Gianmario lucini

                       Sei fantasie per la notte

   

 

 

 

 

 

 

La notte inchiodata alla sua luna

dalla frontiera attende una canzone.

La notte abbraccia i nostri fuochi fatui

e le chimere.

 

Ci sono voci, anni che vagano,

grandi ideali caduti

nella pentola delle streghe di Macbeth,

impotenza e voglie.

 

Ma non è questo che volevo dire:

non questa notte averi voluto cantare

negli anni del chiasso e degli amici

 

- ridursi a mea culpa guaiolanti, struggimenti

in brodo di lacrime crepuscolari -

non così avrei voluto cantare.

 

***

 

Non abbiamo più linguaggi per la storia

-  non ci necessita coraggio,

            ad ogni sortita camminare guardinghi

            studiare segni controllare

            il fucile mitragliatore:

è sufficiente spegnere il televisore

conficcarsi nella pentola della notte

sentire il sangue che goccia sulla pietra

 

o figgere lo sguardo dentro lontananze

dove latrano i cani

a costo d'essere imperdonabili romantici. -

 

Dobbiamo convertirci in vuoti d'aria

in singulti o vagiti,

in echi

 

perché non abbiamo più significati.

E l'orizzonte vacilla.

 

***

 

Se dico notte insorgono monconi di secoli

e tutto insieme grida e stride,

la vita deflagra, la vita è proiettile

che esplode in mezzo alla folla;

 

strizzo le palpebre come l'imbecille

del villaggio che non sa quando è l'ora

d'incassare, fuggire

e cheto riedere seco

gemendo.

 

Oh questa pace feroce e senza tregua

che viene dalla luce:

se dico notte

apro soltanto la bocca.

 

***

 

E mollami - pìttima, tormento -

lasciami lallare il mio sgomento,

sgonfiarmi le pive con quattro parole

che non dicono niente.

 

Un tarlo mi rode la mente,

l'immagine d'un santo vendicatore

ha invaso i miei incubi notturni:

che almeno mi possa sfogare

perdìo

con due crasse ghignate alla deriva

di un sogno occidentale.  Ho perduto

Dio in un trekking di mezza estate

(s'è infossato in una nuvola

e più non dice; i suoi capelli

sgocciano brina e nevischio).

 

Da allora non posso concludere

e se parlo esplodo boati.

 

***

 

Il nulla è come un basilisco

che in sé non è nulla ma scritto

è pur sempre nome e spazio, pensiero

che muove, vuole, si fa vero.

 

Per questo motivo diffido delle parole:

mi obbligano ma a fatica scrivo poesie

- le parole sono nulla che viaggia verso il nulla

divorando se stesse al pronunciarsi -.

 

Possiamo però stare immobili

come le rondini sul filo del telefono,

garrire socialmente, stringere quel filo

che ci sostiene nel vuoto di parole.

 

***

 

Ci sarà luce dopo, quanto il vento

i nomi tutti porterà verso il mare

o sarà impronunciabile il miracolo che vedi?

 

Avremo ancora bocche, mani,

volti che si lasciano sfiorare, capelli,

pupille negli occhi, perdono?

(già s'incespica la lingua al pronunciarne

il nome) 

 

o tic programmati da un bilanciere che oscilla

nel vuoto gravitazionale?

                                      Di mille

e mille nomi non resta che vento

che s'ingolfa nella gola -.

 

Sono tutti uguali stesi sulla carta, in fila

i nomi

cicogne che stanno per migrare.