Gianmario lucini

                       Osservazioni empiriche

   

    

 

 

 

 

            Dedica al lettore

 

La sera passa e nomi si affacciano,

volti alle finestre.  L’ipocrisia

dell’ora che declina dolcemente,

ci fa sentire tutti santi e leggeri

in pace con Dio davanti al tramonto.

 

Ma io non sono nato per godere la bellezza;

ho pochi aggettivi in testa,

vicende che non voglio precisare;

 

ignoro cosa cercare

e perché cerco,

nel grande immondezzaio dell’umano

pitocco

un po’ di senso.

 

 

            1

 

O vedere come a volte vede il medico

lavorare di bisturi, professarsi scettici,

non dubitare mai dello sguardo scientifico

che indaga, spia le viscere,

si concreta in pillole, ricrea l’omeòstasi

- peso e contrappeso di partìcole chimeriche

da ingerire a riparare le storture

di madre natura.

 

Oh la spiegazione logica,

in questo sistema formidabile

di belli e impuri elementi primordiali,

che ci racconta tutti i mali e li redime

con formule chimiche e lume di buonsenso

 

- ma non l’infinito rimpianto

per un amore perduto.

 

 

            2

 

Quest’anno l’estate ci abbaglia:

- vessati su roghi di sabbia

s’implora al cielo un po’ d’acqua

ma un’ammissione di colpa

non sortirà da alcuna bocca;

 

nessuno vuol dormire accanto alla cenere

delle foreste bruciate,

né spegneremo ordigni di macchine

condividendo il silenzio dei poveri -.

 

Verrà ancora un inverno di neve

a sospendere la dura tortura,

ci monderà d’una luce diversa

e potremo ancora tornare

mondi a peccare.

 

 

            3

 

Non ha l’estro di giocare con la polvere

sollevare mulinelli nel sole:

ha smania d’andare, percorrere

cento passi in un solo frammento,

cento respiri in un unico affanno.

 

Chiede al Cielo un traguardo da varcare

la mano del Messia, la rotta,

consolazione, salvezza

(corromperlo non è difficile

nel segno dell’etica);

 

ha il corpo che s’adatta

a questa incombenza: s’appiattisce,

s’erge come antenna radiofonica,

si flette come canna al vento

inflessibile della ragione.

 

 

            4

 

Parlano soli ad alta voce, corrono

si riversano sulle scale mobili

non vedono nulla a destra nulla

a sinistra – il mondo transita

in un tram da chimera a chimera

e solleva foglie morte e cartacce -.

 

Ho visto un angelo volare

sulla stazione centrale

ma nessuno guarda mai in alto

a Milano.

 

 

            5

 

I sogni veri giacciono sepolti

in una piana sotto la neve

ti guardi intorno e vedi solo volti

sconfitti. 

                Il tempo

dei sogni è più breve

d’un soffio e il soffio che li genera

più lieve del soffio dell’effimero.

 

 

            6

 

Ti sta proprio bene sul collo

il capo fiero, scolpito

dalle rughe della tua scienza

da qualche leggero disagio

                                            - ammettiamolo,

effetto collaterale -.

 

E’ il trucco per sfuggire alla banale

fastidiosa rogatoria del silenzio che implode

mentre ti radi o scruti annoiato

nel cosmo della mosca e del ragno

compagni di vita e di stanza.

 

E’ solo una lieve menzogna: noi siamo

esseri ambigui e incrociamo

gli sguardi a fatica

e non è facile vederci riflessi

giorno per giorno nei volti,

 

- nati per mischiare giorni e notti

in un solo addio incombente,

l’attesa d’un messia,

l’illuminazione.

 

 

            7

 

Quel sorriso pare lasci uno strascico

ma non sai che significhi.

Ti alzi dal divano e il sorriso

è là che ammicca, scartavetra;

e tu non sai che fare, dove portare

il resto del corpo.  Vorresti sentire

un esito, un singulto polmonare

dischiuso come un fiore

d’aria in tempi non sospetti.

 

Potrebbe redimere la sera

il senso del colloquio,

in intero decennio d’amore

 

- quel che le parole

non sapranno mai dire.

 

 

            8

 

L’aria occupa il vuoto

quanto apri la bocca:

un fendente d’aria ti spalanca,

guscio che vibra

e suona suono di conchiglia.

 

Generazioni annidiate

nella tua saliva.

 

Potresti inventare significati,

decidere il tempo che ti resta

ad ogni refolo che soffia

- strumento di vento -,

 

scaldarti, salire

come odore di pane, pallone aerostatico,

nel buio schiantato senza rumore.

 

Questa mia vana scrittura lo dice

- lieve fruscio

surrogato di vita.

 

 

            9

 

Sii allegro, i giorni sono brevi,

il caldo prendi, il freddo,

il brivido chiamato amore

 

ingloba il tutto nell’urlo animale

e la morte del sole,

le nenie per l’eroe, i cori del teatro.

 

Intanto il cuore trema nel suo guscio

la morte parlotta col portiere

di sotto e ringhia il suo buongiorno

mentre passi e ti rechi al lavoro.

 

Ma tu sii allegro, conserva

lo smalto sobrio e sportivo

dell’età di mezzo,

in groppa ai marosi del fascino

e della solidarietà sociale.

 

Non fuggirà il giorno, per te

non marcirà la rosa

- eternamente fisso nella trama delle immagini

monumento incorruttibile.

 

            (a Pinzolo, Chiesa di S. Vigilio)