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A discolpa dei complici - (febbraio-marzo 2003) |
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Parabola
Delimitiamo un’area dentro il bosco dove il verde nell’ombra si dissolve; il sole filtra fra giochi di rami, s’aprono squarci a trovare la luce
- e sbarreranno le vie d’accesso, consulteranno i loro codici, invieranno boscaioli sordomuti e gran copia di macchine.
Tutt’intorno sarà fragore d’ali.
Il rito
Il fuoco è tranquillità di casa. La fiamma divide il passato dal futuro e getta un po’ di luce verso la notte.
Ho infinite colpe da curare e infinite gioie da ricordare,
al soffio di questo fuoco discreto chiuso nella stufa di ceramica gaia, che non invade l’orizzonte, non deflagra non dilaga in un cielo di vendetta;
mi dormirà nella caverna, accanto.
(Uomo antico e semplice terribilmente semplice).
Elegia per le parole
Potessi ancora una parola chiara in me risvegliare; ma volano frasi di piombo.
I nuovi barbari hanno trafitto il mio ultimo sogno d’umanesimo con la punta delle picche per ricavarne sangue e acqua...
La mia ultima gente si perde e si ritrova come un cuore che pulsa:
eppure non sono ancora perduti, solo non sanno di sapere quel che ci è di salvezza, e in questo folle gioco di parole ridicono le frasi dei folli le rigirano fra le dita come il bimbo che trova nell’erba l’ordigno lustro e vi gioca.
Parole quanto oscure lune sorgono esse che nacquero nel nostro mattino votate a una festa.
E com’è amaro l’averle perdute in questa fuga vile che c’inghiotte sussurri nel vuoto.
Canzone dell’ignavia
Allenta la guardia, lascia correre l’acqua verso il mare: noi siamo troppo piccoli, non ci possiamo ribellare siamo intruppati nel flusso dell’umano che lento e tenace consuma le strade s’aggruma, s’intoppa e a un segnale s’avventa, tutto sminuzia, travolge come l’onda improvvisa d’un canale nel temporale d’estate. Siamo la minutaglia, la farina di quel pane innaturale che lievita nel tempo d’una storia banale
se non fosse per l’orrore di sapere quel che d’intorno accade e inquieta e il troppo ingenuo sperare.
Allenta, lascia andare il volo dei falchi e delle poiane nel sole alto: noi siamo fatti per tacere, controllare il poco territorio che il soma ingombra mentre la mente altrove rincorre immaginari mondi felici
- di questo scontenti d’esserne fuori e insieme dentro.
Sindrome
L’attesa è snervante: ci inchioda qui al gelo di febbraio senza prospettive aggrappati a simboli ambigui.
Sarebbe un sollievo il primo colpo di cannone, il razzo, il tracciante nella notte irakena, sarebbe un fatto chiaro, la sentenza, e non questo trepidare che ci spezza lenta tensione dell’arco, lento puntamento: siamo la terra dell’angoscia e del silenzio prima che il fuoco dal cielo la sconvolga.
Potremmo allora dare sfogo all’orrore, rivedere i fantasmi dei morti che camminano sussurrare: “ecco, erano in vita, ridevano facevano shopping per le vie di Baghdad” o: “morivano nei letamai dei bassifondi svoltato l’angolo al palazzo di Saddam”.
A questo punto, a questo punto siamo vigliacchi, - ma non lo diremo.
Il punto
Che mi spaventa non è la conta di numeri e possibili, ma un frammentarsi lento e continuo delle coscienze, il registro crepato del pensiero, l’inconscio diviso che una ragione precaria compone.
E’ quel crearsi d’una trama fitta di parole che fronteggi una fuga e sfidi la storia sapendo di soccombere.
Bisogna resistere fino alla fine all’unica fine che obnubila ogni attimo, colma d’assenza immanente una verità defunta.
Chiacchiericcio
Da lungo ci tradiscono e ci frangono, sollevano in alto il cuore e lo rigettano alla polvere, ma noi siamo vivi e ci sentiamo dilaniare, sentiamo il sangue fluire di smania, impazzire in queste vene troppo strette, in questo spazio dove siamo internati e costretti; un boato ci squassa e riduce in frammenti.
Tempo di sciali e rinunce.
Potevamo essere dèi, dimenticare il secolo barbaro e le stragi, ma non abbiamo che ubbie e nostalgie, vecchi conti aperti, antiche faide che affondano nel cuore di Abele.
I bambini muoiono nel cuore di Baghdad. Il tempo passa indeciso e noi con lui passeremo traditi, angelicati, dalla parte degli offesi, democraticamente opposti, fisicamente illesi.
Bandiere
Le piazze sono della pace, oggi: luci ovunque, colori negli occhi, un soffio dolce agita fiamme nella sera, i volti rilascia: la morte è lontana. Anche per oggi il gioco continua, abbiamo anni davanti tempo che viene sicuro a queste terre felici...
Sintesi d’una precaria intesa fra naufraghi raccolti intorno ai colori più antichi.
Il mondo continua a vibrare nell’orbita lenta senza il minimo scarto, i giorni nascono dai giorni perché tutto s’appiani grigio e senza ragione.
O colori dell’arcobaleno, quanto radiose le vostre maschere. Le voci intanto sono sempre più fioche.
Periferia
Nella piazza le voci s’accompagnano a uno squillo di campane. Rimbombano nel mio capo a martello. Anche a Roma straripa l’arcobaleno, ma dentro gli sguardi s’intorbida ormai la speranza:
abbiamo solo sguardi che già sanno, abbiamo solo mani che stringono il vento di febbraio. (Stàmpati nel ricordo queste immagini precarie le voci della piazza, i pigolìi di festa d’una scolaresca iridata stretta stretta intorno a Garibaldi-chioccia nella piazza, qui in Valtellina un sabato mattina fra odori di polli allo spiedo e incenso marocchino:
sono gli ultimi giorni che ci restano sono l’ultime immagini serene).
Cronaca
Ci sono vasti campi da arare, disse il generale, e un animale grigio nell’ultima neve di febbraio si mosse adagio. Saliva un coro dal mare, delfini sulla scia dei pensieri; l’arcobaleno sorgeva dalla piazza e fu tutto quel che potemmo vedere
(offrimi un altro silenzio ho il volto bruciato dalle parole).
Ci sono anche profondi da esplorare, soggiunse lo scrivano quasi parlando a se stesso, ci sono profondi, ma l’epoca del grano volgeva alla calura perirono le piante fra le crepe delle zolle: non dava pioggia il cielo non s’apriva uno spiraglio.
Così finisce questa storia amara vissuta giorno per giorno come un’agonia; i cadaveri sono spariti; sparita la prova del misfatto per noi che non possiamo credere alle fole ma badiamo solo al concreto – un Dio che parli dal roveto o un vitello d’oro.
I bambini hanno occhi profondi e muoiono senza rumore noi sopravviviamo per raccontare per cantare un vecchio poema che cresce verso dopo verso nei nostri mari dilaga, nei cieli, come volo d’uccello migratore che torna ad ogni primavera.
Poesia aperta
Non possiamo più difenderti da te stessa America e ci duole ogni frammento d’anima e di corpo; ci duole la tua rabbia dissociata e il terrore. La picca che ti rode rode il nostro ventre, il tuo veleno è il nostro veleno, ma per noi è come essere già morti da tempo d’una morte mentale, uno sgomento o simulacro di orrori infiniti... L’ala d’un dolore ci adombra siamo come sospesa polvere nel vento del tuo male.
Epos
Ah i cavalieri, gli antichi cavalieri che si scannavano sulle rive di Scamandro truci nell’ira e nel fragore dell’armi percosse, nell’invettive, guardavano il nemico dritto negli occhi lo sfidavano con parole alte e oneste - poi l’infilzavano o si facevano infilzare.
E cadendo l’ultima prece al nemico per pietà del vecchio padre, del figlio, della sposa le spoglie rendesse intatte a loro dopo il colpo fatale. Commosso annuiva il vincitore insanguinato faceva giuramento consolava e si lasciava in balia del cuore vagare su qual mare suggestivo del destino dove s’accomuna e si ritrova l’uguale sentire degli uomini che cercano vita sotto l’immensa cupola del cielo...
A noi parole solenni tramandarono nei versi degli antichi e una pietà che non sappiamo più interrogare,
ahi cavalieri, antichi cavalieri noi non abbiamo più occhi da vedere noi non abbiamo più occhi per vedere;
abbiamo conquistato questo cielo siamo più alti degli dèi, li bombardiamo, vediamo friggere l’Olimpo piegarsi l’acciaio dei ponti, levarsi in alte colonne l’acqua del mare alle nubi, ma non vediamo più occhi, più volti, neppure il sangue – le nostre mani pulite accarezzano i capelli e i corpi amati dopo ogni macello;
non siamo feroci, non siamo turbati, siamo come macchine impassibili strumenti nelle mani degli onnipotenti di questo nuovo improvvisato Olimpo che nessuno sa dove sia.
Anche noi, miticamente, siamo strumenti d’un dio.
Horror vacui
Chiudiamo le palpebre solo un istante: è fragoroso il silenzio.
La notte vibra d’inquietudine.
Fra tante parole che si chiamano s’aggirano spettri.
E noi siamo così inani così lontani.
Ci sono eventi già accaduti prima d’accadere e noi siamo il sogno che li sta a guardare.
Il cuore è fuori tempo massimo. L’orbita della ragione al suo culmine.
Chiudiamo le palpebre al fragore di questo silenzio.
Torna il tempo dell’insonnia.
Chiudete porte e finestre: non abbiamo più difese, stanno assassinando Dio.
Reporter
Quando passerai di là fruga fra macerie, punta l’obiettivo e vedrai ondeggiare spettri di fumo e nel cupo del cielo, il lamento dei cani.
Non ci saranno più alberi, il deserto è già cominciato, e sopra la scena una disperazione antica allargherà le braccia nella sua veste nera.
Ci sarà sempre la fame, cattiva consigliera del nostro infinito.
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