Letizia Lanza

  La forza pensosa di Allegro moderato

 

 

 

 

 

 

Signore, non ti chiedo di avere

quello che altri hanno,

essi non sanno

il caldo

lume di questa povertà

 

David M. Turoldo

 

                Opera seconda, la silloge poetica di Gianmario Lucini, da poco uscita nella collana I gigli (poesia) della melegnanese Montedit, rivela anzi tutto una non comune tensione etica – e lo affoca bene Fabio Ciofi nella nota introduttiva: «Il poeta emana dai suoi versi una volontà di riappropriazione delle responsabilità, o meglio del concetto stesso di responsabilità – il nostro ha molta dimestichezza con la materia filosofica – troppo spesso demandata ad altri e soprattutto ad altro» (p. 3).
                E’ questo, appunto, che induce Lucini ad affrontare con rigore e lucidità talora impietosa temi scottanti e fondamentali – quali l'offuscamento (se non la scomparsa tout court) del senso morale, la perdita del Divino, l'obliterazione del senso della morte (improcrastinabile) e, speculare ad essa, l'annullamento del senso dell'esistenza. Da cio’ la ricerca di ragioni – sforzo teso dell'intelligenza, atto coraggioso di pensiero entro il cerchio di un orizzonte umano che tuttavia non si nega a una dimensione di trascendenza. L'amore, ovvero il rispetto, nei confronti dell'esistere considerato in tutte le sue forme – umane, ma anche animali e vegetali – e il suo manifestarsi in ogni riga: anche, o forse soprattutto, là dove la voce si fa aspramente canzonatoria o criticamente amara, al punto di riproporre l'osteggiato genere dell'invettiva. Così, in particolare, Stadio:

    

            Sugli spalti inchiavardate le bestie

            umane urlano all'arena.

            Nello specchio della rete non trema

            il portiere corrucciato. Lesto

            uno ha sforato fra le strette

            maglie della difesa. In quell'attimo

            il tempo si gela. Tenaglie,

            strette fauci chiudono un brivido

            che elettrizza la marmaglia e tosto

            dalle seggiole sincrona la scaglia.

            Come petalo di pianta carnivora,

            l'abbraccio del portiere attanaglia

            l'oggetto sferico – simbolica

            metessi d'una catarsi

            che in gola ha rivoli di sangue

            ed esplode in incredula ovazione –.

            Ma c'è sempre un'altra occasione,

            prima che inauguri il tempo delle visioni

            e delle revisioni il fischio dell'arbitro:

            commenti amari, lamenti, scansioni

            di un tempo ciclico, liturgico,

            di scongiuri a un dio sferico

            da prendere a pedate…

   

                Lo stesso Lucini, del resto, titola un suo brano Invettiva discreta: ma l'ironia della smorzatura, all'apparenza sorridente, in realtà è subito smentita dalle immagini forti che si rincorrono nei versi («impalpabile e ridicola mascherata»; «armatura di noia che ingoia le sue vittime ridendo»; «imbambolato sguardo acritico»). L'intento, allora, è di affrontare con più cruda evidenza il materiale incandescente della vita, e a tal fine, soprattutto nella prima sezione (Tivù) – ove con più esplicita presenza si ostenta l'attualità, consegnata all'apparizione di luoghi e oggetti –  a tale scopo, dunque, l'autore non di rado opta per una costruzione a squarci, ricercando un lessico che sappia calarsi in movenze tonali le più varie, talora appiattite sul prosastico, di solito potenti, non di rado alte, e costruendo una sintassi ben calibrata, ora speditamente dichiarativa ora volutamente labirintica. Cio’, per esempio, nella provocatoria incisione di  Educational:

     

            Televisione che si apre sul mondo

            illumina il fondo dei mari

            e gli orizzonti chiari domina e spazia,

            si fionda nell'azzurro

            cupo del cielo e fruga

            l'angusta povertà di una capanna,

            a mostrarci, a spiare

            ogni grandezza e dolore

            che la mente scissa vedere non vuole,

            a commentare a tratti, a spanne un'impotenza,

            in appagata aseità

            che di potenza s'alimenta;

            visione accesa ed emozione spenta

            – parla per lei l'evidenza iper-critica

            del sapiente montaggio delle immagini –

            in questo stellare viaggio senza requie,

            tappa dopo tappa sempre più lontano

            in tondo navigare, intorno all'uomo

            fino ai porti del suo incubo,

            come fosse il mondo lì, supplice, ad attendere

            sua grazia o sentenza

            che gli dia un po' di fiato, un po' di vero

            che di là dal vero esista

            – a volte lo senti forte pungolare

            nello spasimo dei succhi gastrici,

            ed è così che ti trangugi un antiacido…

      

                Dopo le aggressioni di Tivù, alquanto diverso lo spirito e il tono di sezioni quali Campeggio e Adolescenza (quasi leggerezza):  uno zampillio d'immagini, pur sempre segnate di cura per l'incertissima sorte futura – rivolte comunque a cantare l'alterità di pesci, uccelli e quant'altro, mentre l'aria circola meno greve e la parola giunge a trasudare giocosità. Un giuoco, del resto, che si fa trasparente nel lungo, magico Fiori – ultima sgranata di perle iridescenti, dal dettato raffinatissimo e tuttavia sorvegliato, così da eludere le maliarde trappole del lirismo. Il forte filo affabulatorio si (s)volge a dire scene di familiare vissuto, rendendo alfine «omaggio a quanto il poeta ritiene bello (e utile, e appagante) nel mondo, una ricomposizione pacificata col suo Io nel segno dell'amore per la donna e la natura» (G. Cornacchia, Prefazione, p. 5). Ancora una volta – come dice, sia pur in differente contesto, Mauro Ferrari – «la condivisione fisica e emotiva del luogo, che fa comunità degli animi, diventa condivisione del percorso di vita e del destino umano» (La clessidra 2/2001, p. 113).

                Una raccolta di pregio e di interesse, dunque, Allegro moderato. Che oltre tutto, nelle sue direttrici di fondo, richiama alla mente la Carta di Arenzano per la Terra e per l'Uomo. Dodici tesi per reimpostare costruttivamente il problema della crisi ecologica, sottoscritta il 15 luglio scorso da un manipolo di poeti di varie nazionalità – da Adonis a Derek Walcott, da Yves Bonnefoy a Luzi, Raboni, Zanzotto – appositamente riuniti nei pressi di Genova, sede del funesto G8.

                Nata dalla scrittura di Massimo Morasso, poeta e direttore del muvita (Museo Vivo delle Tecnologie per l'Ambiente), e di Dario Arkel, Giorgio Bertone, Luisa Bonesio, Quirino Principe, Caterina Resta, la Carta – come spiega lo stesso Morasso – trova origine nell'ormai drammatica «esigenza di un ripensamento, di una ri-creazione, anzi, dell'idea stessa del nostro "abitare la terra"» (La clessidra 2/2001, p. 8). Senza dubbio alcuno, la «logica perversa della megamacchina non può, alla fine, che schiacciare o fagocitare le tecnologie soffici» – costringendo chiunque sia disposto a «accordare totale, incondizionata fiducia allo sviluppo sostenibile», a «invischiarsi» di fatto in un «mito neo-positivista, destinato, non solo su un piano pratico, al fallimento». Una cosa infatti è evidente – insiste Morasso: «Nel bel mezzo di un collasso planetario, figlio legittimo del meccanicismo scientista  e della sua grave miopia», in sempre maggior grado «c'è bisogno di impegnarsi più a fondo. E c'è bisogno, innanzitutto, di un impegno poetico. Un impegno dei poeti? Sto vagheggiando, chissà, una specie di ritorno nel cuore freddo del post-moderno della vexata quaestio dell'engagement? Non necessariamente. Perché l'idea dell'impegno non è indisgiungibile, almeno in via teorica, dall'idea estroflessa dell'impegno civile» (p. 8).

                Ecco, mi sembra che tra le veementi parole di Massimo Morasso e la tensione etica che anima la poesia civile di Gianmario Lucini i punti d'incontro siano stretti e cogenti.

                In entrambi, direi, coraggiosa e netta è la convinzione che, per «sopravvivere a se stessa», la «civiltà del tramonto» chieda un qualcosa di «originariamente creante, di essenzialmente singolare e, dunque, radicalmente rivoluzionario». Si tratta, insomma, di una «riappropriazione dell'ordine simbolico della mente», che consenta anzi tutto di riconoscere le «ragioni imprescindibili di quanto Spengler chiamò «orizzonte materno della cultura». Ovverosia, che induca a far esperienza del «sentimento di coappartenenza di mente e coscienza» nella prospettiva di un'«assunzione critica», di una «testimonianza non solo personale» (pp. 8; 9). Il che, appunto, è quanto solarmente emerge dalla poesia di Lucini – autorevole tra i  "custodi della parola". I medesimi che, in un assai più civile, ormai remoto passato erano gli ammirati, e tenacemente ascoltati, "maestri di verità": in una parola, i "poeti".