Gianmario lucini

                       L'alligatore notturno

 

                               

                               

 

 

 

Oltre le variopinte persiane del castello pascolava

certo sentire allo stato brado, senza tema

di limite o d'essere legato

da un Eracle a ceppi

o da un qualsiasi garante. 

                                   Io

dal nulla dei nomi pronuncio epitaffi

sulle foglie dell'autunno e nel loro turbinìo

mi disperdo senza forza e senza scampo: non sono

la vanga nel cielo che sognavo da ragazzo - non vedi:

tutto è uguale, tutto è uguale...

non v'è alcunché da dissodare -.

 

Non è per i morti, non è

per le vite spezzate o retorica o rito

che invana un pulsare di cuore, ma certe

notti innocenti sono già compromesse, certe

tranquille bellezze invano implorano pace

perdute distanze

dall'arrogante  luccicore dell'effimero

- o dai fantasmi che nascono

dal più nero del cuore che batte

una breve stagione dicendosi eterno.

                                                  Mio Dio, mio

Dio, tutto è finito, tutto

è già finito - le epopee, il tempo

neppure cominciato -

non c'è morte, non c'è vita,

 

soltanto l'inquieto

battere di palpebre

che a stento sopporta la luce.