílissa») lungo i quali rincorrere la figura, l'eidolon, l'archetipo di Afrodite (Angelo Marchese, postfazione a Fuga dei versi, 1986)

Ma della pittura […] questa poesia conserva e ricrea a suo modo il rigore-compositivo, che essa affida al nitido tracciato delle strutture metrico-ritmiche, esemplarmente evidenziate da un fitto, sapientissimo intreccio di rime (rime interne, sdrucciole, assonanze e consonanze, quasi rime… […] Amici, pittori ha le grandi, vive luci dei suoi quadri e in più la memoria e l'amore che essi hanno segnato; il suo linguaggio segue e foggia limpide rime. (Vittorio Coletti, Prefazione a Amici, pittori, 1986)

In Faggi l'esperienza poetica è una delle forme della sua molteplice scrittura: drammaturgica, saggistica, per non dire delle felicissime traduzioni dai classici. Proprio nei confronti di questi ultimi la sua poesia ha più di un legame, nel gusto della variazione letteraria o del rinvio iconografico e immaginativo. Questo ci porta nel particolare uso del linguaggio poetico di Faggi: il suo è un testo leggero - lavorato spesso su rinvii culturali che lo assottigliano nel gioco degli echi - breve e rapido, deliberatamente usato come fuggente, forse effimero per «dirci» lo spazio inevitabilmente esiguo dell'esperienza umana e della sua voce, insidiata com'è da un nulla calmo, ma ineluttabile. Il verso è allora una fioca resistenza, un ritaglio nel silenzio e nello scacco della storia (nei confronti della quale più testi muovono il risentimento morale di un uomo che ha combattuto e ha vissuto la delusione dei propri ideali). Tema centrale della poesia è la rilevazione o affermazione dei segni, siano essi le immagini vivide della personale epica partigiana (Quaderno partigiano), oppure il riscontro con opere figurative (la pittura è alimento costante di questa poesia), infine il segno puro, cioè il nome o la materia linguistica (esibita spesso attraverso giochi e sperimentazioni). (Stefano Verdino, in La poesia in Liguria, Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1986)

Davvero la donna è il mito centrale della poesia di Faggi perché in essa si concentra quel nodo di estasi e sofferenza legato al distacco psicologico dell'io dalla realtà, che rappresenta, a mio avviso, la peculiare forma del pathos di questo poeta, e la correlativa spinta all'espressione. La donna in questi versi, e già in quelli giovanili presenti nella prima raccolta, è sempre immagine, visione, sogno, quadro, letteratura, poesia, memoria, mito, nome; essa è Ifigenia, Orsolina la Rossa da Gaiato, Bissula, la ragazza di Alceo, Ofelia, Afrodite. (Elio Gioanola, Prefazione a Sette poesie, 1987)

Uno tra gli elementi più appariscenti del suo fare poetico, che, in evidenza già nella prima raccolta, è ribadito in Fuga dei versi come costante dei procedimenti creativi di Faggi [è] l’interiorizzazione del dato culturale, letterario o pittorico, come memoria profonda, come impulso creativo e suggestione evocatrice di momenti espressivi inediti, entro cui si articola una liricità limpida e ben disegnata. Lontani dal sospetto di un’esibita accademia, il plurilinguismo (è frequente il ricorso a latino, greco, francese, tedesco, inglese), il prestito, il calcolo o la ri-traduzione (cfr. Da Bertold Brecht, - Da Hermann Hesse - Da Pindaro, ecc.) o la traccia ispirativa da quadri (Da un Cézanne, Da un quadro di D. G. Rossetti, ecc.) indicano una precisa cifra di lettura della lirica di Faggi. (Graziella Corsinovi, «L’eco e l’alone»: tecnica e poesia di Vico Faggi, Forlì, Forum/Quinta generazione, nn. 165-166, mar.-apr. 1988)

«Eidolon»: un sonetto caudato (ce ne sono tre nella raccolta) che, con il suo ritmo evoca una presenza magica, vivissima: l’immagine che ne scaturisce risveglia un’emozione che direi sensuale. Ma a poco a poco il sogno si allontana, il desiderio dilegua e rimane l’abbandono alla pura contemplazione della bellezza. (Wilma Bitossi Cerutti, Intervista a Vico Faggi in «Fuga dei versi», Forlì, Forum/Quinta generazione, nn. 165-166, mar.-apr. 1988)

La vergine fanciulla "che nasce ogni anno dal mare" è creatura reale, viva, modernamente dinamica: la sua corsa sulla spiaggia, il tuffo nelle acque spumose, il suo scomparire all'orizzonte lasciandosi dietro il nitido segno di uno sci d'acqua, la sottraggono alla convenzionalità di un classicismo di maniera per presentarcela pulsante di vitalità e di agile bellezza, pur nella sua aura quasi divina. Un'immagine concreta e tuttavia dal contorni indefiniti, sfumati, alonati; occhi, capelli, corpo: il poeta ne disegna i tratti essenziali, ce ne suggerisce lo splendore, ma non si sofferma a descriverne i particolari. L'allusione è più suggestiva. La figura di Corinna è pura luce […] che abbaglia lo sguardo di chi ardisce mirarne le radiose forme. Al suo apparire ella porta con sé il vivido chiarore dell'alba, e all'alba, nel sogno, più insistente, più tentatrice si fa la sua presenza nel desiderio inappagato del poeta. (Caterina Barone, Postfazione a Da Ovidio, Corinna, 1988)

[La] dimensione onirica, che predomina sullo spazio e il tempo reali, affranca la protagonista dall'urgenza del quotidiano e la eleva a incarnazione dell'eterno femminino: non una ma cento figure di donna si celano sotto le sue iridescenti forme; scrigno di pulsioni e sentimenti di versi, Corinna diventa il simbolo stesso dell'amore: proiezione di una somma di immagini, divina forza ispiratrice di una poesia sentita, nei suoi momenti estremi, come invasamento. (Caterina Barone, Postfazione a Da Ovidio, Corinna, 1988)

[…] con schivo e tenace approfondimento, spoliazione e progressiva ricerca la poesia di Vico Faggi, […] ha continuato ad eliminare scorie, a farsi ignuda di un superfluo pure a prima vista intenso fino a raggiunge nell'ultima silloge, Da Ovidio, Corinna, il suo esito più alto. In questa (Corinna come donna reale e amore sofferto, Corinna la Donna, l'Amore, la Poesia) egli realizza un'interscambiabilità perfetta fra la levità della metafora che alona di infiniti echi l'immagine della donna e la carnalità del reale che toglie ogni artificio letterario alla metafora. (Donatella Bisutti, «ClanDestino», n. 3, 1989)

La suggestione di questi versi di Faggi [Da Ovidio, Corinna] sta nella presenza ora immanente ora proiettata a distanza, di una mitologia perenne: ora di pure evocazioni nominali, ora di immagini; ma nomi e figure possiedono a loro volta una carica di tempo, nel tempo si insediano nostalgie, rimpianti, i nomi pullulano un'arsa realtà, il reale si rovescia nel figurale: e tutto si rarefà, si appuntisce in una pronuncia precisa, fortemente scandita che segna i tempi di un cristallizzarsi, visivo, della suggestione come in un ripetersi di vibrazioni dentro e al di là della pagina. (Ferruccio Ulivi, «ClanDestino», n. 3, 1989)

Una poetica personale è racchiusa nei versi dell'ultimo libro [Da Ovidio, Corinna] di Vico Faggi, in cui ars amatoria e ars poetica coincidono. Lo suggerisce lui stesso: «Corinna è anche una metafora. Di che cosa? Forse dell'umana aspirazione alla felicità. Ma anche di quella cosa metamorfica che è chiamata poesia» (p. 8). Io intendo di più: Corinna è verifica di un metodo, di un processo operativo, è un viaggio alle origini del fare poetico. La memoria di luoghi e di eventi che altre volte ha mosso Vico Faggi a poetare è qui, dichiaratamente, memoria di lettura; ma la filiazione di Corinna dagli Amores è soltanto un atto di identificazione – un sortilegio - dal quale procede il diritto a una nuova identità: il furto poetico di un nome, di una figura - di un fantasma sillabico - dà luogo a un processo di decostruzione, all'abuso e all'oblio del modello. (Marisa Bulgheroni, «ClanDestino», n. 3, 1989)

Se dunque la vocazione classica di Faggi scende nel profondo, ben oltre la patina formale e l'amorevole fedeltà alla misura, e rappresenta un'attitudine esistenziale a rapportare vita personale e mistero dell'esistenza, variante e invariante, passato e presente, antico e moderno, ben si comprende come l'asse tematico di Poetando cose sia il dialogo col proprio passato (con la propria ragione e i propri sogni), mentre l'asse formale è il quieto equilibrio fra misura classica e moderna libertà metrica, il piano, fraterno trascolorare della lingua dal latino all’italiano. (Pietro Gibellini, Prefazione a Poetando cose, 1990)

Svolte costituisce dunque una sintesi dei motivi fondamentali della poesia di Vico Faggi; ma costituisce anche, oltre che un punto di arrivo, un punto di partenza per ulteriori approfondimenti e per successive conquiste d'arte di uno dei poeti più significativi dell'odierno panorama ligure. (Liliana Porro Andriuoli, «Arte Stampa», Anno XLVIII, n. 4, 1990)

Con Poetando cose Faggi definisce ormai compiutamente le sue tematiche, il suo stile espressivo, le sue forme poetiche, con un timbro assolutamente personale e di sicuro valore artistico, che lo distingue per originalità tra i poeti della sua generazione, e con una presa estetica che coinvolge il lettore soprattutto per le soluzioni linguistiche adottate. […] Non c'è dubbio che sul rapporto con la classicità, che è recupero di figure, miti, mitologhemi, citazioni dirette e filologicamente fedeli di rapidi inserti per lo più ovidiani, virgiliani, lucreziani, comunque al di fuori di criteri postmoderni, si gioca l'intima e necessaria ragion d'essere della poesia di Faggi. (Giorgio Taffon, «Galleria», n. 3, set.-dic. 1991)

C'è in queste pagine [Il giudice, il poeta] l'ansia di recuperare almeno in parte un passato irripetibile; di far rivivere i momenti esaltanti di una giovinezza trascorsa nel pericolo, faccia a faccia con la morte, eppure sorretta da una speranza invincibile, da una fede ben salda nel domani, che avrebbe certo consentito una più civile convivenza tra gli uomini. E c'è, dopo questa fiduciosa attesa e dopo la lotta generosa per un mondo migliore, la delusione di chi ha visto cadere quelle illusioni nel pantano del conformismo e dell'egoismo. C'è la ricerca del giovane che l'autore fu un tempo, coi suoi ardimenti e con le sue certezze, considerato oggi con invidia (come il Faggi stesso ci confessa ne Il dubbio) per ciò che egli possedeva e che ormai nell'uomo adulto si è irrimediabilmente perduto. E c'è il pellegrinaggio nei luoghi in cui si svolsero gli episodi di quella guerra, nel vano tentativo di recuperarne i segni e le testimonianze ancora vivi nelle menti dei superstiti. Ma soprattutto c'è la rievocazione, fatta con semplicità e schiettezza, di quegli eventi, che vengono evocati con tanta maggiore efficacia quanto più la scrittura si spoglia di ogni orpello retorico, facendo così risaltare gli episodi nella loro essenzialità e dando loro un alone che li ingigantisce e li esalta (si vedano specialmente le pagine de La morte di Primo e della Lettera al più giovane). (Elio Andriuoli, «Nuovo Contrappunto», Anno I, n. 2, 1992)

Ai grandi temi di Eros e Polemos si aggiungono Mnemosine e Hypnos, che li compenetrano e ne prolungano la durata dal passato al futuro. E c'è un altro protagonista che, dichiarato fin dai programmatici Assiomi della sezione iniziale [di Fuga dei versi], recita un ruolo primario anche quando non è direttamente in scena: "Chronos / inreparabilis fugit", "Non ha tregua // la fuga di Chronos". Il fluire dei versi, parallelo a quello della vita, subisce una progressiva accelerazione trasformandosi in fuga, sì che la poesia da resistenziale si fa prevalentemente esistenziale, o meglio può avere ancora una funzione di resistenza, ma di ben diversa natura: le precarie apparizioni della donna, facce di una divina eppure umanissima Afrodite, le frammentarie lusinghe dei ricordo, il baluginare dei sogni hanno bisogno, per ottenere il diritto a resistere, dei rigore formale della poesia, la quale diventa allora l'ultimo baluardo, l'estrema difesa nella guerra contro il Tempo. (Davide Puccini, «La Riviera Ligure», Anno III, n. 9, 1992-93)

Se forte è l'afflato che Faggi sente per l'artista a cui sembra "proporre" il suo verso, è però sempre un quadro, una particolare opera che motiva l’ispirazione. Ne viene una possibilità di "riconoscere" nella parola, nei ritmi le connotazioni precise della pittura o della scultura che li hanno provocati. Ne nasce un gioco fascinoso di immagini a specchio […] Si direbbe che Faggi voglia conservare la presenza percettiva e visiva dell'opera che lo muove e riesce così a comporre in rievocazione lirica la sua competenza di conoscitore d'arte. L'altra opera, l'altro mezzo espressivo, riescono a preservare, nelle sue parole e nelle nuove immagini, la loro peculiarità plastica e formale. (Ada Morchio, «Nuovo Contrappunto», Anno III, n. 4, 1994)

[…] il tuo virtuosismo metrico (esibito con molta decisione sin dalla risentita clausola della prima strofe "musicale=/mente" [della poesia Frignano, silenzio]) non è fine a se stesso. Fa invece tutt'uno con il sentimento ispiratore, che è di rimpianto, sì, ma - come dire? - di un rimpianto non gravoso. Un rimpianto senza troppi intenerimenti. Che può iscriversi in una preziosa citazione del tuo latinismo di sempre, fin dal primo verso (il vocativo "Friniates" tra le due calme esclamazioni "Quanta pace" "Che silenzio"). Che può correre su (in una scala nello stesso tempo geografica e musicale) nelle rime in "ale" inseguentisi nella chiusa della prima strofe. Che può correggere la violenza degli "spari" nella puntuale rima "dolceamari". Che può raggelare l'empito del "cuore allo sbando" nel massimo di letterarietà di "Thanatos t'inseguia" per poi ribaltarsi (al di là di un vocativo ricalcato efficacemente su modelli illustri, "bei posti del Frignano" con il ritmo di "bei monti della sera") nella vigorosa rima "che ironia", in una dichiarazione scopertissima di disinganno, incredibilmente, meravigliosamente, sposata alla "distanza suprema dei monti". (Franco Croce, Lettera a Vico Faggi, Genova, Pirella, 1996)

Ed ecco che questa figura femminile, emersa dal passato e priva di connotati reali, prende corpo, si rivela una creatura non malleabile ma dotata di vita propria, incarna nel breve volgere dei dieci versi una delle mille possibilità e subito muta forma, quando poi questa metamorfosi non sia la sua caratteristica essenziale. (Davide Puccini, Postfazione a Signora d’Albuison, 1996)

Ut pictura poesis naturalmente, ma in due modi diversi, ora trascrivendo in poesia i modi del pittore […] ora introducendo motivi quasi di dialogo sui sentimenti, i ricordi, le sensazioni comuni con gli artisti conosciuti; ed è naturale che in una poesia siffatta la sinestesia giochi il suo ruolo… (Giuliano Manacorda, «I limoni», Latina, Caramanica, 1996)

Vico Faggi, auteur dramatique à succès, bâtit dans Corno alle scale (La nique aux échelles, 1981), le monde poétique de mémoire et du mythe de l'inexorable temporalité, évoquant clairement l'expérience de la résistance ; tandis qu'en Poetando (Poétisant, 1990) il cherche dans l'évocation du quotidien rapport avec le mystère de vivre et les conditions de sa dignité. (Bruno Rombi, La poésie ligurienne d’aujourd’hui, in Eugenio Montale et la poésie ligurienne du XXème siecle, Cahier n. 41 de «Poésie Rencontres», Lyon, oct. 1996)

La poesia di Vico Faggi tende alla suprema purezza dell’epigramma classico, come compendio di un concetto, di una visione del mondo, di una figura del sentimento, di un’epifania di bellezza o di grazia, anche al di là della misura breve, in più distese forme di evocazione e di riflessione. Le citazioni classiche vi hanno la funzione di mostrare la perfetta circolarità fuori del tempo della poesia, quando voglia essere discorso delle forme pure. Non per nulla Faggi dedica una serie ampia di testi ad amici pittori e scultori. E’ la poesia della poesia, di altre modalità di poesia, che nasce e cresce sulla rivelazione di bellezza di altri per potere alla fine offrire la propria ulteriore scoperta, la propria verità di parola e di immagine che si aggiunge agli antichi e ai moderni. L’ironia vale a rilevare la consapevolezza all’operazione, e a rendere in qualche modo più ilare anche il gioco erotico di testi e immagini, che nascono dal distacco dello sguardo più che dalla partecipazione più diretta dei sensi. (Giorgio Bárberi Squarotti, in Storia della civiltà letteraria italiana, vol. 5, tomo II, Torino, UTET, 1996)

La poesia di Faggi si è frequentemente arricchita di motivi storico culturali; questa volta il modello è la poesia provenzale e l'occasione è la ricostruzione, ovviamente fantasiosa, del proprio vero nome (Orengo) come derivazione di Orange, o meglio Raimbaut d'Aurenga. Da questa premessa, che potrebbe avere il senso di una scommessa, nascono trenta acrostici di dieci versi, tanti quante sono le lettere che compongono il nome di Margherita riportate, come vuole il modello, nelle iniziali dei versi. Ma al punto d'arrivo quasi si perde il gusto dell'alto gioco formale o della fredda costruzione obbligata, tanta è la purezza del verso che finisce per simulare una passione vera per questa remota Margherita d'Albuison. Vien quasi fatto di pensare a una donna dello schermo. (Giuliano Manacorda, «I limoni», Latina, Caramanica, 1997)

[…] mi pare che con sempre maggiore consapevolezza la poesia [di Faggi] lasci emergere una vena elegiaca di altissimo valore, che ci comunica indubbiamente il senso della fine, non sai se individuale o epocale (come in certi latini dell’età argentea da lui amati e tradotti); ma l’accento (come spesso in Leopardi) non è posto sul buio che ci aspetta, bensì sulla luce che abbiamo goduto e continuiamo a godere come un dono prezioso giorno per giorno. […] Faggi è sempre attentissimo al significante ed organizza suadenti impasti sonori, pur tenendosi ben lontano da ogni eccesso di retorica. (Davide Puccini, «Nuovo Contrappunto», Anno VII, n. 3, 1998).

Impegno civile ed essenzialità di scrittura, uniti ad un costante vagheggiamento della classicità latina e greca, caratterizzano questo poeta, il quale sa raggiungere con semplicità la più alta commozione così come sa efficacemente servirsi dell'arma pungente della satira. Tra i temi fondamentali da lui affrontati, oltre a quello della guerra, che gli ha ispirato alcune delle sue poesie più significative, vi è quello dell'amore, che sovente prende l'avvio dalla poesia classica, come avviene nella lirica Ut stetit ante oculos, di ispirazione ovidiana. Altro tema importante della poesia del Faggi è quello della ricerca della propria identità di uomo e di poeta e degli imperativi morali che reggono la sua esistenza. Notevole rilievo ha in lui inoltre il tema degli affetti familiari, che s'incontra, ad esempio, in poesie quali Non perché, San Giovanni a Quarto, Dalla casa paterna. (Elio Andriuoli, in L’erbosa riva, Torino, Genesi, 1998)

La sua poesia, dalle ascendenze classiche, ma calata nella modernità di un linguaggio essenziale, […] si pone come visione non omogenea della vita, ma come continua registrazione dell'improvviso stendersi di situazioni minime e apparentemente irrilevanti che danno il senso della frammentarietà dell'esistenza, e della contraddittorietà del comportamento umano. (Stefan Damian, in Autori liguri contemporanei/ Autori liguri contemporani, Piatra Neamt, Editura Nona, 1999)

Le sue poesie vertono soprattutto sugli affetti familiari e sulla Resistenza intesa come lotta per salvare la propria dignità di uomini liberi [e] lo stile è [sempre] limpido e conciso… (Margherita Faustini, «La Squilla», Anno LXXV, n. 1 gen.-feb. 1999)

L’ultimo libro di versi di Vico Faggi, Svolte, edito nella collana di Vanni Scheiwiller, All'Insegna del Pesce d'Oro, si presenta un po' come una summa dei motivi fondamentali che ispirano la sua poesia: i ricordi dell'infanzia e della prima giovinezza, ruotanti intorno alla casa paterna, alla quale egli qui più che altrove fa ritorno con la mente e col cuore; le immagini della guerra partigiana e dei compagni caduti; l'esame senza indulgenze del proprio vissuto; gli amori e gli stupori che hanno accompagnato il suo cammino. Ma soprattutto vivo è in queste pagine l'acuto sentimento del fuggire del tempo, dell'effimero durare dei nostri giorni, che non appena hanno raggiunto la loro pienezza già iniziano a declinare; dell'apparire e sparire di ogni cosa che più ci affascina e ci rallieta nel volgere breve di un'ora. (Elio Andriuoli, «Vernice», Anno IV, nn. 11-12, 1999)

[La poesia di Vico Faggi è] impostata su alcuni nuclei tematici fondamentali: il sentimento del fluire del tempo; la memoria di una giovinezza che nel dramma della guerra aveva trovato la sua occasione di affermazione etica prima ancora che civile e politica […]; l'affiancamento frequente ad amici-pittori per cui la poesia nasce dall'occasione di un quadro, di un dipinto, ne diventa quasi il commento in versi; la riflessione metapoetica sul fare poesia… (Luigi Surdich, in La lirica in Liguria dal secondo dopoguerra ad oggi, Atti del convegno, Accademia di scienze e lettere, Genova, 2002)

Recensioni

L. Porro Andriuoli, Tredici poeti per il terzo millennio, Le Mani, Recco - Genova, 2003, pp. 530, € 25,00

        

           Vico Faggi è per Liliana Porro Andriuoli uno dei poeti da consegnare al nuovo millennio appena iniziato. Gli altri sono alcuni a cui abbiamo dedicato precedenti numeri della nostra newsletter, come Margherita Faustini, Bruno Rombi, Aldo G.B. Rossi e Guido Zavanone, quindi già noti ai nostri lettori. Ad essi si aggiungono Elena Bono, per cui stiamo preparando uno dei prossimi numeri, Aldo Capasso, Giuseppe Cassinelli, Cesare Guglielmo, Italo Rossi, Giulio Stolfi, e Anna Ventura.

          Elena Bono è indubbiamente una delle voci più intense e profonde del nostro attuale panorama letterario, sia come poetessa che come romanziera e autrice di teatro. La sua attenzione va soprattutto all'uomo e al suo destino, di fronte a cui si pone con un senso di intima religiosità che la porta a considerare la vita, pur nella sua concretezza storica, nella prospettiva della finalità trascendente. 

         Aldo Capasso è figura di grande spessore lirico-figurativo, legato soprattutto alla fondazione del Realismo lirico, che la studiosa cerca di mettere nella prospettiva che merita nel panorama della produzione poetica novecentesca, non ancora pienamente riconosciutagli.

          Di Giuseppe Cassinelli si sottolinea la capacità di realizzare una forma espressiva caratterizzata da una compiuta sintesi tra classicità e poesia pura, dimensione non consueta nella lirica del Novecento.

           La produzione poetica di Silvano Demarchi viene presentata come caratterizzata dall'aspirazione alla bellezza, a cui si accompagna lo stupore estatico per la natura, in una costante tensione  alla ricerca da parte del poeta del sé e del proprio significato nel cosmo.

             In Cesare Guglielmo l'autrice rileva soprattutto una continua tensione verso la luce, verso un aldilà che completa e sublima la dimensione terrestre.

             Il desiderio di luce è anche motivo dominante della poesia di Italo Rossi, in cui quest'elemento acquista il valore di consolante speranza.

             Giulio Stolfi è poeta dall'accento espressivo originale per quella sua calibrata dosatura di Neorealismo ed Ermetismo, che lo porta a riscattare liricamente la durezza del paesaggio e della vita nella terra, la Lucania, di cui si fa interprete.

             La poesia di Anna Ventura vive in un sospeso e ardito equilibrio tra concretezza e senso del mistero, il che la porta a riscattare la prosasticità dell'esperienza quotidiana con l'interrogarsi sul senso stesso del nostro vivere.

            La lettura dell'ampio e articolato saggio di Liliana Porro Andriuoli scorre gradevolmente per l'esposizione chiara e precisa, con puntuali riscontri sui testi poetici degli autori esaminati. Un saggio puntuale, preciso, molto utile anche per l'ampia documentazione bibliografica.

            Alla fine ci si può chiedere che cosa accomuni questi tredici poeti da consegnare al nuovo millennio. Certo, la profondità della riflessione, attraverso la parola poetica, sull'esperienza esistenziale dell'uomo nelle sue variegate forme e situazioni, un andare comunque sempre oltre l'immediatezza del vivere, un tentativo comune di penetrare nell'esistenza storica e individuale, cercando di oltrepassarla nel dubbio, nel mistero, nella ricerca, nell'indagine, nell'interrogarsi. Inoltre tutti i poeti sono contraddistinti da un' intensa ricerca espressiva: il loro linguaggio poetico è sempre originale, creativo, intensamente ed efficacemente espressivo, ma anche costantemente aperto e disponibile alla comunicazione con il lettore.

Rosa Elisa Giangoia