Gianmario Lucini

Nemesis

 

 

 

 

 

 

 

                        Epitaffio

                       

                        dedicato a molti uomini politici

                        che non voglio nominare

                        per paura di tralasciarne alcuno.

 

 

Tu, zampa morta, non concedi la mano:

apri la ferita del sorriso, infili una porta

e sparisci coi grandi misteri.

 

Se crolla il palazzo più alto

la polvere copre la tua fuga

- le urla che senti sono solo i cani

prima del grande cicaleccio

che affoga ogni pena.

 

Azzanna l’angoscia

e stringila con morso di varano

ne sprizzeranno gocce di sangue

- sogghigna

maschera d’oro del male.

  


 

Più che un morire fu soltanto uno svanire

in una luce fatua dissiparsi

non appartenere più ad alcun sogno

uscirne in silenzio poi che fu sazio

il mondo dei tuoi patetici lazzi.

 

Fa freddo in questo trespolo di storia

in balia di venti siderali

la notte ulula racconti e cieli

d’epoche future

 

questo almeno dicevi con furia

in illo tempore vero e materia

che fummo, prodigio d’alchimia,

creati da un dio creato a somiglianza

della nostra brama di potere.

  


 

Il Figlio di Dio pregò nel deserto

per quei quaranta giorni ed io

ne seguo le tracce: osservo, prego

scruto a modo mio

lontano nel tempo.

 

Ci sarà sempre un cammeo biografico

nel mio curriculum vitae,

effetto speciale sociale che mi proietta oltre

una soglia innominabile

 

e la mia musica ha un supporto teorico

essenziale, un banale

giro d’accordi a sostenere l’assolo

che il mondo spera d’ascoltare

nella sua ansia di semplificazione.

 

Ecce agnus lupus a perpetuare

l’antica condizione.

 


 

Verbo contro verbo: non è difficile

vero con vero confondere

nel gioco retorico del vero,

con incanti occupare la scena

nel gioco di specchi e di nebbie.

 

Passiamo così le nostre giornate

aggrappati alle labbra alle voci

nell’attesa di eventi e profeti

rivivendo vita vissuta.

  


 

Ricordati uomo di esserlo

quando la nebbia preme alla finestra

e spaziando lo sguardo

non vedi argomenti

ma solo pupille sgomente,

bandiere ammainate...

 



Che fanno bandiere, colori

sciorinati nel vento

perché quel fermento di mani e figure

aggrumate nella piazza, che cura

segna i volti di rughe... Passano

come vecchi soldati in parata

dopo anni di battaglie sconosciute,

monaci oranti sul feretro del tempo

in quest’ambigua età dell’apparenza.

 

Perché tante bandiere

uguali parole riudire,

ridire,

forse soltanto per ridere?

 


  

Mi sono smarrito nel viaggio

da un punto lontano – un giorno, un evento,

volti e mani benedicenti

viatico e cavallo sfrenato alla mia fuga –

ed ora che una ruga nera m’incide

rivado alla soglia del labirinto

che mi rinchiuse dentro la sua logica

senza colori, odori, sempre la mente

braccata a seguire un sogno gualcito

- neppure un sogno

forse

neppure una mente.

 


 

Di tante parole non ricordo:

furono altri tempi, sogni ad alta voce

davanti a un cielo riscoperto,

ma oggi è un lacerto che si torce

il cuore cercando spiragli.

 

Ho avuto occhi e mani giovani

e nelle sere infinite dell’infanzia

era così intima la vita, così lenta

e lontana... non ricordo. 

                                      Amami,

ti chiedo, anche nel male,

per qualche anno appena, fin che vale

questo mio volto sul giornale del mattino

un soldo di complicità e di sottile

disprezzo, prima che il tempo

mi chiuda sotto una botola di gelo

- sopra la neve cade in silenzio

nella sera immobile, finale

mentre altrove brillano le luci dell’ere

così simili alla nostra

dal punto di vista della sera.

  


 

Siamo obbligati a sfiorarci appena

badiamo a celare la pena che ci sfibra

nell’immensa piazza della vita.

Ma i corpi gridano parole

che nessuno osa pronunciare.

 


 

Se crolla il palazzo più alto

la polvere copre la tua fuga;

c’è una riga che demarca

ogni limite, un filo

che maligno al tuo collo s’aggroviglia

in questo parto morto della luce.