|
|
|
(Racconto in versi, settembre 2001)
Propongo questi "strani" versi. Non so se siano prosa o poesia, racconto o fantasia: mi sono venuti così e per alcuni aspetti li sento miei, per altri mi sollevano dubbi, soprattutto riguardo allo stile, che evidentemente risente del soggetto stesso. Forse dopo due anni sento di poterli riconoscere, pur nella loro anomalia.
L’alfabeto dei rami nella neve la lingua silenziosa ch’è racchiusa tra balza e balza lascia, credo, una traccia nei segni che tu incidi. (Alberto Nessi)
Là in alto la vedi in aprile fra le candide chiome dei ciliegi; un selciato vi giunge, da chissà quanti passi levigato e un tappeto di petali sparsi... Dentro un fuoco pare da poco bruciato e da una piccola finestra spazia la vista lontano fin dove la bruma confonde col cielo il profilo dei monti.
In questo poco di povera cucina chissà quanti amori hanno vissuto i loro giorni di tranquilla pena e quanti morti avranno posato in quattr’assi di bara, le mani incrociate sul petto. Sarà cinquant’anni. La porta sprangata mai più passò l’erede in Argentina migrato o in Australia, la luce filtra da poche fessure e nel silenzio un ragno tesse la sua tela, sul pavimento striscia uno scorpione. E quando fuori cade la neve i topi rodono il legno e le antiche fotografie.
***«La venderei, quella casa che tu sai» scrisse al solo, ormai, parente che gli rimanesse vivo, il vecchio erede «e vorrei realizzare, ch’è una bella casa».
Rise in cuor suo il vecchio contadino pensando al miracolo di quella casa ancora in piedi fra i ciliegi. «Non chiedere troppo al Cielo –rispose dopo aver meditato un giorno o due – «nessuno sa che farsene, in paese di una casa abbandonata fra il bianco dei ciliegi. I giovani non hanno tempo, non hanno amore e a noi vecchi la verità fa male vederla sempre uguale – un sentiero fuori mano, una casa, un prato cisposo d’intorno che ormai s’è inselvatichito senza più un’orma di vacca, di capra...».
***Sulla soglia un intrico di sambuco e la radice ormai ne insidia la calcina;
lucenti scie di lumache rosse e nere sui tronchi di castagno mai segati;
il vezzo d’un cancello arrugginito che piange al vento secco dell’estate
e batte come batte l’ora del destino il cuore che vuole poter dimenticare
e sull’ardesia batte unisona la pioggia filtrando fra le crepe sulla travatura...
*** Era come un rito quel levarsi a buon’ora regolare gli animali, guardare verso il cielo che adagio si schiariva e leggervi quasi misterioso un segno del destino, impugnare un attrezzo e come a macinare il sentiero, avviarsi lentamente nel vapore della soffice aurora a un remoto campetto e pur amato come creatura o memoria di coloro che vennero prima a penare e rigirare quelle stesse zolle, un che di storto rizzare, tagliare, legare, dare più degna parvenza a ogni cosa, come fosse l’ultimo giorno ogni giorno vissuto quaggiù – o forse per non lasciar morire una speranza...
***O quel sereno parlare agli animali, sentire l’umidore di quei fiati, i loro mali curare – fino a quando l’idillio si scioglieva in un macello anch’esso rituale: la parte buona e polposa al desco dei ricchi di città: poco più che la carcassa d’ossa bollite e ribollite sino a scavarne venature minerali sul desco del povero; e senza rabbia, con allegria consumata come fosse nell’ordine degli eventi, com’è l’alto o il basso, il tanto o il poco.
Quel sereno parlare ai miti animali come a vecchi compagni di ventura che tutto già sapevano di quell’infinito garbuglio che si vive nella vita...
***Nessuno direbbe con certezza se mai cuore d’umano fra quei muri mai avesse palpitato o se umano verbo un labbro sussurrato, nel silenzio degli inverni, fra i castagni, o d’amore, d’amplessi, pianto di figli:
ora la casa ci guarda come cosa che più non ci appartiene, rapita in un’estasi stranita, lontana, in un tempo che più non si misura con la gioia o la paura della vita coi giorni distratti in quel fare e disfare, infinite sequenze, atti di cui non rimane più traccia neppure nel ricordo;
ora siamo noi ad interrogarle, vestigia mute nel cupo dei boschi, per sapere chi davvero fummo e quali parole ci evocarono dal nulla, con quali occhi vedemmo il trasmutare lento delle cose, da che piccola finestra chi lanciò il nostro cuore per l’aperto spazio del cielo e verso quale sorte...
2
C’è sempre un dolore che preme in ogni vita e che non vuole consolazione alcuna.
E forse ha il colore della morte la sua natura stessa, ultraterrena, che si palesa per segni e per simboli. Dolore antico dell’infanzia prima irretito nella trama d’un dovere morale d’esistere. Ed è il suo morso segreto che c’invoglia a persistere...
***Su quella panca riversa nel cortile sull’acciottolato, ora fradicio di brina, sedevano a volte nel sole di settembre a un bagliore di rose canine; intrecciavano una gerla di nocciòlo. Poi rientravano all’ora di cena.
Le prime stelle li vedevano sognare d’altri mondi, a turno, parlare al lieve tinnare dei bronzi al collo delle bestie a quel soffiare strano, ruminare insieme nel silenzio erba e pensieri, America, Australia... e d’infiniti mari oltre i quali giorni nuovi chiamavano - regali da aprire poco a poco adagio consumare.
Il maggiore fu visto annegare fra i ghiacci della Beresina alzando il braccio destro, come a salutare... La seconda, la Nina morì di tisi di lì a poco. Il Giovanni fuggì coi partigiani e forse a Dachau nel mucchio ritroveresti i suoi scarponi. Morì di parto la Maria, nel quarantasei e tornando dalla Libia dopo la disfatta l’altro maschio incappò in una strana febbre che nessuno all’ospedale conosceva.
Rimase egli solo, col vecchio, nel cortile a contare le sciagure, a scuotere il capo nelle sere di settembre, al pianto della madre all’odore di povera cena senza più la forza di sognare... E se ne andò dopo averli seppelliti anch’essi col loro crepacuore sulla soglia degli anni cinquanta. Non resistette a tanta pena, al morso del silenzio, al canto d’uccelli cupo nella selva...
***Com’era bello il ritratto della Nina: la fronte ampia, mossi i capelli dritte le spalle e l’occhio allegro di cagnetta – il vestito fino al seno un topo ha rosicchiato per dare un nido ai suoi piccolini. Così la troveranno quando dopo anni la luce inonderà quella remota scena e sarà certo in una luce di settembre. Fuori le bacche di rosa canina risplenderanno al sole.
3
Perché dunque tanto penare... Noi siamo di questa pena parte, occasionale evento di sostanza e volontà. Come un fuoco improvviso si leva nella notte nella piana del nulla si leva il nostro fuoco, un frullo d’ali d’una nòttola sperduta in una stanza inondata di luce la nostra vita passa: da finestra a finestra solchiamo quello spazio indugiando un poco urtando per troppa veemenza per cecità gli sconosciuti ingombri, in questo breve che chiamano esistenza. E tanto ci seduce l’infinito che in lui ci disciogliamo come sua parte sovrapensiero di Dio e sua distrazione. Perché dunque tanta pena per un volo volato appena nel breve d’un sospiro perché tanto male, tanto patire...
***Ecco la casa più in alto del paese: un sentiero vi giunge, prosegue ancora fino agli ultimi castagni e poi si perde fra maggenghi e abetaie. Un’antica famiglia di pastori l’abitava gente di poche parole e usata agli inverni. Ha un numero azzurrino stinto sulla soglia nascosto dai rami del sambuco. Un ruscello vicino le scorreva - ora l’anno deviato.
Chi passa non ha tempo di sostare. Chi sosta non ha tempo d’ascoltare il suo decrepito silenzio. Non più una mano spinge sul portale sbrecciato il cancello arrugginito; sono cresciuti arbusti e rovi sul viale: da sé la casa s’è rinchiusa in un profondo sino all’ultimo giorno.
***Nelle cose soltanto un segno d’essi rimane, un marchio sottile, un’anima, come uno spiro che da esse promani in quella quiete assorta e lontana che le fa cose d’altri mondi, gesto e voce che in una stanza chiusa del cuore risuona a lungo ancora, fra i sopravvissuti.
Oggetti che nell’ombra stanno a rammentare eventi senza più memoria e vinti amori, avventi, dipartite quasi un sussurro fra i fiori di robinia a primavera, quando l’angelo dei poveri nereggia pietoso all’orizzonte o nelle sere d’autunno al rintocco di campane,
che li chiama per nome, chiamandoli piano per non turbarne il sonno...
|