Gianmario lucini

                       Sei poesie da non presentare a concorsi

 

 

 

 

 

 

 

Epigramma

 

Di conseguenza vivendo la paura

di annerire la pallida razza montanara

stendono una mano al mare e un piede

sulla via di fuga – defilarsi

e agire nell’ombra, la saggezza -. Qualcuno

dall’occhio mastino

si fa teorico di siluri e mitragliate, un altro

inventa nuovi nessi per tornare

più leggero a peccare: in alto

la croce dorata d’una paranoia e il suo Nome

per qualsiasi pretesto.  Quanto

al gracidare della nuova intellighenzia, Dio

lenisci la mia pena: mai

cademmo così in basso

 

- e l’intossicazione avviene

sotto stretta sorveglianza sanitaria.

 

 

 

Epigramma

 

Se vuoi occupare spazi di sole e d’aria ti occorre il nulla osta

dei padroni del sole e dell’aria;  se vuoi

essere se vuoi corrispondere,

uno scenario di sorrisi translucidi – per non

crepare vantando notevoli talenti e l’ardore

di inutili e supreme battaglie fra le dita –

 

legami dorati che gridano

nella luce di macelleria

per sostenerti al cielo e non precipitare

in zone d’ombra e di ghiaccio.

 

Mio malgrado lecco il graffio del silenzio

perché nego servizi e ghigno

la mia demenza in un fetente sottoscala

- in alto fragili maestà senza parole

condannate all’orrore di apparire

in questo evo di sottocultura.

 

 

 ****

 

Non paga paventare l’imbianchino in casa

e la mascella gracchiare nella piazza – sogno

o mentale onanismo dell’itala sinistra perduta

fra nessi perduti e la nebbia della tattica,

 

soltanto eroiche, leggende a cullare

i difficili sonni dell’ideologia – non

cantare gli uccisi schitarrando

fra guaiti di corteo: l’imbianchino

e la mascella sono nuvole

portate dal vento che s’insinuano

fra la tua mano e la guancia dell’amata

 

- e nell’amore esterofilo calcolo inconscio

condito d’agape e buone intenzioni

per salvare pensione e produzione.

 

 

 ***

  

Passeggiano tutti come la lumaca

dell’esperimento sul filo di una lama

- l’eternità da un lato

dall’altro il nulla e una risata -

mentre la luna divaga per il cielo

come un condannato all’ora d’aria.

 

Monna Lisa appisolata inizia a russare

nella notte che si fa troppo eterna,

Ulisse tutto solo attracca

nella baia di Manhattan e puntando

i gomiti sull’orlo della poppa

smarrisce gli occhi negli iridati riflessi

sul nero del mare.

 

 

*** 

 

Guadagna il microfono come colui che sa

stare al centro della scena – basso

ridicolo sniffa

l’aria nell’angolo visivo

per centottanta gradi – e attacca

la tiritera dei non sensi per i gonzi

ammiccanti ad ascoltare – fraseggio

elucubrato e ben lubrificato che glissa

senza intoppi apparenti fra le some

che stanno lì a ciondolare or sull’una or sull’altra

pròtesi di sè, tenaci

fino alla fine (applausi) –

 il fiato

di quel lustro maiale li seduce ma d’essi

nessuno s’avvede che la ventura

d’essere altrove o in quel luogo discende

da un’antica scelta

d’altri che scelsero per lui.

 

 

 ***

  

Inacidito fra le rughe rintuzzate

si squaglia, il giocatore. 

Fra una mano e l’altra bluffando ha dissipato

intere epopee paranoiche e si lecca

nel buio privato l’indecente

inane grandezza

 

parafrasando i mari i porti del mare e caro l’azzurro

e popoli defunti, cesari macellai

– così minuscolo quel suo sorriso mignolo

così devastante

la noncuranza del suo ciarlare -.