|
Nemesis
Epitaffio
dedicato a molti uomini politici che non voglio nominare per paura di tralasciarne alcuno.
Tu, zampa morta, non concedi la mano: apri la ferita del sorriso, infili una porta e sparisci coi grandi misteri.
Se crolla il palazzo più alto la polvere copre la tua fuga - le urla che senti sono solo i cani prima del grande cicaleccio che affoga ogni pena.
Azzanna l’angoscia e stringila con morso di varano ne sprizzeranno gocce di sangue - sogghigna maschera d’oro del male.
Più che un morire fu soltanto uno svanire in una luce fatua dissiparsi non appartenere più ad alcun sogno uscirne in silenzio poi che fu sazio il mondo dei tuoi patetici lazzi.
Fa freddo in questo trespolo di storia in balia di venti siderali la notte ulula racconti e cieli d’epoche future
questo almeno dicevi con furia in illo tempore vero e materia che fummo, prodigio d’alchimia, creati da un dio creato a somiglianza della nostra brama di potere.
Il Figlio di Dio pregò nel deserto per quei quaranta giorni ed io ne seguo le tracce: osservo, prego scruto a modo mio lontano nel tempo.
Ci sarà sempre un cammeo biografico nel mio curriculum vitae, effetto speciale sociale che mi proietta oltre una soglia innominabile
e la mia musica ha un supporto teorico essenziale, un banale giro d’accordi a sostenere l’assolo che il mondo spera d’ascoltare nella sua ansia di semplificazione.
Ecce agnus lupus a perpetuare l’antica condizione.
Verbo contro verbo: non è difficile vero con vero confondere nel gioco retorico del vero, con incanti occupare la scena nel gioco di specchi e di nebbie.
Passiamo così le nostre giornate aggrappati alle labbra alle voci nell’attesa di eventi e profeti rivivendo vita vissuta.
Ricordati uomo di esserlo quando la nebbia preme alla finestra e spaziando lo sguardo non vedi argomenti ma solo pupille sgomente, bandiere ammainate...
sciorinati nel vento perché quel fermento di mani e figure aggrumate nella piazza, che cura segna i volti di rughe... Passano come vecchi soldati in parata dopo anni di battaglie sconosciute, monaci oranti sul feretro del tempo in quest’ambigua età dell’apparenza.
Perché tante bandiere uguali parole riudire, ridire, forse soltanto per ridere?
Mi sono smarrito nel viaggio da un punto lontano – un giorno, un evento, volti e mani benedicenti viatico e cavallo sfrenato alla mia fuga – ed ora che una ruga nera m’incide rivado alla soglia del labirinto che mi rinchiuse dentro la sua logica senza colori, odori, sempre la mente braccata a seguire un sogno gualcito - neppure un sogno forse neppure una mente.
Di tante parole non ricordo: furono altri tempi, sogni ad alta voce davanti a un cielo riscoperto, ma oggi è un lacerto che si torce il cuore cercando spiragli.
Ho avuto occhi e mani giovani e nelle sere infinite dell’infanzia era così intima la vita, così lenta e lontana... non ricordo. Amami, ti chiedo, anche nel male, per qualche anno appena, fin che vale questo mio volto sul giornale del mattino un soldo di complicità e di sottile disprezzo, prima che il tempo mi chiuda sotto una botola di gelo - sopra la neve cade in silenzio nella sera immobile, finale mentre altrove brillano le luci dell’ere così simili alla nostra dal punto di vista della sera.
Siamo obbligati a sfiorarci appena badiamo a celare la pena che ci sfibra nell’immensa piazza della vita. Ma i corpi gridano parole che nessuno osa pronunciare.
Se crolla il palazzo più alto la polvere copre la tua fuga; c’è una riga che demarca ogni limite, un filo che maligno al tuo collo s’aggroviglia in questo parto morto della luce.
|