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Sei poesie da non presentare a concorsi
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Epigramma
Di conseguenza vivendo la paura di annerire la pallida razza montanara stendono una mano al mare e un piede sulla via di fuga – defilarsi e agire nell’ombra, la saggezza -. Qualcuno dall’occhio mastino si fa teorico di siluri e mitragliate, un altro inventa nuovi nessi per tornare più leggero a peccare: in alto la croce dorata d’una paranoia e il suo Nome per qualsiasi pretesto. Quanto al gracidare della nuova intellighenzia, Dio lenisci la mia pena: mai cademmo così in basso
- e l’intossicazione avviene sotto stretta sorveglianza sanitaria.
Epigramma
Se vuoi occupare spazi di sole e d’aria ti occorre il nulla osta dei padroni del sole e dell’aria; se vuoi essere se vuoi corrispondere, uno scenario di sorrisi translucidi – per non crepare vantando notevoli talenti e l’ardore di inutili e supreme battaglie fra le dita –
legami dorati che gridano nella luce di macelleria per sostenerti al cielo e non precipitare in zone d’ombra e di ghiaccio.
Mio malgrado lecco il graffio del silenzio perché nego servizi e ghigno la mia demenza in un fetente sottoscala - in alto fragili maestà senza parole condannate all’orrore di apparire in questo evo di sottocultura.
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Non paga paventare l’imbianchino in casa e la mascella gracchiare nella piazza – sogno o mentale onanismo dell’itala sinistra perduta fra nessi perduti e la nebbia della tattica,
soltanto eroiche, leggende a cullare i difficili sonni dell’ideologia – non cantare gli uccisi schitarrando fra guaiti di corteo: l’imbianchino e la mascella sono nuvole portate dal vento che s’insinuano fra la tua mano e la guancia dell’amata
- e nell’amore esterofilo calcolo inconscio condito d’agape e buone intenzioni per salvare pensione e produzione.
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Passeggiano tutti come la lumaca dell’esperimento sul filo di una lama - l’eternità da un lato dall’altro il nulla e una risata - mentre la luna divaga per il cielo come un condannato all’ora d’aria.
Monna Lisa appisolata inizia a russare nella notte che si fa troppo eterna, Ulisse tutto solo attracca nella baia di Manhattan e puntando i gomiti sull’orlo della poppa smarrisce gli occhi negli iridati riflessi sul nero del mare.
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Guadagna il microfono come colui che sa stare al centro della scena – basso ridicolo sniffa l’aria nell’angolo visivo per centottanta gradi – e attacca la tiritera dei non sensi per i gonzi ammiccanti ad ascoltare – fraseggio elucubrato e ben lubrificato che glissa senza intoppi apparenti fra le some che stanno lì a ciondolare or sull’una or sull’altra pròtesi di sè, tenaci fino alla fine (applausi) – il fiato di quel lustro maiale li seduce ma d’essi nessuno s’avvede che la ventura d’essere altrove o in quel luogo discende da un’antica scelta d’altri che scelsero per lui.
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Inacidito fra le rughe rintuzzate si squaglia, il giocatore. Fra una mano e l’altra bluffando ha dissipato intere epopee paranoiche e si lecca nel buio privato l’indecente inane grandezza
parafrasando i mari i porti del mare e caro l’azzurro e popoli defunti, cesari macellai – così minuscolo quel suo sorriso mignolo così devastante la noncuranza del suo ciarlare -.
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