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Sei fantasie per la notte |
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La notte inchiodata alla sua luna dalla frontiera attende una canzone. La notte abbraccia i nostri fuochi fatui e le chimere.
Ci sono voci, anni che vagano, grandi ideali caduti nella pentola delle streghe di Macbeth, impotenza e voglie.
Ma non è questo che volevo dire: non questa notte averi voluto cantare negli anni del chiasso e degli amici
- ridursi a mea culpa guaiolanti, struggimenti in brodo di lacrime crepuscolari - non così avrei voluto cantare.
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Non abbiamo più linguaggi per la storia - non ci necessita coraggio, ad ogni sortita camminare guardinghi studiare segni controllare il fucile mitragliatore: è sufficiente spegnere il televisore conficcarsi nella pentola della notte sentire il sangue che goccia sulla pietra
o figgere lo sguardo dentro lontananze dove latrano i cani a costo d'essere imperdonabili romantici. -
Dobbiamo convertirci in vuoti d'aria in singulti o vagiti, in echi
perché non abbiamo più significati. E l'orizzonte vacilla.
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Se dico notte insorgono monconi di secoli e tutto insieme grida e stride, la vita deflagra, la vita è proiettile che esplode in mezzo alla folla;
strizzo le palpebre come l'imbecille del villaggio che non sa quando è l'ora d'incassare, fuggire e cheto riedere seco gemendo.
Oh questa pace feroce e senza tregua che viene dalla luce: se dico notte apro soltanto la bocca.
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E mollami - pìttima, tormento - lasciami lallare il mio sgomento, sgonfiarmi le pive con quattro parole che non dicono niente.
Un tarlo mi rode la mente, l'immagine d'un santo vendicatore ha invaso i miei incubi notturni: che almeno mi possa sfogare perdìo con due crasse ghignate alla deriva di un sogno occidentale. Ho perduto Dio in un trekking di mezza estate (s'è infossato in una nuvola e più non dice; i suoi capelli sgocciano brina e nevischio).
Da allora non posso concludere e se parlo esplodo boati.
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Il nulla è come un basilisco che in sé non è nulla ma scritto è pur sempre nome e spazio, pensiero che muove, vuole, si fa vero.
Per questo motivo diffido delle parole: mi obbligano ma a fatica scrivo poesie - le parole sono nulla che viaggia verso il nulla divorando se stesse al pronunciarsi -.
Possiamo però stare immobili come le rondini sul filo del telefono, garrire socialmente, stringere quel filo che ci sostiene nel vuoto di parole.
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Ci sarà luce dopo, quanto il vento i nomi tutti porterà verso il mare o sarà impronunciabile il miracolo che vedi?
Avremo ancora bocche, mani, volti che si lasciano sfiorare, capelli, pupille negli occhi, perdono? (già s'incespica la lingua al pronunciarne il nome)
o tic programmati da un bilanciere che oscilla nel vuoto gravitazionale? Di mille e mille nomi non resta che vento che s'ingolfa nella gola -.
Sono tutti uguali stesi sulla carta, in fila i nomi cicogne che stanno per migrare.
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