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Le origini dell’uomo, per i greci, erano collocate nel mito (i più importanti: Prometeo, Deucalione e Pirra). Per gli antichi, l’uomo era una creatura di secondaria importanza nel mito delle origini, così nel mito di Marduk, ma anche in quello greco; esseri destinati al servizio degli dèi, o costretti a una condizione precaria e misera, come nel mito di Prometeo. Ricordiamo il frammento di Eraclito, che paragonava l’uomo alla scimmia, di fronte a Dio. La via teogonica alla spiegazione dell’origine dell’uomo, lo vede insomma (a parte la Bibbia) schiacciato di fronte allo strapotere degli dèi. La via filosofica invece, trovò altri sbocchi, come quello della metempsicosi in Platone (pensatore peraltro molto vicino al mito, anche se ben consapevole dei limiti del mito). Ma per rendere il senso della vitalità culturale degli inizi della filosofia, l’inizio del lungo percorso fino alle teorie più ardite sull’origine dell’uomo, non potremo tralasciare di accennare ad Acusilao, un pensatore del quale ci rimangono una quarantina di frammenti, sufficienti a farci comprendere che, al di là della concezione religiosa, qualcosa si stava movendo anche da un punto di vista più strettamente “filosofico”, facendo ben attenzione a virgolettare questo aggettivo. Acusilao è annoverato da Diogene Laerte fra i famosi sette (o diciassette, come lui riporta) sapienti delle origini. I frammenti che riprendono le opere di Acusilao (dai tre Libri delle Genealogie) ci forniscono una mappatura interessante delle idee di questo antico sapiente. In molte citazioni, Acusilao è accostato ad Esiodo, come a significare che le sue opere, altrettanto che la Teogonia, erano presi in alta considerazione dai filosofi posteriori dell’antica Grecia. Noi prenderemo in considerazione tre riferimenti ad Acusilao: i primi due, da Damascio e da Platone [1]), e l’altro da una Scholia. Damascio e Platone, ci riferiscono un importante tratto del pensiero di Acusilao:
Acusilao mi sembra supporre il Caos, il primo principio, come del tutto inconoscibile, e poi dopo quest’unico principio, due princìpi: Erebo, il principio maschile, e Notte, quello femminile... (Damascio, De principiis)
Anzi, Esiodo dice che per primo si generò Caos e poi / Gaia dall’ampio seno, di tutte le cose sede sicura sempre, ed Eros. E nell’affermare che, dopo Caos, si generano anche questi due: Gaia ed Eros, è d’accordo con Esiodo anche Acusilao”. (Simposio, 178 B).
Platone qui parla dei versi 116 e segg. della Teogonia e ovviamente si riferisce anche all’opera di Acusilao. Quello che qui ci interessa sottolineare, è la sostanziale concordanza di questi due frammenti, che ci fanno capire che la questione dell’Essere e del Divenire è molto antica, nella storia del pensiero (pur non formulata speculativamente) e certo nata molto prima della filosofia, nei suoi termini essenziali. Diventerà poi l’argomento principale della speculazione di Eraclito, di Parmenide,e di tutti i presocratici, ma già qui si pone il problema del principio, dell’archè, il modo insomma di pensare il fondamento, l’origine del mondo, ed anche qui spunta la questione unità / molteplicità, il problema di come collocare il divenire e l’essere. Damascio parla di un primo principio, inconoscibile, e poi di Gaia ed Eros, due divinità note. E’ l’aggettivo inconoscibile, che suona come una novità rispetto alla cultura del mito, per le sue implicazioni e coloriture semantiche estranee a quella cultura, troppo concreta per usarlo: certo c’è molto di neoplatonico in questo aggettivo, e forse Acusilao non poteva concepirlo e quindi usarlo nel suo racconto; ma sembra che Damascio voglia piuttosto alludere a tracce di unità / molteplicità nella dottrina di Acusilao [2]). Ed è una traccia di come, anche nell’era del mito, l’irrequieto pensiero greco cominciava già a indagare e inconsciamente a preparare le domande classiche della successiva filosofia, nel modo stesso di proporre il racconto mitico. Questo stesso spirito lo si ritrova, sempre in Acusilao, quand’egli si spinge un poco oltre la dimensione immaginifica del mito per spiegare gli avvenimenti in maniera più “storica”, più “congetturata” anche se ancora imbevuta nelle premesse di avvenimenti mitici. E’ il contenuto della Scholia riportata nel nostro riferimento bibliografico: [3]) Afrodite, essendo stato reso un oracolo secondo il quale, dissoltosi il dominio dei Priamidi, avrebbero regnato sui Troiani i discendenti di Anchise, si congiunse ad Anchise, benché avesse già superato il fior dell’età. Avendo generato Enea e volendo predisporre un pretesto alla dissoluzione dei Priamidi, istillò in Alessandro [che in Omero è invece Paride] desiderio amoroso per Elena e, dopo il rapimento, in apparenza si alleò ai troiani e, ma in realtà incoraggiò la loro sconfitta, per evitare che, del tutto disperati, essi riconsegnassero Elena. La storia è presso Acusilao. Non abbiamo nessun motivo per respingere questa glossa, che riporta una ipotesi molto diversa dalla nota vicenda raccontata da Omero sulle motivazioni della guerra di Troia. Il fatto qui rilevante sta proprio nell’ipotesi che Acusilao sembra voler avanzare, certo sempre legata al mondo del mito, ma più orientata a ricercare una motivazione diversa, da ascrivere più a una guerra intestina per la conquista del potere da parte di una casata di nobili troiani, nella quale si inserì il mondo greco evidentemente per trarne vantaggio, più che a uno scontro diretto fra Greci e Troiani a causa di una donna, ipotesi altresì romantica ma molto meno verosimile di quella di Acusilao. E’, insomma, una soluzione meno deterministica di quella di Omero, che lascia più spazio a una serie di giochi, come appunto quello della politica, pur giocati dagli stessi dèi. In questa sede poco importa se abbia ragione il poeta Omero o il sapiente Acusilao – e probabilmente nessuno dei due, perché lo storico ci racconta, con argomentazioni molto più convincenti, che la guerra fra Greci e Troiani si inserisce probabilmente in una secolare contesa per il controllo del passaggio del Bosforo, e quindi dei commerci con il Mar Nero. Ci interessa invece constatare che, al di là delle versioni “ufficiali” del mito, gli studiosi greci poi si sforzavano di introdurre degli elementi di riflessione nel mito stesso, o forse di de-stabilizzazione, pur non superando il palinsesto tracciato dalla cultura mitica – e, d’altra parte, il mito era il codice espressivo allora comunemente richiesto per presentare una verità: l’elemento che mancava per il “salto” dal mito alla filosofia, era proprio nel linguaggio stesso (lo stacco definitivo avverrà con il concetto platonico), nella mentalità antica che accettava come veritiero un racconto soltanto nella misura in cui esso fosse riconducibile, in qualche modo, a un avvenimento mitico, senza tempo. Queste prime timide differenziazioni che pone Acusilao (ma anche altri, Esiodo stesso, Epimenide – il primo a cui si fa risalire il paradosso linguistico -, e il grande Ferecide, i cui pochi frammenti lasciano intuire la grande indagine teologica e fisica), ci aiutano a capire che il mondo del mito e quello della filosofia, non debbono essere intesi come due blocchi contrapposti e tanto meno divisi da una cesura temporale perentoria. C’è come un flusso continuo di intuizioni, più o meno consce, che affonda le sue radici nel mito più antico, ed affiora pian piano nel sesto secolo in forma di idea filosofica ben disegnata, che si sviluppa poi per differenziazione dal mito dapprima e per strade proprie in seguito. E c’è una scia di mito nella filosofia, che pervade non soltanto il pensiero delle origini, ma risale tutta la storia della filosofia, sino ai nostri giorni, né si può dire che il nostro modo di pensare, a tutt’oggi, sia completamente al di fuori del mito, magari non direttamente richiamato, magari non consapevole, ma affiorante qua e là in quei passaggi delle argomentazione e delle teorie filosofiche, che non trovano o non possono trovare una esauriente spiegazione razionale. E forse, del mito non ci libereremo mai, perché esso sembra connaturato al modo di pensare dell’essere umano. E non è detto che questa convivenza, nella nostra mente, di due modi di intendere la realtà, sia un danno, anzi, è questa forse una potenzialità di cui forse non siamo appieno consapevoli.
NOTE [1] ) Platone non ha certo bisogno di essere presentato – e ne parleremo comunque diffusamente in altra occasione; il frammento che riporteremo è tratto dal Simposio, una delle sue opere più importanti e una fra le più belle, dal punto di vista letterario. Damascio è uno degli ultimi esponenti del pensiero “pagano” della scuola neoplatonica, nato nel 480 c.a d.C. e vissuto sino intorno al 550. Con Simplicio (altro importantissimo riferimento nello studio dei presocratici), fu l’ultimo rappresentante dell’Accademia Neoplatonica di Atene, chiusa nel 529 con un editto dell’Imperatore Giustiniano. Nelle sue opere, egli spinge la dottrina neoplatonica verso una soluzione in senso magico-mistico, come difesa apologetica del paganesimo dalla prevalenza ormai del pensiero cristiano dei Padri della Chiesa. Di lui ci rimane un De principiis, da cui è tolto il frammento che citiamo, alcuni frammenti del commento al Timeo di Platone e al poema di Parmenide, oltre a un estratto della Vita di Isidoro. Perduto è l’importante commentario sul pensiero di Aristotele. [2] ) Se Acusilao avesse concepito l’aggettivo “inconoscibile”, avrebbe usato un termine filosofico: la conoscenza è infatti estranea al mito, che non tende a conoscere, ma a raccontare tout court, ciò che è suggerito dagli dèi. In un racconto sulle origini, non ha senso sostenere che qualcosa non può essere conosciuto, perché si entra in contraddizione con lo stesso fatto del “racconto” mitico, che è rivelazione degli Dei, non il risultato di un’indagine o di un’ipotesi. [3] ) G. Giannantoni, I presocratici, Laterza, 1986, p. 65. I frammenti relativi a Platone e Damascio si trovano a pag. 63. |