Il mito di Gilgames

Appunti per la lettura, a cura di G. lucini

    


       

       

      

       

        

        

Il mito che considero in questa sezione è quello relativo al semidio Gilgamesh, [1]).  E’ un mito maschile fiorito presso i Sumeri, in data non certa, intorno a un adolescente guerriero e re. 

E' il più antico poema epico-eroico che si conosca, anteriore anche ai poemi indiani, e denota una profondità di ispirazione paragonabile a opere capitali della letteratura di tutti i tempi.  La caratteristica che colpisce in questo mito è la straordinaria consapevolezza della fragilità umana e la conseguente, tenace ricerca del senso dell'esistenza.  E' anche la storia, come quella biblica dell'Eden, della punizione dell'uomo per la sua hybris, per non aver temuto gli dèi.  

Riporto qui soltanto alcuni passi fondamentali del poema e rimandando lo studioso alla piacevole lettura integrale dell’opera, edita da Rusconi e curata da G. Pettinato.  Vi è anche una versione trovata da noi in rete, che non seguiamo perché di non agevole lettura.

Il poema è diviso in un prologo e cinque quadri.  Nel prologo l'autore [2]) presenta l'eroe, definito come "saggio", che giunse a tale saggezza dopo aver conosciuto i paesi più lontani e le cose più segrete, vicende che appunto si narreranno nel poema.  Dice che la sua opera si basa su una stele fatta costruire dallo stesso Gilgamesh al suo ritorno a Uruk dopo le sue peripezie.  Viene menzionata la straordinaria opera edilizia, la costruzione delle altissime e fortissime mura di Uruk e vengono menzionati i natali, il divino Lugalbanda, semidio, e la dea Rimat-Ninsun, genitori di Gilgamesh. Questo spiega come egli sia per 2/3 dio. "Gilgamesh era destinato alla gloria dalla nascita / Per due terzi egli è Dio e per un terzo uomo".
      

Gilgamesh si fa paladino di tutta l'umanità, cercando di liberare l'uomo dal suo fardello più pesante, la morte.  Non riuscirà nella sua impresa, ma in compenso acquisterà una saggezza senza pari.
    

Nei primi tre quadri si narrano le sue imprese e quelle del suo amico Enkidu, una specie di semibelva umana, fortissimo e allo stato primitivo, consegnato alla civiltà per mezzo della seduzione della prostituta sacra Shamkhat, che con lui giace sei giorni e sei notti nella steppa, civilizzandolo.  Questo passo è straordinario per le sue implicazioni simboliche: l'iniziazione sessuale come perdita di aggressività, il contatto col femminile come apprendimento delle regole civili.  Shamkhat accompagna dunque Enkidu a Uruk.
       

Dopo uno scambio di pareri piuttosto vivace, tanto che le mura di Uruk ne tremano, ma poi Enkidu e Gilgamesh fanno amicizia.  Inizia qui la fase nervosa, errabonda esuberante, di un peregrinare senza meta da avventura in avventura, fase che inizia con l'uccisione del mostro Khubaba, custode di una foresta sacra, per impossessarsi del legno adatto alla costruzione delle porte di Uruk.  E’ forse la narrazione della dissipazione della esuberanza giovanile, l’esaltazione di una vitalità irrefrenabile, che tuttavia, senza saggezza, è sempre fonte di problemi.  Gilgamesh viene portato in trionfo, e Ishtar, la dea poliade di Uruk, è colpita dalla sua bellezza e se ne invaghisce, proponendogli di diventare suo amante.

Ma Gilgamesh rifiuta sdegnosamente l'offerta, perché sa che Ishtar ha la pessima abitudine di uccidere tutti i suoi amanti.  Non vuole dunque diventare il re degli inferi.  Anche qui comincia ad adombrarsi il grave problema che affliggerà Gilgamesh nella seconda parte del poema: il mistero della morte.  La Dea Ishtar si infuria e chiede ragione agli dèi del comportamento dei nostri eroi, che l'hanno insultata.  Chiede e ottiene quindi di inviare contro Uruk il toro celeste della siccità.  Centinaia di uomini muoiono nelle fosse scavate dal toro, ma Gilgamesh ed Enkidu lo affrontano.

     

Enkidu affrontò il toro celeste

e lo prese per la coda;

Enkidu lo tenne fermo con le sue due mani,

e Gilgamesh, come un eroico macellaio,

colpì il toro celeste con la mano ferma e sicura;

egli immerse la sua spada tra le corna e i tendini della nuca.

            

Ne estraggono quindi il cuore e lo offrono a Samash, la divinità solare.  Ishtar, dalle mura di Uruk, esplode in un lamento di dolore.  Ma Enkidu, ancor più infuriato, strappa una spalla del toro e gliela getta in faccia, coprendola di insulti.  E' evidente, a questo punto, l'hybris di Enkidu, ed è evidente anche che Isthar non poteva non cercare di vendicarsi.  E' qui simboleggiato l'atto di ribellione o di arroganza verso gli dèi, presente in molte tradizioni mitiche.  

Il popolo di Uruk si raccoglie ammirato intorno ai due eroi:
      

Gilgamesh allora alle ancelle del suo palazzo

rivolse la parola:

"Chi è più splendido tra i giovani uomini?

Chi è più possente tra i maschi?"

"Gilgamesh è il più splendido tra i giovani uomini!

Gilgamesh è il più possente tra i maschi!".

   

La vendetta della dea non si fa però attendere.  Enkidu cade ammalato.  Nel tormento della sua malattia maledice la prostituta sacra che lo ha portato alla civiltà, ma poi tosto si ricrede e si scusa.  Ha degli incubi orrendi, uno dei quali è la prima descrizione del mondo dell'al di là che ci giunge da una civiltà antica:

    

Ascoltami, amico!  Ho avuto un sogno questa notte:

il cielo parlò, la terra rispose;

ed io mi trovavo tra loro.

Vi era uno giovane, la cui faccia era al buio,

il suo aspetto era simile a quella dell'aquila Anzu;

egli aveva le zampe di un leone;

egli aveva gli artigli di un aquila;

egli mi prese per la chioma, usandomi violenza.

Egli mi trasformò in una colomba;

ricoprì le mie braccia con piume di uccello;

mi prese e mi condusse nella casa buia, l'abitazione del dio Irkalla,

nella casa dalla quale chi entra non può uscire,

per una via che non si può percorrere indietro,

nella casa in cui gli abitanti sono privi di luce;

dove il cibo è polvere, il pane è argilla;

essi sono vestiti come gli uccelli, rivestiti di piume;

essi non vedono la luce, essi siedono nelle tenebre.

Nella casa della polvere, dove io entrai,

sollevai il mio sguardo e vidi le corone che vi erano ammucchiate;

osservai le corone di coloro che avevano governato la terra da tempi

                                                                        immemorabili.

         

La polvere, il buio, le corone ammucchiate, l'anima vestita di piume, sono simboli che ritroveremo in altre opere degli antichi, in Platone, in Omero, nei miti orfici e pitagorici.  Enkidu morirà dopo 12 giorni.  Il pianto di Gilgamesh è incontenibile:

      

"Enkidu, amico mio, mulo imbizzarrito, asino selvatico delle montagne,

                                                               leopardo della steppa,

noi, dopo esserci incontrati, abbiamo scalato assieme la montagna,

abbiamo catturato il toro celeste e lo abbiamo ucciso,

abbiamo abbattuto Khubaba, l'eroe della foresta dei cedri,

ed ora qual è il sonno che si è impadronito di te?

Tu sei diventato rigido e non mi ascolti!"

Ma questi non solleva la sua testa.

Gli accosta la mano al cuore ma questo non batte più.

Allora ricopre la faccia del suo amico come quella di una sposa;

come un'aquila comincia a volteggiare intorno a lui;

come una leonessa, i cui cuccioli sono stati presi in trappola,

egli va avanti e indietro;

si scompiglia e fa ondeggiare la chioma fluente;

si strappa e getta via i gioielli, come fossero tabù.

A questo punto, con la manifestazione del tremendo dolore di Gilgamesh per la scomparsa dell'eroe, ha inizio la seconda parte del poema, caratterizzata dalla ricerca.

    

Gilgamesh, per Enkidu, il suo amico,

piange amaramente, vagando per la steppa:

"Non sarò forse, quando io morirò, come Enkidu?

Amarezza si impadronì del mio animo,

la paura della morte mi sopraffece ed ora io vago per la steppa;

verso Utanapishtim, il figlio di Ubartutu,

ho intrapreso il viaggio, mi muovo veloce colà".

    

Questa ricerca può essere vista come il percorso maturativo dalla spensieratezza e dall'esuberanza alla saggezza, una specie di quaresima, di periodo di purificazione.  Gilgamesh parte per un paese lontano, alla ricerca della pianta dell'immortalità, per donarla all'umanità e sconfiggere la morte.  É un viaggio pieno di pericoli e di insidie, con alcuni episodi particolarmente significativi.  La metafora del viaggio e dell’insidia sarà poi la grande metafora che Omero userà, soprattutto nell’Odissea (il viaggio di Telemaco, ma anche quello di Ulisse) per simboleggiare l’evoluzione della sequenza: a) evento critico, b) viaggio e pericoli, c) il raggiungimento del fine e la catarsi, schema che ha avuto ed ha tutt’oggi molta fortuna nelle opere narrative letterarie e filmiche.

Uno di questi episodi è l'incontro con la divina Siduri, la taverniera, che cerca di dissuaderlo dal continuare il suo viaggio invitandolo a godere delle gioie della vita a cominciare da quelle della famiglia, perché gli dèi, quando hanno creato l'uomo, hanno stabilito per lui la morte.

        

"Gilgamesh, dove stai andando?

La vita che tu cerchi non la troverai.

Quando gli dèi crearono l'umanità,

tennero la vita nelle loro mani.

Così, Gilgamesh, riempi il tuo stomaco,

giorno e notte datti alla gioia,

fai festa ogni giorno.

Giorno e notte canta e danza,

che i tuoi vestiti siano puliti,

che la tua veste sia lavata: lavati con acqua,

gioisci del bambino che tiene la tua mano,

possa tua moglie godere del tuo petto:

questo è retaggio [...].

[...  ....]

che ogni essere vivente [...]".

       

La meta di Gilgamesh è l'abitazione di Utanapishtim, un vecchio saggio scampato al diluvio universale (mito presente anche nella tradizione mesopotamica), una specie di Noé, che lo rimprovera: proprio lui, che ha avuto una sorte benevola dagli dèi, che è loro figlio, che è un re, non dovrebbe lamentarsi.  Non dovrebbe andarsene in giro come un vagabondo e lo invita a tornare in sé, perché è inutile il suo agitarsi.  Gli dèi infatti hanno riservato l'immortalità a loro stessi, condannando l'umanità alla morte.
        

Utanapishtim parlò a lui, a Gilgamesh:

"Perché, o Gilgamesh, vuoi prolungare il tuo dolore?

Tu, che gli dei hanno creato con la carne di dèi e uomini;

tu, che gli dèi hanno fatto simile a tuo padre e a tua madre,

proprio Tu, Gilgamesh, ti sei ridotto come un vagabondo!

Eppure, per te un trono è stato deciso nell'assemblea degli dèi,

mentre per il vagabondo feccia è stata destinata invece di ambrosia;

i rifiuti e la spazzatura sono per lui come nettare,

egli è vestito di stracci, ...

come una cintura viene buttato via;

poiché egli non ha senno sé saggezza,

egli non possiede intendimento..."

E più oltre:

Perché ti sei agitato tanto?  Che cosa hai ottenuto?

Ti sei indebolito con tutti i tuoi affanni;

hai soltanto riempito il tuo cuore di angoscia.

Hai soltanto avvicinato il giorno lontano della verità.

L'umanità è recisa come canne in un canneto.

sia il giovane nobile come la giovane nobile

sono preda della morte.

Eppure nessuno vede la morte,

nessuno vede la faccia della morte,

nessuno sente la voce della morte.

La morte malefica recide l'umanità.

Noi possiamo costruire una casa,

possiamo costruire un nido,

i fratelli possono dividersi l'eredità,

vi può essere guerra nel paese

possono i fiumi ingrossarsi e portare inondazione:

(il tutto assomiglia) alle libellule che sorvolano il fiume

- il loro sguardo si rivolge al sole,

e subito non c'è più nulla -.

Il prigioniero e il morto come si assomigliano l'un l'altro!

Nessuno può disegnare la sagoma della morte;

L'uomo primordiale è un uomo prigioniero.  Dopo avermi benedetto,

gli Annunaki, i grandi dèi, sedettero a congresso;

Mammitum, colei che crea i destini, ha decretato assieme a loro il destino:

essi hanno stabilito morte e vita;

i giorni della morte essi hanno contato a differenza di quelli della vita".

     

Il destino di Utanapshtim è dunque stato deciso dopo il diluvio, in "seduta straordinaria" degli dèi.  Ma per Gilgamesh, come si può fare?  Deve dunque accettare la cruda realtà.  Solo un'Assemblea convocata apposta dagli dèi può decretare un altro destino per lui.  Gilgamesh però non comprende la differenza fra lui e il suo antico progenitore.  Utanapishtim, impietosito, gli offre una possibilità.  Ma è una possibilità insuperabile, qualcosa che il vecchio saggio concede, conoscendone a priori l'esito, per convincere Gilgamesh più che se stesso.

Se Gilgamesh fosse riuscito a non dormire per sette giorni, e sette notti, ci sarebbe stata una possibilità per lui di diventare immortale.  Ma Gilgamesh, stanco del lungo viaggio e dell'insonnia precedente, cade ovviamente nel sonno più profondo, dormendo per sei giorni consecutivi.

Ahimè! Come ho potuto fare ciò, Utanapishtim!  Dove potrò andare adesso?

I rapinatori mi hanno intrappolato,

nella mia camera da letto alberga la morte;

dovunque io ponga il mio piede, là c'è la morte".

Il vecchio saggio non può fare nulla per lui.  Lo riveste di panni regali perché possa tornare a Uruk come re.  Ma la moglie ne ha pietà e induce il saggio a rivelargli l'ultimo segreto.  Utanapishtim richiama quindi indietro la barca e gli parla della pianta dell'irrequietezza, che sta in fondo al mare, che ringiovanisce.  Gilgamesh si tuffa nell'Apzu, coglie la pungente pianta e risale agevolmente dopo essersi liberato di pukku e mekku, il tamburo e la bacchetta che gli avevano fatto da zavorra (gli strumenti coi quali opprimeva i cittadini di Uruk).  Quindi, accompagnato da Urshanabi (un compagno incontrato prima di questo episodio), al quale confida di voler interrompere definitivamente la ricerca della vita eterna, intraprende il cammino di ritorno, invitando Urshanabi a seguirlo perché possa anch'egli ammirare le splendide mura di Uruk.

Lungo la strada i due eroi si fermano a riposare presso una fonte.  Gilgamesh si tuffa per lavarsi e un serpente, annusata la fragranza della pianta, se la divora, ringiovanendo. Lo scriba esprime con due scarne righe la disperazione dell'eroe:

     

Gilgamesh si sedette e pianse,

le lacrime scorrevano dalle sue guance.

Poi rivolto al suo compagno:

"O Urshanabi, per che cosa si sono affaticate le mie braccia?

Per quale scopo è scorso il sangue nelle mie vene?

Non sono stato capace di ottenere alcunché di buono per me stesso"

       

Evidente qui il parallelismo con il racconto del serpente del giardino dell’Eden.  Il mito di Gilgamesh infatti, come altri miti mediorientali, influenzarono la narrazione della Genesi biblica, anche perché gli ebrei ebbero un intenso scambio con gli abitanti della Mesopotamia, di carattere commerciale e politico (furono in guerra e furono vinti da Nabucodonosor e dagli Assiri).

Gilgamesh e il compagno arrivano finalmente a Uruk, e alla visione delle mura della città, lo spirito di Gilgamesh si infervora sempre più.  Come per intuizione capisce il senso della sua vita e la sua missione: non rincorrere l'impossibile felicità, ma finalmente governare da saggio re e fare quanto di meglio per il suo popolo.

Giovanni Pettinato, curatore della traduzione del poema, spiega che la maggior parte degli studiosi è convinta della storicità di Gilgamesh (non egli stesso).  Altri sostengono che sia un mito del Dio sole costruito secondo la struttura dei Dioscuri. 

Otto Weber, uno studioso, rifacendosi al fatto che il racconto è contenuto su 12 tavole, pensa ad una diretta connessione con i segni dello zodiaco.  Mentre nella figura di Gilgamesh si nasconde il Dio sole, nella figura di Enkidu si nasconde il principio lunare.  Anche qui dunque un riferimento ai Dioscuri.  Dei umanizzati o uomini divinizzati, questi due personaggi sono comunque certo molto legati allo zodiaco e le loro gesta ricordano i caratteri dei segni dello zodiaco.  Da qui dunque il riferimento astrale della composizione, che rispecchia ovviamente la cultura sumera.

Per altri invece è un mito di iniziazione alla saggezza, dall'adolescenza ingenua e sfrenata, alla consapevolezza di valori più reali, dalla paura della morte al suo superamento per mezzo della saggezza. Temi che si riallacciano a questo nesso, sono quelli della cura nel vestirsi, della paura, della vita vagabonda contrapposta alla vita famigliare, dell'incertezza tra sogno e realtà.  La sconfitta di Gilgamesh diventa allora "il punto di riferimento e di inizio per una nuova comprensione delle vere dimensioni umane della vita. E' una conclusione malinconica e inconcludente da un punto di vista eroico; da un punto di vista sapienziale, invece, è una conclusione piena e che non ammette ulteriori sviluppi" (G. Buccellati).
      

In ogni caso, fra le diverse interpretazioni non ci sono importanti contrapposizioni, perché il senso del mito potrebbe comprenderle entrambe.  Ognuno dei personaggi infatti, pur potendo rappresentare un simbolo astrale, rappresenta sicuramente la drammatizzazione di sentimenti, pensieri, stati d'animo, concezioni della vita, addirittura impulsi primari, elementi irrazionali che pur trovano nel racconto una loro precisa ragion d'essere, per essere presentati al popolo come paradigmi esistenziali [3]).  Questo ci sembra il grande insegnamento del sacerdote-scriba Sinleqinnini a cui viene attribuita l'opera, e si tratta di un insegnamento a-storico, sapienziale, che parla direttamente alla natura simbolica dell'uomo.
      

Va infine rilevata, dal punto di vista letterario, la straordinaria bellezza e naturalezza del modo di esprimersi di Sinleqinnini, che usa figure letterarie di estrema semplicità ed espressioni che mirano a raggiungere effetti, a volta epici, a volta lirici ed elegiaci, a volta anche velatamente comici.  Il tutto con quell’incedere ingenuamente ieratico che caratterizza soprattutto gli avvenimenti salienti del poema.
        

Soprattutto certe espressioni, così lontane dal nostro lirismo, ci spiegano molto della semplicità e immediatezza di questi uomini, pur capaci di scrivere opere di simile profondità, come ad esempio il lamento di Gilgamesh sull’amico morto e gli affettuosi nomi con i quali lo chiama: (mulo imbizzarrito, asino selvatico delle montagne, leopardo della steppa) ed espressioni di straordinaria delicatezza come:
      

ricopre la faccia del suo amico come quella di una sposa;

come un'aquila comincia a volteggiare intorno a lui;

come una leonessa, i cui cuccioli sono stati presi in trappola,

egli va avanti e indietro;

si scompiglia e fa ondeggiare la chioma fluente;

si strappa e getta via i gioielli, come fossero tabù.

    

Oggi nessuno, ovviamente, scriverebbe in questo modo.  Basti ricordare lo scandalo che suscitò a suo tempo la poesia di Saba, che paragonava le qualità di sua moglie a quelle di alcuni animali (soprattutto la “pollastra”, che fece ridere mezza Italia dannunziana).  E tutto questo ci fa pensare come il nostro modo di esprimerci, rifletta una sensibilità profondamente scissa dal mondo, incapace di ritrovare l’immediatezza di questo linguaggio così espressivo nella sua semplicità.  Ed è una lezione di umanità che un mito di quasi 5 mila anni or sono, può forse ancora dare.

     


NOTE

[1])             Il poema di Gilgamesh, Note di G. Pettinato, Rusconi, Milano 1992)

 [2])           L'opera è attribuita al sacerdote Sinleqinnini, che da alcuni è considerato il maestro dello stesso Gilgamesh

[3])             La presenza di alcuni elementi (il giardino di cedri, il serpente e altri simboli) fanno pensare ad alcuni studiosi che il mito sia una elaborazione di racconti già preesistenti, gli stessi che hanno ispirato la redazione di Genesi.