Gianmario lucini

                       Quasi una fantasia

 

                                        (Racconto in versi, settembre 2001)

 

 

Propongo questi "strani" versi.  Non so se siano prosa o poesia, racconto o fantasia: mi sono venuti così e per alcuni aspetti li sento miei, per altri mi sollevano dubbi, soprattutto riguardo allo stile, che evidentemente risente del soggetto stesso.  Forse dopo due anni sento di poterli riconoscere, pur nella loro anomalia.

 

 

 

 

 

 

L’alfabeto dei rami nella neve

la lingua silenziosa ch’è racchiusa

tra balza e balza lascia, credo, una traccia

nei segni che tu incidi.

           (Alberto Nessi)

 

Là in alto la vedi in aprile

fra le candide chiome dei ciliegi;

un selciato vi giunge, da chissà quanti

passi levigato e un tappeto

di petali sparsi... Dentro un fuoco

pare da poco bruciato

e da una piccola finestra spazia la vista

lontano fin dove la bruma

confonde col cielo il profilo dei monti.

 

In questo poco di povera cucina

chissà quanti amori hanno vissuto

i loro giorni di tranquilla pena

e quanti morti avranno posato

in quattr’assi di bara, le mani incrociate

sul petto.  Sarà cinquant’anni.  La porta

sprangata mai più passò l’erede

in Argentina migrato o in Australia,

la luce filtra da poche fessure

e nel silenzio un ragno tesse la sua tela,

sul pavimento striscia uno scorpione.

E quando fuori cade la neve

i topi rodono il legno e le antiche

fotografie.

 

***

«La venderei, quella casa che tu sai»

scrisse al solo, ormai, parente

che gli rimanesse vivo, il vecchio erede

«e vorrei realizzare, ch’è una bella casa».

 

Rise in cuor suo il vecchio contadino

pensando al miracolo di quella casa

ancora in piedi fra i ciliegi.

«Non chiedere troppo al Cielo –rispose

dopo aver meditato un giorno o due –

«nessuno sa che farsene, in paese

di una casa abbandonata fra il bianco dei ciliegi.

I giovani non hanno tempo, non hanno amore

e a noi vecchi la verità fa male

vederla sempre uguale – un sentiero

fuori mano, una casa, un prato cisposo

d’intorno che ormai s’è inselvatichito

senza più un’orma di vacca, di capra...».

 

***

Sulla soglia un intrico di sambuco

e la radice ormai ne insidia la calcina;

 

lucenti scie di lumache rosse e nere

sui tronchi di castagno mai segati;

 

il vezzo d’un cancello arrugginito

che piange al vento secco dell’estate

 

e batte come batte l’ora del destino

il cuore che vuole poter dimenticare

 

e sull’ardesia batte unisona la pioggia

filtrando fra le crepe sulla travatura...

 

***

Era come un rito quel levarsi a buon’ora

regolare gli animali, guardare verso il cielo

che adagio si schiariva e leggervi quasi

misterioso un segno del destino,

impugnare un attrezzo e come a macinare

il sentiero, avviarsi lentamente nel vapore

della soffice aurora a un remoto

campetto e pur amato come creatura

o memoria di coloro che vennero prima

a penare e rigirare quelle stesse zolle,

un che di storto rizzare,

tagliare, legare, dare

più degna parvenza a ogni cosa,

come fosse l’ultimo giorno ogni giorno

vissuto quaggiù – o forse

per non lasciar morire una speranza...

 

***

O quel sereno parlare agli animali,

sentire l’umidore di quei fiati,

i loro mali curare – fino a quando

l’idillio si scioglieva in un macello

anch’esso rituale: la parte

buona e polposa al desco dei ricchi

di città: poco più che la carcassa

d’ossa bollite e ribollite sino a scavarne

venature minerali

sul desco del povero;

e senza rabbia, con allegria consumata

come fosse nell’ordine degli eventi,

com’è l’alto o il basso, il tanto o il poco.

 

Quel sereno parlare ai miti animali

come a vecchi compagni di ventura

che tutto già sapevano di quell’infinito

garbuglio che si vive nella vita...

 

***

Nessuno direbbe con certezza se mai

cuore d’umano fra quei muri mai avesse palpitato

o se umano verbo un labbro sussurrato,

nel silenzio degli inverni, fra i castagni,

o d’amore, d’amplessi, pianto di figli:

 

ora la casa ci guarda come cosa

che più non ci appartiene, rapita

in un’estasi stranita, lontana,

in un tempo che più non si misura

con la gioia o la paura della vita

coi giorni distratti in quel fare

e disfare, infinite sequenze, atti

di cui non rimane più traccia

neppure nel ricordo;

 

ora siamo noi ad interrogarle,

vestigia mute nel cupo dei boschi,

per sapere chi davvero fummo e quali

parole ci evocarono dal nulla,

con quali occhi vedemmo il trasmutare

lento delle cose, da che piccola finestra

chi lanciò il nostro cuore per l’aperto

spazio del cielo

e verso quale sorte...

 

2

 

C’è sempre un dolore che preme

in ogni vita e che non vuole

consolazione alcuna.

 

E forse ha il colore della morte

la sua natura stessa, ultraterrena,

che si palesa per segni e per simboli.

Dolore antico dell’infanzia prima

irretito nella trama d’un dovere

morale d’esistere.  Ed è il suo morso

segreto che c’invoglia a persistere...

 

***

Su quella panca riversa nel cortile

sull’acciottolato, ora fradicio di brina,

sedevano a volte nel sole di settembre

a un bagliore di rose canine;

intrecciavano una gerla di nocciòlo.

Poi rientravano all’ora di cena. 

 

Le prime stelle li vedevano sognare

d’altri mondi, a turno, parlare al lieve

tinnare dei bronzi al collo delle bestie

a quel soffiare strano, ruminare insieme

nel silenzio erba e pensieri, America, Australia...

e d’infiniti mari oltre i quali

giorni nuovi chiamavano - regali

da aprire poco a poco

adagio consumare.

 

Il maggiore fu visto annegare

fra i ghiacci della Beresina

alzando il braccio destro, come a salutare...

La seconda, la Nina

morì di tisi di lì a poco.  Il Giovanni

fuggì coi partigiani e forse a Dachau

nel mucchio ritroveresti i suoi scarponi.

Morì di parto la Maria, nel quarantasei

e tornando dalla Libia dopo la disfatta

l’altro maschio incappò in una strana febbre

che nessuno all’ospedale conosceva.

 

Rimase egli solo, col vecchio, nel cortile

a contare le sciagure,

a scuotere il capo nelle sere di settembre,

al pianto della madre all’odore

di povera cena

senza più la forza di sognare...

E se ne andò dopo averli seppelliti

anch’essi col loro crepacuore

sulla soglia degli anni cinquanta.

Non resistette a tanta

pena, al morso del silenzio, al canto

d’uccelli cupo nella selva...

 

***

Com’era bello il ritratto della Nina:

la fronte ampia, mossi i capelli

dritte le spalle e l’occhio

allegro di cagnetta – il vestito

fino al seno un topo ha rosicchiato

per dare un nido ai suoi piccolini.

Così la troveranno quando dopo anni

la luce inonderà quella remota scena

e sarà certo in una luce di settembre.

Fuori le bacche di rosa canina

risplenderanno al sole.

 

3

 

Perché dunque tanto penare... Noi siamo

di questa pena parte, occasionale

evento di sostanza e volontà.

Come un fuoco improvviso si leva nella notte

nella piana del nulla si leva il nostro fuoco,

un frullo d’ali d’una nòttola sperduta

in una stanza inondata di luce

la nostra vita passa: da finestra a finestra

solchiamo quello spazio indugiando

un poco urtando per troppa veemenza

per cecità gli sconosciuti ingombri,

in questo breve che chiamano esistenza.

E tanto ci seduce l’infinito

che in lui ci disciogliamo come sua parte

sovrapensiero di Dio e sua distrazione.

Perché dunque tanta pena per un volo

volato appena nel breve d’un sospiro

perché tanto male, tanto patire...

 

***

Ecco la casa più in alto del paese:

un sentiero vi giunge, prosegue

ancora fino agli ultimi castagni

e poi si perde fra maggenghi e abetaie.

Un’antica famiglia di pastori l’abitava

gente di poche parole e usata agli inverni.

Ha un numero azzurrino stinto sulla soglia

nascosto dai rami del sambuco.

Un ruscello vicino le scorreva

- ora l’anno deviato.

 

Chi passa non ha tempo di sostare.

Chi sosta non ha tempo d’ascoltare

il suo decrepito silenzio.

Non più una mano spinge sul portale

sbrecciato il cancello arrugginito;

sono cresciuti arbusti e rovi sul viale:

da sé la casa s’è rinchiusa in un profondo

sino all’ultimo giorno.

 

***

Nelle cose soltanto un segno

d’essi rimane, un marchio sottile, un’anima,

come uno spiro che da esse promani

in quella quiete assorta e lontana

che le fa cose d’altri mondi, gesto e voce

che in una stanza chiusa del cuore risuona

a lungo ancora, fra i sopravvissuti.

 

Oggetti che nell’ombra stanno a rammentare

eventi senza più memoria

e vinti amori, avventi, dipartite

quasi un sussurro fra i fiori di robinia

a primavera,

quando l’angelo dei poveri nereggia

pietoso all’orizzonte o nelle sere

d’autunno al rintocco di campane,

 

che li chiama per nome, chiamandoli piano

per non turbarne il sonno...