Gianmario lucini

                       A discolpa dei complici - (febbraio-marzo 2003)

 

 

 

 

 

 

            Parabola

 

Delimitiamo un’area dentro il bosco

dove il verde nell’ombra si dissolve;

il sole filtra fra giochi di rami,

s’aprono squarci a trovare la luce

 

- e sbarreranno le vie d’accesso,

consulteranno i loro codici,

invieranno boscaioli sordomuti

e gran copia di macchine.

 

Tutt’intorno sarà fragore d’ali.

 

 

            Il rito

 

Il fuoco è tranquillità di casa.

La fiamma divide il passato dal futuro

e getta un po’ di luce

verso la notte.

 

Ho infinite colpe da curare e infinite

gioie da ricordare,

 

al soffio di questo fuoco discreto

chiuso nella stufa di ceramica gaia,

che non invade l’orizzonte, non deflagra

non dilaga in un cielo di vendetta;

 

mi dormirà nella caverna, accanto.

 

(Uomo antico e semplice

terribilmente semplice).

 

 

            Elegia per le parole

 

Potessi ancora una parola chiara

in me risvegliare;

ma volano frasi di piombo.

 

I nuovi barbari hanno trafitto

il mio ultimo sogno d’umanesimo

con la punta delle picche

per ricavarne sangue e acqua...

 

La mia ultima gente

si perde e si ritrova

come un cuore che pulsa:

 

eppure non sono ancora perduti,

solo non sanno di sapere

quel che ci è di salvezza,

e in questo folle gioco di parole

ridicono le frasi dei folli

le rigirano fra le dita

come il bimbo che trova nell’erba

l’ordigno lustro e vi gioca.

 

Parole quanto oscure

lune sorgono esse che nacquero

nel nostro mattino votate a una festa.

 

E com’è amaro l’averle perdute

in questa fuga vile che c’inghiotte

sussurri nel vuoto.

 

 

            Canzone dell’ignavia

 

Allenta la guardia, lascia correre

l’acqua verso il mare: noi siamo

troppo piccoli, non ci possiamo ribellare

siamo intruppati nel flusso dell’umano

che lento e tenace consuma le strade

s’aggruma, s’intoppa e a un segnale

s’avventa, tutto sminuzia, travolge

come l’onda improvvisa d’un canale

nel temporale d’estate. 

                                      Siamo

la minutaglia, la farina di quel pane

innaturale che lievita nel tempo

d’una storia banale

 

se non fosse per l’orrore di sapere

quel che d’intorno accade e inquieta

e il troppo ingenuo sperare.

 

Allenta, lascia andare

il volo dei falchi e delle poiane

nel sole alto: noi siamo

fatti per tacere,

controllare il poco territorio

che il soma ingombra

mentre la mente altrove rincorre

immaginari mondi felici

 

- di questo scontenti

d’esserne fuori e insieme dentro.

 

 

            Sindrome

 

L’attesa è snervante: ci inchioda

qui al gelo di febbraio senza prospettive

aggrappati a simboli ambigui.

 

Sarebbe un sollievo il primo

colpo di cannone, il razzo,

il tracciante nella notte irakena, sarebbe

un fatto chiaro, la sentenza,

e non questo trepidare che ci spezza

lenta tensione dell’arco, lento puntamento:

siamo la terra dell’angoscia e del silenzio

prima che il fuoco dal cielo la sconvolga.

 

Potremmo allora dare sfogo all’orrore, rivedere

i fantasmi dei morti che camminano

sussurrare: “ecco, erano in vita, ridevano

facevano shopping per le vie di Baghdad”

o:

“morivano nei letamai dei bassifondi

svoltato l’angolo al palazzo di Saddam”.

 

A questo punto, a questo punto

siamo vigliacchi,

- ma non lo diremo.

 

 

            Il punto

 

Che mi spaventa

non è la conta di numeri e possibili,

ma un frammentarsi lento

e continuo delle coscienze,

il registro crepato del pensiero,

l’inconscio diviso

che una ragione precaria compone.

 

E’ quel crearsi d’una trama

fitta di parole

che fronteggi una fuga

e sfidi la storia sapendo di soccombere.

 

Bisogna resistere fino alla fine

all’unica fine che obnubila ogni attimo,

colma d’assenza immanente

una verità defunta.

 

 

            Chiacchiericcio

 

Da lungo ci tradiscono e ci frangono, sollevano

in alto il cuore e lo rigettano alla polvere,

ma noi siamo vivi e ci sentiamo dilaniare,

sentiamo il sangue fluire di smania, impazzire

in queste vene troppo strette, in questo spazio

dove siamo internati e costretti; un boato

ci squassa e riduce in frammenti.

 

Tempo di sciali e rinunce.

 

Potevamo essere dèi, dimenticare

il secolo barbaro e le stragi,

ma non abbiamo che ubbie e nostalgie,

vecchi conti aperti, antiche faide

che affondano nel cuore di Abele.

 

I bambini muoiono nel cuore di Baghdad.

Il tempo passa indeciso

e noi con lui passeremo traditi,

angelicati, dalla parte degli offesi,

democraticamente opposti,

fisicamente illesi.

 

 

            Bandiere

 

Le piazze sono della pace, oggi: luci

ovunque, colori negli occhi, un soffio

dolce agita fiamme nella sera,

i volti rilascia: la morte

è lontana.

Anche per oggi il gioco continua,

abbiamo anni davanti

tempo che viene sicuro

a queste terre felici...

 

Sintesi d’una precaria intesa fra naufraghi

raccolti intorno ai colori più antichi.

 

Il mondo continua a vibrare

nell’orbita lenta senza il minimo scarto,

i giorni nascono dai giorni

perché tutto s’appiani grigio

e senza ragione.

 

O colori dell’arcobaleno,

quanto radiose le vostre maschere.  Le voci

intanto sono sempre più fioche.

 

 

            Periferia

 

Nella piazza le voci s’accompagnano

a uno squillo di campane.  Rimbombano

nel mio capo a martello.  Anche a Roma

straripa l’arcobaleno, ma dentro

gli sguardi s’intorbida ormai la speranza:

 

abbiamo solo sguardi che già sanno,

abbiamo solo mani che stringono

il vento di febbraio. 

(Stàmpati

nel ricordo queste immagini precarie

le voci della piazza, i pigolìi di festa

d’una scolaresca iridata stretta stretta

intorno a Garibaldi-chioccia nella piazza,

qui in Valtellina un sabato mattina

fra odori di polli allo spiedo

e incenso marocchino:

 

sono gli ultimi giorni che ci restano

sono l’ultime immagini serene).

 

 

Cronaca

 

Ci sono vasti campi da arare, disse il generale,

e un animale grigio nell’ultima neve

di febbraio si mosse adagio.  Saliva

un coro dal mare, delfini

sulla scia dei pensieri;

l’arcobaleno sorgeva dalla piazza e fu tutto

quel che potemmo vedere

 

(offrimi un altro silenzio ho il volto

bruciato dalle parole).

 

Ci sono anche profondi da esplorare, soggiunse lo scrivano

quasi parlando a se stesso, ci sono profondi,

ma l’epoca del grano volgeva alla calura

perirono le piante fra le crepe delle zolle:

non dava pioggia il cielo

non s’apriva uno spiraglio.

 

Così finisce questa storia amara

vissuta giorno per giorno come un’agonia;

i cadaveri sono spariti; sparita

la prova del misfatto

per noi che non possiamo credere alle fole

ma badiamo solo al concreto – un Dio

che parli dal roveto

o un vitello d’oro.

 

I bambini hanno occhi profondi

e muoiono senza rumore

noi sopravviviamo per raccontare

per cantare un vecchio poema

che cresce verso dopo verso

nei nostri mari dilaga, nei cieli,

come volo d’uccello migratore

che torna ad ogni primavera.

 

 

            Poesia aperta

 

Non possiamo più difenderti da te stessa

America e ci duole ogni frammento

d’anima e di corpo; ci duole

la tua rabbia dissociata e il terrore.

La picca che ti rode rode il nostro ventre,

il tuo veleno è il nostro veleno,

ma per noi è come essere già morti

da tempo d’una morte mentale, uno sgomento

o simulacro di orrori infiniti...

L’ala d’un dolore ci adombra

siamo come sospesa

polvere nel vento del tuo male.

 

 

              Epos

 

Ah i cavalieri, gli antichi cavalieri

che si scannavano sulle rive di Scamandro

truci nell’ira e nel fragore

dell’armi percosse, nell’invettive,

guardavano il nemico dritto negli occhi

lo sfidavano con parole alte e oneste

- poi l’infilzavano o si facevano infilzare.

 

E cadendo l’ultima prece al nemico

per pietà del vecchio padre, del figlio, della sposa

le spoglie rendesse intatte a loro

dopo il colpo fatale.  Commosso

annuiva il vincitore insanguinato

faceva giuramento consolava

e si lasciava in balia del cuore

vagare su qual mare suggestivo

del destino dove s’accomuna e si ritrova

l’uguale sentire degli uomini che cercano

vita sotto l’immensa cupola del cielo...

 

A noi parole solenni tramandarono

nei versi degli antichi e una pietà

che non sappiamo più interrogare,

 

ahi cavalieri, antichi cavalieri

noi non abbiamo più occhi da vedere

noi non abbiamo più occhi per vedere;

 

abbiamo conquistato questo cielo

siamo più alti degli dèi, li bombardiamo,

vediamo friggere l’Olimpo piegarsi

l’acciaio dei ponti, levarsi

in alte colonne l’acqua del mare alle nubi,

ma non vediamo più occhi, più volti,

neppure il sangue – le nostre

mani pulite accarezzano i capelli e i corpi

amati dopo ogni macello;

 

non siamo feroci, non siamo turbati,

siamo come macchine impassibili

strumenti nelle mani degli onnipotenti

di questo nuovo improvvisato Olimpo

che nessuno sa dove sia.

 

Anche noi, miticamente,

siamo strumenti d’un dio.

   

  

            Horror vacui

 

Chiudiamo le palpebre solo un istante:

è fragoroso il silenzio.

 

La notte vibra d’inquietudine.

 

Fra tante parole che si chiamano

s’aggirano spettri.

 

E noi siamo così inani

così lontani.

 

Ci sono eventi già accaduti prima d’accadere

e noi siamo il sogno che li sta a guardare.

 

Il cuore è fuori tempo massimo.

L’orbita della ragione al suo culmine.

 

Chiudiamo le palpebre

al fragore di questo silenzio.

 

Torna il tempo dell’insonnia.

 

Chiudete porte e finestre:

non abbiamo più difese,

stanno assassinando Dio.

 

 

            Reporter

 

Quando passerai di là

fruga fra macerie,

punta l’obiettivo e vedrai ondeggiare

spettri di fumo e nel cupo del cielo,

il lamento dei cani.

 

Non ci saranno più alberi, il deserto

è già cominciato,

e sopra la scena una disperazione antica

allargherà le braccia nella sua veste nera.

 

Ci sarà sempre la fame, cattiva

consigliera del nostro infinito.