Gianmario lucini

                       Il nuovo della poesia turoldiana

 

 

 

 

 

 

E' mia profonda convinzione che la poesia di David Maria Turoldo, che è essenzialmente relligiosa, sia però fruibile da chiunque, atei compresi.  Lo scritto che qui presento è tratto dal mio intervento alla cerimonia di premiazione del 3° premio Turoldo.  Il ragionamento non è però ancora perfezionato nella sua forma: sarà mia premura completarlo con argomentazioni più compiute e chiare non appena possibile, di modo che l'enunciato della tesi sia sostenuto da un impianto più solido.

 

 

La tesi che qui voglio avanzare è che la poesia di Turoldo sia la prima grande poesia nella nostra letteratura, che abbatte definitivamente la divisione fra la poesia laica e la poesia religiosa.  La poesia laica sostanzialmente canta il mondo creaturale in un contesto di relazione con questo “mondo”, senza curarsi del Trascendente se non come tema complementare ad altri temi; la poesia religiosa invece, dai grandi inni medioevali in poi, poche volte canta una relazione, questa volta con Dio e non col mondo, ma quasi sempre traduce in versi, in metafore, in figure letterarie, tutta una serie di insegnamenti canonici della teologia: diventa insomma più o meno marcatamente, una teologia in versi, una forma poetica dal contenuto già definito da un credo canonico, da una riflessione teologica esterna alla poesia stessa.  Pochi esempi si scostano da questa linea: alcuni salmi di Davide, il cantico di Simeone, il Magnificat.  Anche quando parla in prima persona la poesia tradizionale religiosa sottintende una cultura esterna che guida il tema: il poeta deve solo preoccuparsi della forma del verso, non della sostanza.  E’ una poesia che si presta alla celebrazione, al rito, alla preghiera collettiva tant’è che la si recita in chiesa nel contesto di funzioni religiose, ma quasi mai traduce un rapporto psicologico personale col Trascendente, da persona a persona, ma un rapporto mediato dalla ritualità liturgica.

L’innovazione turoldiana sta appunto nell’avere introdotto nella poesia la dimensione personale e relazionale col Trascendente, l’informalità della relazione, la dimensione dialogica, ma anche la dimensione del quotidiano, del dubbio, a volte anche della problematicità e della durezza.  Il risultato è che questo Trascendente non resta là stucchevole e invisibile fra le sue nubi, non viene semplicemente “celebrato”, o “adorato” o magnificato, ma diventa un termine della relazione personale e quindi in un certo senso costretto a rendere conto di questa relazione, a farsene carico responsabilmente – e non starsene confinato in una specie di “irresponsabilità” ieratica (che è poi di derivazione diretta dalla filosofia scolastica o prima ancora aristotelica), che lo sottrae alla dimensione del rapporto diretto e personale, da persona a persona.  Peraltro, in molte poesie turoldiane il divino è ecumenico: può essere letta da un islamico che pensa ad Allah, da un ebrei che pensa a Jahvè, da un indiano che pensa a uno dei suoi Dèi.  Insomma, da una dimensione un po’ stucchevole e di maniera, Turoldo trascina anche con una certa violenza e con una certa durezza la poesia religiosa nella dimensione della relazione uomo-Dio  Ed è ovvio che in questa dimensione, finalmente, viene annullata sul piano letterario quella che falsamente risultava una diversità quasi di genere fra la poesia religiosa e la poesia laica: la poesia di Turoldo è poesia prima di tutto, e poi la si può chiamare religiosa perché tematizza anche la trascendenza.  In questo modo essa può competere, se così si può dire, con la grande poesia del ‘900 e si dimostra innovativa e unica, anche nello stile e nel linguaggio, fortissima, capace di fare sintesi delle grandi stagioni poetiche che lo precedono, in particolar modo l’ermetismo, l’espressionismo, il simbolismo, anche se usa uno stile e una lingua personalissimi che molto ha a che fare, ad esempio, anche con la poetica dei grandi testi biblici: in particolare i Salmi, il Qohelet, il Giobbe, il Cantico dei Cantici.  Lo diciamo poiché la critica, che si ostina sempre a incasellare in qualche “ismo” anche la grande poesia, si ostina a far rientrare Turoldo fra gli ermetici, o un deviante ermetico sulla via del realismo o pasticci del genere, ignorando che la grande poesia è poesia e basta. 

Per capire meglio questo concetto, questo enorme salto dalla poesia religiosa tradizionale e la “nuova”, oserei dire, poesia turoldiana, vorrei leggere una poesia della tradizione che si legge nel proprio della messa pasquale e una poesia pasquale come la intende Turoldo.

 

Citazione del "Victimae paschali" della liturgia pasquale e della poesia turoldiana "Mio introibo di Pasqua", da O sensi miei (Rizzoli)

 

Stilisticamente non è forse una delle migliori poesie di Turoldo, ma rispecchia quello che io volevo dire: nella poesia religiosa di Turoldo – perché qui di poesia religiosa indubbiamente si tratta – non entra solo la celebrazione di un evento, in tono magari un po’ irenico e lieto (come è giusto che sia anche così, d’altra parte) come nella liturgia della domenica di Pasqua, qui è la problematica dell’intera umanità, dell’intera esistenza che entra nella poesia e si fa poesia e insieme celebrazione e preghiera, anche se i toni non sono certo lieti e a volte durissimi, contro la stessa Chiesa.  Anche qui la dimensione è corale: non ci inganni l’Io poetico che si esprime in prima persona: in realtà di tratta di un “noi” ma totalmente diverso dal “noi” rituale del “Victimae paschali”.  L’uomo invece in Turoldo sta direttamente messo in connessione con l’evento della Resurrezione, che non è celebrato con la rievocazione dei dettami teologici, ma in maniera diretta, personalmente sentita.  La poesia non nasce dalla contemplazione verso l’alto, ma dalla presa d’atto orizzontale.  Lo sguardo parte dal basso e solo dopo si leva, portando lo struggimento e la pena del mondo intero.  Ora, non voglio qui contrapporre la poesia medioevale alla poesia di Turoldo, che non avrebbe senso anche sul piano filologico: voglio solo sottolineare che questa operazione di allargamento dell’orizzonte esistenziale nella poesia religiosa è stata fatta nel ‘900 da Turoldo e gliene va reso merito – anche se alcune anticipazioni le possiamo trovare in Clemente Rébora o anche in altri autori, persino medioevali, ma non in maniera così sistematica e compiuta come in Turoldo.  C’è ovviamente spazio e gloria per tutti nella letteratura, e perciò anche alla coesistenza di due forme di poesia diversa: l’importante è però che anche la poesia religiosa abbia trovato una dimensione accessibile anche a chi non è religioso, all’ateo, a chi non è cristiano, e sia capita da ogni cultura, non soltanto da quella occidentale giudaico-cristiana, così come la poesia di Tagore ad esempio, che in un altro contesto culturale offre un fatto analogo a quello che Turoldo offre nella nostra cultura occidentale.

E anche in questo senso va sottolineata la dimensione re-ligiosa, proprio nel senso latino di religare, di mettere insieme, che ha la figura di Turoldo.  La sua poesia infatti mette insieme, in modo anche problematico e profetico le ansie, le paure, le miserie della condizione umana tematizzandole nella relazione col divino, in maniera compressibile all’uomo in senso ontologico, a tutti, non soltanto al cristiano.  Qualsiasi ateo infatti, si può riconoscere in quasi tutta la poesia di Turoldo come in quella di qualsiasi altro poeta laico, anche se ovviamente non può condividere, sul piano ideologico, il secondo specifico attore della relazione, ossia il divino, ma può comunque sostituirlo a un altro termine, a un altro simbolo, a qualcosa insomma che delinea sempre un nuovo senso.  Parlo di senso perché la poesia di Turoldo, infine, oltre che ad essere poesia del divino è essenzialmente e profondamente poesia dell’umano.  Per fare un esempio, leggerò ora un’ultima poesia dove, scambiando semplicemente una parola, il senso della poesia non cambia, anche se cambia il termine della relazione.

 

Ecco dunque cosa intendevo dire affermando che Turoldo abbatte qualsiasi steccato di genere fra poesia religiosa e poesia laica, perché tutta la poesia, a ben vedere, nasce da un particolare stato della mente umana, non dal sapere teologico o da qualsiasi altro sapere.  E questo accade quando l’uomo è capace di essere se stesso nella sua migliore modalità espressiva.

Questo dunque era Turoldo, poeta, uomo di cultura e mai uomo di parte.  L’unica sua preoccupazione era la sorte degli ultimi, la religione cristiana come unica speranza per gli ultimi e per i poveri, per la pace, per la giustizia sociale.