Elegie per Baghdad


   di Gianmario lucini - febbraio 2003

     

 

     

     

     

Natale 2002

 

Dentro l’intrico, scagliato

in luce di specchi rifranti

rifrangi il passo

riflesso in pozzanghere, vetrine,

all’odore di latrine, alla festa

per il Folle che giunse di notte

furioso d’amore.

 

E tu in brani dissolvilo

con un colpo di cannone.

  

L’universo su di te si piegava

come madre

dolorosamente

ma tu lo pugnalavi col pensiero

lo condannavi al vuoto – innamorato

del tuo modesto infinito,

  

paradossale scatola, guscio

che precario ti dibatti

vuoto nel vuoto dissolto,

dissociato in libertà...

  

 

Per la cronaca

  

Se poi, fiutando il tempo, l’onda di fango balena

fra le sue spire, concedigli un dubbio, concedi

stampelle a incerto sapere di pavidi, che sempre

spargono seme di dubbio nel vento che gira

e gira, accusa, avvoltola fatti, sentenze nella sabbia;

pavido a cui rabbia inibisce l’agire, concedi

 

un dubbio per il sole di Baghdad,

nell’inverno

 

un dubbio rilassato sul divano del salotto

fra un vinello gassato e un evento passato

da raccontare - se mai ti sorprendi a sognare

un esito finale...

  

 

Per la storia

  

Fiorì il pesco quell’anno in dicembre

e nelle selve il giallo delle primule.

Dio nasceva alla soglia dell’oro

in un formale stupore di presepi.

 

Ma poi s’imbriglia il ricordo,

si fa persona e fa male

da queste montagne a oltre il mare,

si fa presente del passato,

memoria che vive nel torpore.

 

Potremo allora tentare un richiamo

dal passato all’incerto,

dall’incerto a un leggero disperare

che da sempre per sempre ci vede

precarie faville d’un attimo eterno

che di sé nell’eterno s’alimenta...

  

***

  

Ma se il pesco fiorisce d’inverno, se l’erba

di marzo il suo marzo non avrà,

se la minaccia ebbe l’alito dell’asino e del bove

Dio se eri Dio che parole entro questo tepore?

che faremo entro la coscienza, nel tempo banale?

e - pur ora sibille cassandre che bruciano incenso al tuo etere

mute imago che mute staranno nel torpore dell’assenso -

nel fragore del silenzio che sogno avremo sognato?

Che paradosso del tempo ci vuole testimoni

del suo non essere, noi ch’eravamo e saremo?

  

  

Metamorfosi

  

Le parole barcollarono stupite

trovammo significati inesistenti.

  

Qualcuno ha scavato una faglia

e non abbiamo ali, non abbiamo luoghi,

i nostri simboli sono divelti.

  

Neppure per un milione

salverà Gomorra dal fuoco

per un solo peccatore

questo dio minore brucerà la città

  

  

Per la memoria

  

Dal futuro non ancora ci scorgiamo.  Siamo

imbrigliati in rete d'omissis che avanza insipiente

e macina il mondo.  Un sole inaridisce: saremo

suo raggio sua nube nel raggio,

dispersi in un punto impreciso dell’eterno,

graffiati smembrati, dissolti

dissoluti in levità di respiro...

   

   

Partenza

  

Il capo accosta al capo, la bella al soldato

al soldo di Stato.

Bella e soldato divisi da un fiume,

nero nel nero profondo che infonde coraggio.

 

Non un viso vedrà all’orizzonte bianco,

non capelli, movenze, labbra e risa

al rossore delle notti tremanti

per lei  per lui che tremando

ha il pensiero già oltre disciolto abbagliato

e lei si fermerà ad ascoltare l’onde

per lui sciabordare dolenti messaggeri.

 

Il cannone ha lunga gittata:

lo salverà da possibili risvolti

complicati più oltre nella vita

nel gioco più antico, giocato

fra lama e lama d’innumeri coltelli.

  

E già si dissolve nel mare la terra.

  

 

Per la storia 2

  

Sappiate voi che leggerete queste leggerezze votate al vento che gira su se stesso, che non fummo carne, non fummo voce.  Ci aggiravamo come simulacri.  Apparivamo certe notti sciogliendoci alla luna.  Eravamo il lamento dei cani.  Dicemmo l’inganno pretesto plausibile, lo vedemmo sfidare regola dentro le regole, lo lasciammo operare abile artigiano nella sua misteriosa cantina, ascoltammo grimaldelli sorbendo un the al bergamotto, in quell’inverno né caldo né freddo - perché noi siamo il popolino che non esistette, la parte di mondo confitta nella terra senza mai piantarvi radice.

  

 

Profezia

  

Se apriamo la mente a volo di gabbiano

ci aggiriamo per la notte come lune sconfitte,

descriviamo parabole impossibili:

la storia è fatta di cliché e di retorica

ci viene incontro trionfale, finale

col suo vestito scuro, la falce popolare,

teschio secco che ride sui berretti

di certe pellicole in bianco e nero...

  

Ci nacque in cuore ereditata da lontano

menzogna dell’umano nostro globale

sogno occidentale,

 

per lei cantammo ballammo come l’orso

di un circo fallimentare

 

e per quanto avessimo cantato ballato rubato

il vero per farne trame di felicità e d’utopia,

ora siamo blindati in un archivio.

 

Non sapremo le voci dei bambini dopo scuola.

Non solcheremo mai più un cielo sicuro.

né sentiremo lo spiro di quel vero

che diciamo respiro della libertà...

   

   

Consapevolezza

  

Tu mi sei nata dentro con la trucidazione del rospo

con la mutilazione della lucertola:

      t’ho veduta bene in volto,

      riconoscerei il tuo sguardo.

Ma oggi devii, fuggi svanisci via di sguincio

e di lontano spii, scatti, colpisci

al tocco d’un bottone

astratta morte orale algoritmo che svanisci,

lieve fiore di polvere che sboccia e si leva

dal ventre d’una notte apocalittica

     come il rospo levava la sua pena,

     al cielo, d’occhi e nari...

  

Ti sei fatta precisa, ragioniera

insediata nei nostri argomenti, discreto

sottofondo ai riti della sera.

  

***

  

Chissà che pensieri hanno i morti

in questa gioiosa catarsi

intrappolati fra crolli e macerie

dissolti nell’aria dai missili.

      

dal loro silenzio ascoltano esplodere

l’allegria irrefrenabile

e forse il loro labbro un po’ cadente

di lato potrebbe sorridere.

       

Anch’essi canterebbero osanna al vincitore

che ieri cantarono al feroce dittatore.

 

***

   

Oggi sono nati altri mondi.  Scriveremo

insieme un’altra storia con l’inchiostro

che dorme sotto la sabbia.

Scriveremo la rabbia che si aggruma

con versi impoetici: crolla

il prezzo del petrolio, l’aria è sempre più malata,

l’economia da’ cibo a buon mercato

i poveri non coltiveranno più i loro campi

tutti a delinquere o a scrivere poesie

clientes dell’impero democratico

colonie delle guerre preventive.

   

Il bianco papa starnazzerà un poco

ma poi benedirà suo malgrado

e rimarranno quei quattro coglioni di sempre

comunisti, preti devianti

a parlare d’un’altra giustizia,

quelli che non hanno voce, a gridare

cani uggiosi nell'occidentale festino

    

e ricominceremo a tarallucci e vino.

   

   

Epilogo

  

Diranno verità che già sappiamo

e noi simuleremo meraviglia,

da sempre deferenti all’estetica barocca

al brivido leggero della malafede

pur di mutare desideri in desideri,

di morte in morte senza mai morire.

  

Rinnegheremo d’abitudine il passato

che ora se ne va veloce e muto

di tappa in tappa verso il gran traguardo

o nuova apocalissi o altro sguardo

che consegneremo ad uomini diversi

- noi vincitori vinti del massacro -

  

e finalmente avremo la pace.