Jesùs Gòmez

                      No pasaràn

                                           ("La Insignia", Spagna, 12 marzo 2004

                                           traduzione italiana di Chiara Berlinzani

 
(pubblicata su http://biblaria-blog.splinder.it  e sul periodico iberoamericano La Insignia)
 
Poiein ringrazia, per il gentile interessamento,  Chiara Berlinzani
 
 

 

 

 

 

 


 

Santa Eugenia, el Pozo: Vallecas. Sono nomi che per me hanno un valore speciale: sono cresciuto con loro, in strade che allora erano di capanne bianche e che oggi sono di torri di mattoni. Sono i nomi della partita di calcio con gli amici, dei giochi, dei primi amori, della povertà circostante, dell'ira che nasce dall'ingiustizia e della rabbia che rimane, benché passino gli anni, come un rumore di sottofondo che non si può eliminare, che non consente il silenzio. E tuttavia è anche, e prima di ogni altra considerazione, la scuola della solidarietà e dell'impegno che riempiva le nostre vite grazie all'esempio di tanti sindacalisti, militanti, abitanti del quartiere e persino sacerdoti - come José María Llanos, gesuita e comunista.


 

San José, il mio quartiere, si trovava in cima a un promontorio dal quale si poteva vedere la città. A volte ci sedevamo in uno spiazzo all'aperto (che oggi non esiste più) e contemplavamo Madrid - io, almeno, lo facevo - con una voglia prepotente di sostituire ai ratti, al fango, all'emarginazione e alle discariche, il cielo della Gran Vía e i vicoletti di los Austrias. La porta di quel sogno era, e naturalmente continua a essere, Atocha; quella piazzola, vera e propria piazza o estensione indefinibile che non associamo mai all'omonima strada che arriva fino alla vecchia stazione. In un certo senso, lì cominciava il mondo. E quando crescemmo, non ci fu bisogno che nessuno ci spiegasse da dove venivamo né cosa avremmo potuto aspettarci: Atocha è l'immigrazione, la vera anima di Madrid, un caos quotidiano di studenti, venditori, lavoratori di Alcalá, Guadalajara, Villaverde, viaggiatori del Sud, borsaioli pronti a derubare il turista in arrivo, librai a Moyano e sballati vicino al Reina Sofía.


 

Spero che mi perdoniate il preambolo, giustificato non tanto dall'emergere di ricordi ed emozioni a volte eccessivi, quanto dalla necessità di situare il massacro nel suo contesto reale. Che i terroristi sapessero perfettamente quel che stavano facendo e che abbiano probabilmente deplorato solo il fatto di non avere provocato una carneficina peggiore, è lampante; occorre però sottolineare che i luoghi prescelti, il dove, sono altrettanto poco casuali che il cosa e il quando: quartieri operai, morti indiscriminate, penultimo giorno di campagna elettorale.


 

All'ora in cui scrivo la matrice degli attentati non è ancora stata confermata, e tuttavia questa circostanza non può far perdere di vista l'uguaglianza profonda di ogni barbarie, il medesimo carattere di fascismo - per quanto si presenti sotto bandiere diverse - e il cinismo di coloro che infliggono o giustificano la morte. Il resto, il suo aspetto esteriore, la causa che sostengono, è in certa misura irrilevante. Che tutti gli Otegi e i loro seguaci in mimetica dichiarino quello che vogliono a «Gara» e « La Jornada », che si archivino i dossier negli uffici in cui venne creato Bin Laden, che prosegua la congiura degli stolti dai pulpiti di una certa stampa "alternativa" che, nonostante i fatti e contro ogni ragionevolezza, si ostina a sprecare fiumi di inchiostro per giustificare i carnefici e ripetere pateticamente che, questa volta, i suoi mastini non c'entrano. Che cosa distingue un fascista da un altro - un assassino da un altro? Se credete che siano domande retoriche o che si limitino a invocare l'evidente immoralità di qualunque forma di terrorismo, vi sbagliate. Sia l'Eta che Al Qaeda sono organizzazioni alle quali calza perfettamente la definizione di quello che una volta si chiamava terrorismo "nero" per contrapposizione ad altre forme della stessa follia. Si equivocherebbe chi si lasciasse confondere dagli obiettivi che dichiarano di perseguire e dal linguaggio che utilizzano, benché la maggioranza dei loro militanti creda - e lo crede sinceramente, come il torturatore crede al suo mandante - di lottare contro l'imperialismo yankee o in nome di una falsa e patetica Euskal Herria di soli baschi.


 

Tuttavia, visto che a qualcuno sembra interessare, cerchiamo di individuare qualche differenza tra le due etichette. E dopo, mi si permetta di rivolgere qualche parola a un settore specifico di persone, per lo più benintenzionate, che con la loro ignoranza dei fatti stanno contribuendo a perpetuare il bagno di sangue nel mio paese.


 

Se gli autori dell'attentato di Madrid appartengono all'ambito o alla struttura di Al Qaeda, soffermatevi un attimo a riconsiderare quel che dicevo poc'anzi: i dettagli principali sono di carattere "interno" (i luoghi, la data) e non sono stati scelti sulla base di alcuna simbologia "esterna" o associata a grandi centri di potere (come accadde invece per le Torri gemelle). Al contrario, i terroristi hanno optato per la rete di sobborghi di popolazioni e quartieri di lavoratori che rappresentano, non lo si dimentichi, i bastioni tradizionali del movimento operaio e della sinistra. Per essere un semplice gruppo di fondamentalisti, hanno dimostrato un'approfondita conoscenza della geografia economica di Madrid e una non meno interessante volontà di influenzare le elezioni generali di un paese politicamente di secondo piano, che tuttavia riunisce in sé due elementi molto noti nel mondo arabo: essere il paese che più si è mobilitato contro le invasioni di Afghanistan e Iraq, ed essere sempre stato, storicamente, il più solidale d'Europa con la causa palestinese. Terrorismo nero, dicevo - e insisto. Inoltre, per quel che riguarda l'intenzionalità di fondo, non si può nemmeno escludere che delle persone vicine all'Eta abbiano deciso di allargare il proprio circolo di amicizie.


 

La seconda ipotesi, quella della responsabilità della banda di ultranazionalisti baschi, può sorprendere solo quegli osservatori che non si siano resi conto di quanto sta realmente accadendo in Spagna. Disgraziatamente, questa non sarebbe la prima volta che l'Eta compie attentati indiscriminati nel mio paese, né che cerchi di provocare il maggior numero di morti - come ben ricordano i familiari e gli amici delle vittime di Hipercor. Bisogna anche aggiungere che le sue azioni si inscrivono in genere nel contesto di  una strategia poco evidente a corto termine, ma più incisiva sul medio e lungo periodo - una strategia che potrebbe essere considerata come una guerra in sordina condotta proprio contro la popolazione civile: una sorta di "pulizia culturale" che colpisce i cittadini baschi critici e i loro rappresentanti politici, sindacali e accademici, e che si compie attraverso una rete di minacce, estorsioni, persecuzioni e attentati minori. La ferocia dell'Eta non si esaurisce nelle migliaia di morti e nelle decine di migliaia di feriti, ma mostra una virulenza ancora maggiore, se possibile, attraverso l'esodo forzato di un segmento molto esteso della società basca e nella diffusione di una paura che la paralizza.


 

La Spagna non ha bisogno di lezioni altrui sul terrorismo. Molto prima degli attentati dell'11 settembre, prima del mondo concepito all'interno delle ambasciate degli Stati Uniti e di Israele e dei giochi condotti dal Fondo Monetario Internazionale sulla pelle di intere nazioni, noi contavamo già i morti. Uno dei ricordi più vividi della mia infanzia fu l'assassinio di un giovane poliziotto compiuto a pochi metri da casa mia, quando - spiace dirlo - il dittatore era già morto e il mio paese era di nuovo sul cammino di quella democrazia poi abortita nel 1939. Noi spagnoli viviamo da decenni sotto la minaccia del terrorismo e, fino a pochissimo tempo fa, eravamo in questo completamente soli.


 

Come responsabile di un periodico iberoamericano, che crede con il cuore e la ragione nella "patria grande" e soprattutto nel vecchio motto "patria è umanità" di José Martí - grazie per le tue parole, Guillermo - non posso ignorare le responsabilità morale di certi settori della sinistra latinoamericana che proteggono e giustificano gli assassini e i loro complici, che prestano loro i propri mezzi di comunicazione, le proprie strutture organizzative e persino le proprie voci. Giorno dopo giorno dobbiamo sopportare, con indignazione e paura, la massa di spropositi e assurdità vomitati da questi fini analisti nonché grandi conoscitori della realtà spagnola. A volte sono direttamente manipolati da gente che si trova da questo stesso lato dell'Atlantico e i loro fili sono talmente visibili che più che marionette sembrano caricature. Altre volte - quasi sempre - parlano completamente a sproposito. A tutti loro, comunque, io auguro sinceramente che i loro paesi, i loro quartieri e le loro case non si ritrovino mai a dovere subire la stessa sorte della Spagna.


 

Tra i lettori che hanno avuto la condiscendenza di leggere sino a qui, immagino che siano ben pochi quelli che non siano coscienti dell'offensiva politica ed economica che il mondo sta subendo dal crollo dell'Urss e la sconfitta della sinistra in poi; ma il loro numero sarà probabilmente ancora inferiore quando il reale impatto di questa offensiva sarà rivelato. Che si sveglino, che smettano di perdersi in discussioni identitarie e in nazionalismi di stretta veduta costruiti su misura per loro da quelli di sempre. Qui non si tratta solo di distruggere le conquiste sociali là dove furono espugnate, né di sottrarre spazi attraverso la speculazione e lo sfruttamento. Qui si cerca di minare il concetto stesso di democrazia, svuotandolo di contenuto; vogliono smantellare l'edificio del diritto e ricacciarci indietro, in un'infanzia storica di stati deboli, divisioni e tribù. Perché credete che il terrorismo di oggi assomigli tanto al vecchio terrorismo dell'estrema destra italiana? Avete davvero creduto che, quando l'Impero destabilizza il Vicino Oriente, lo fa per il petrolio? Chi ha finanziato il fondamentalismo islamico per eliminare la sinistra laica dai paesi musulmani? Se riuscirete ad allargare il campo visuale, se comincerete a pensare come esseri umani e cittadini di un mondo che va al di là delle vostre anguste frontiere nazionali e dei vostri ombelichi, allora vedrete che Al Qaeda e l'Eta sono due pedine della stessa strategia, che partecipano al medesimo gioco.


 

Il mio paese è in lutto. Né i comunicati stampa né i bollettini né la informazione che inonda i mezzi di comunicazione riesce a descrivere l'orrore di un mattino di marzo che avrebbe dovuto essere un giorno come tutti gli altri. All'inizio parlavo di ira, di rabbia, di impegno, e a questi concetti torno ad appellarmi affinché noi spagnoli possiamo rispondere in massa alle urne domenica prossima. E tuttavia, qualunque cosa succeda, resta il dolore, la solidarietà e la forza di questa città, Madrid, che, in tutta la sua storia e a differenza di altre, non è mai fuggita di fronte a nessun nemico. E, oggi come ieri, no pasarán.


 


VERSIONE SPAGNOLA

No pasarán
 

Jesús Gómez

La Insignia. España, 12 de marzo.
 

Santa Eugenia, el Pozo: Vallecas. Son nombres que para mí tienen un valor especial; crecí con ellos, en calles que entonces eran de chabolas blancas y hoy de torres de ladrillo. Son los nombres del partido de fútbol con los amigos, de los juegos, de los primeros amores, de la pobreza por todas partes, de la ira que nace con la injusticia y de la rabia que queda, así pasen los años, como un rumor permanente que no se puede borrar, que no permite el silencio. Pero también, y por encima de ninguna otra consideración, es la escuela de la solidaridad y del compromiso que llenaba nuestras vidas gracias al ejemplo de tantos sindicalistas, militantes, vecinos e incluso sacerdotes como José María Llanos, jesuita y comunista.
 

Mi barrio, San José, se encontraba en lo alto de un promontorio desde el que se divisaba la ciudad. A veces nos sentábamos en un descampado que ya no existe y contemplábamos Madrid -o al menos, yo lo hacía- con el intenso anhelo de cambiar las ratas, el barro, la exclusión y los vertederos por el cielo de la Gran Vía y las callejuelas de los Austrias. La puerta de aquel sueño era y sigue siendo, por supuesto, Atocha; esa glorieta, plaza o extensión indefinible que nunca asociamos a la calle del mismo nombre sino a la vieja estación. En cierto sentido, allí comenzaba el mundo. Y cuando crecimos, no hizo falta que nadie nos explicara de dónde veníamos ni lo que podíamos esperar: Atocha es la inmigración, Madrid en estado puro, un caos diario de estudiantes, vendedores, trabajadores de Alcalá, Guadalajara, Villaverde, viajeros del sur, carteristas dispuestos a asaltar al turista que llega, libreros en Moyano y despistados junto al Reina Sofía.
 

Espero que sepan disculpar el preámbulo, justificado no por recuerdos y emociones tal vez sobrantes sino por la necesidad de situar, en su ámbito preciso, la masacre. Que los terroristas sabían perfectamente lo que hacían y que sólo lamentarán no haber provocado una carnicería mayor, es obvio; pero hay que subrayar que los lugares elegidos, el dónde, son tan poco casuales como qué y cuándo: barrios obreros, muertes indiscriminadas, penúltimo día de la campaña electoral.


 

A estas horas todavía no se ha confirmado la autoría de los atentados, pero se trata de un factor que no oculta en modo alguno la igualdad intrínseca de la barbarie, el idéntico carácter del fascismo -por mucho que se presente bajo distintas banderas- y el cinismo de los que facilitan y justifican la muerte. Lo demás, su aspecto exterior, la causa que enarbolan, es en esa medida irrelevante. Que los Otegi y sus camisas pardas declaren lo que quieran en Gara y La Jornada, que se cierren carpetas en los despachos donde se creó a Ben Laden, que siga la conjura de necios en los púlpitos de cierta prensa «alternativa» que todavía hoy, a pesar de los hechos y contra toda razón, gasta ríos de tinta en justificar a los verdugos y repetir de forma patética que sus perros, esta vez, no han sido. ¿En qué se diferencia un fascista de otro fascista? ¿En qué un asesino de otro? Si creen que son preguntas retóricas o que se limitan a apelar a la evidente inmoralidad de cualquier forma de terrorismo, se equivocan. Tanto ETA como Al Qaeda son organizaciones que encajan plenamente en lo que antes se denominaba terrorismo «negro» en contraposición con otras formas de la misma demencia. Haría mal quien se dejara confundir por los objetivos que dicen perseguir y el lenguaje que utilizan, aunque la mayoría de sus militantes crean -y lo creen, como cree el torturador a su jefe- que luchan contra el imperialismo yanqui o por una falsa y patética Euskal Herria de vascos puros.
 

Pero ya que a alguno parece preocuparle, busquemos diferencias entre las dos viñetas. Y después, permítanme unas palabras especialmente dirigidas a un sector de personas, bienintencionadas en la mayoría de los casos, que con su ignorancia de los hechos están ayudando a perpetuar el baño de sangre en mi país:
 

Si los autores de los atentados en Madrid pertenecen al ámbito o a la estructura de Al Qaeda, deténganse un momento y vuelvan a valorar lo que comentaba antes: los detalles principales son de carácter interior (lugares, fecha) y no han sido elegidos a partir de ningún tipo de simbología externa o asociada a grandes centros de poder (Torres Gemelas). Bien al contrario, los terroristas optaron por la red de cercanías de poblaciones y barrios de trabajadores que son, no lo olviden, bastiones tradicionales del movimiento obrero y de la izquierda. Para ser un simple grupo de fundamentalistas, demostraron un curioso conocimiento de la geografía económica de Madrid y una no menos interesante intención de influir en las elecciones generales de un país se segundo orden político que por otra parte acumula dos factores muy conocidos en el mundo árabe: ser el país que más se ha movilizado contra las invasiones de Afganistán e Irak y el más solidario de Europa, históricamente, con la causa palestina. Terrorismo negro - decía -, e insisto. Y en la intencionalidad de fondo, tampoco cabe excluir la posibilidad de que personas relacionadas con el ámbito de ETA hayan decidido ampliar su círculo de amigos.
 

La segunda opción, la autoría de la banda ultranacionalista vasca, sólo le puede sorprender a los que siguen sin enterarse de lo que ocurre en España. Por desgracia, ésta no sería la primera vez que ETA atenta de forma indiscriminada en mi país ni sería la primera vez que busca provocar el mayor número de muertes, como bien recuerdan los familiares y amigos de las víctimas de Hipercor. Incluso cabe añadir que sus acciones se enmarcan en una estrategia menos llamativa a corto plazo, pero más eficaz a medio y largo, que se puede definir como una guerra de baja intensidad dirigida precisamente a la población civil: una «limpieza cultural» de los ciudadanos vascos críticos y de sus representantes políticos, sindicales y académicos que se apoya en una red de amenazas, extorsiones, persecuciones y atentados de menor nivel. La barbarie de ETA no termina en los mil muertos y decenas de miles de heridos. Su barbarie muestra una virulencia aún mayor, si cabe, en el éxodo provocado de un segmento muy amplio de la sociedad vasca y en la extensión del miedo que la paraliza.
 

España no necesita que nadie venga a hablarle de terrorismo. Mucho antes de los atentados del 11-S, antes del mundo que se ha creado desde las embajadas de Estados Unidos e Israel y de los juegos del FMI con naciones enteras, nosotros ya poníamos los muertos. Uno de los recuerdos más intensos de mi infancia fue el asesinato de un joven policía a escasos metros de mi casa, cuando -huelga decirlo- el dictador ya había fallecido y mi país había regresado a la senda democrática destrozada en 1939. Los españoles vivimos desde hace décadas bajo la amenaza del terrorismo y casi siempre, hasta hace muy poco tiempo, hemos estado totalmente solos.


 

Como responsable de un periódico iberoamericano, que cree de corazón y de pensamiento en la patria grande y sobre todo en el viejo «patria es humanidad» de José Martí -gracias por tus palabras, Guillermo- no puedo pasar por alto la responsabilidad moral de sectores de la izquierda latinoamericana que amparan y justifican a los asesinos y a sus cómplices, que les prestan sus medios de comunicación, sus estructuras organizativas, incluso su voz. Día tras día debemos soportar, con indignación y asombro, el cúmulo de despropósitos y barbaridades que vomitan esos finos analistas y grandes conocedores de la realidad española. A veces, están directamente manipulados por gentes de este lado del Atlántico y se les ven tanto las cuerdas que más que marionetas son caricaturas. A veces, casi siempre, hablan por hablar. Pero a todos les deseo, sinceramente, que no sufran nunca en sus países, en sus barrios y en sus casas, la suerte de España.
 

Entre los lectores que hayan tenido la deferencia de llegar hasta aquí, habrá pocos que no sean conscientes de la ofensiva política y económica que sufre el mundo desde el hundimiento de la URSS y la debacle de la izquierda; pero el número será posiblemente inferior a la hora de discernir su verdadero alcance. Despierten, dejen de caer en discursos identitarios y nacionalismos de vía estrecha preparados a su medida por los de siempre. No se trata sólo de destruir las conquistas sociales allá donde se ganaron ni de robar espacios para la usura y la explotación. Intentan destruir el propio concepto de democracia, vaciándolo de contenido; quieren desmontar el edificio del derecho y arrojarnos de vuelta a una infancia histórica de Estados débiles, división y tribus. ¿Por qué creen que el terrorismo de hoy se parece tanto al antiguo terrorismo de la extrema derecha italiana? ¿Han llegado a pensar, en serio, que el imperio busca petróleo cuando desestabiliza Oriente Próximo? ¿Quién ha financiado el fundamentalismo islámico para eliminar a la izquierda laica de los paises musulmanes? Si amplían el campo de visión, si empiezan a pensar como seres humanos y ciudadanos de un mundo más amplio que sus pequeñas fronteras nacionales y sus ombligos, verán que Al Qaeda y ETA son dos piezas de la misma estrategia, en el mismo juego.
 

Mi país está de luto. Ni las notas de prensa ni los partes ni la información que inunda los medios alcanzan a describir el horror de una mañana de marzo que debía ser un día más. Hablaba al principio de ira, de rabia, de compromiso, y a ellos vuelvo a apelar para que los españoles sepamos responder masivamente en las urnas el próximo domingo. Pero suceda lo que suceda, queda el dolor, la solidaridad y la fuerza de esta ciudad, Madrid, que no ha huido nunca, en toda su historia y a diferencia de otras, ante ningún enemigo. Y hoy, como ayer, no pasarán