Gianmario lucini

                      Gli Ammutinati all'arrembaggio

 

 

 

 

 

 

Nella cornice del "Primo festival delle Arti in Provincia di Sondrio" organizzato da un gruppo di Morbegno con il patrocinio di numerosi Enti Pubblici, il gruppo triestino degli "Ammutinati", costituitosi a Trieste nel 1999 e che conta una diecina di giovani poeti, si è esibito in una performance che ha avuto una buona accoglienza e partecipazione del pubblico presente in P.za S. Antonio a Morbegno.  Se la gente non va all'arte  sarà l'arte ad andare alla gente: questo ci sembrava lo spirito della manifestazione  che dalle 21:00 alle 24:00 di domenica 15 maggio ha richiamato nelle strade della cittadina valtellinese un discreto numero di spettatori intenti a seguire le performances di numerosi gruppi, soprattutto musicali.  E va ad onore di Morbegno, che a differenza del mezzo mortorio del capoluogo, Sondrio, non è nuova a manifestazioni di questo livello, un discreto successo dell'iniziativa.

I nostri triestini, dopo la recita purtroppo un po' muffosa di alcuni poeti locali, hanno rotto gli argini con la prepotente aggressione di un testo di Luigi Nacci, che ha subito de-finito il carattere del gruppo e il filo rosso che unisce i testi di questi giovani: il recupero del ruolo del corpo nella poesia.  In Nacci questo recupero è inteso in senso più radicale, giungendo a contaminazioni (almeno nel testo recitato in questa occasione) con la rappresentazione teatrale; così infatti abbiamo inteso la mimica del testo che nel corso della recita, un altro poeta del gruppo, Matteo Danieli, inscenava a torso nudo - e per sua fortuna un tiepido vento primaverile e non la bora triestina, gli ha facilitato il compito.  Dopo un primo momento di perplessità e lo sfottìo di un paio di imbecilli (quelli non mancano mai, in ogni luogo, e anche a Morbegno qualche degno rappresentante della categoria vivacchia perdendo tempo fra una bettola e l'altra...) il pubblico presenta ha capito e sottoscritto lo spirito del gruppo.  Gli imbecilli poi si sono ripetuti più avanti durante la recita di Pillan, e ancora in quella di Sinicco, ma senza eccessivi danni.

 

   

 

Il testo di Nacci pertanto (che però non possiamo trascrivere dalla registrazione in videocamera) alludendo anche al significato archetipico delle vocali (e questo ci ricorda un ottimo testo di Marius Schnaider, pubblicato da Rusconi, che teorizzava quanto Nacci stava recitando) cercava anche una pienezza espressiva di tipo fonico.

Definito quindi l'ambiente e, in un certo senso la relazione fra modo di intendere la poesia e pubblico, gli altri poeti, con le peculiari caratteristiche dei loro testi, hanno catturato l'attenzione dei passanti, così che al termine della rappresentazione il pubblico, che inizialmente non era numeroso e piuttosto tiepido, si è infoltito e scaldato, in un crescendo sempre più convinto, chiuso poi dalla recita di un testo di Christian Sinicco.

Nacci e Sinicco sono conosciuti a Poiein da circa un anno, in seguito a un incontro fra il sottoscritto e i due ammutinati a Mestre, nel corso di un "Poetry Reading" al quale hanno partecipato anche Erminia Passannanti,  Anna Maria Farrabbi.  Gli altri poeti che vogliamo brevemente presentare oltre in ordine di esibizione, sono tutti di ottima levatura ed hanno presentato dei testi molto adatti e in sintonia con la manifestazione morbegnese.

 

Matteo Danieli

Già protagonista della performance con Nacci, Danieli si è esibito in una poesia satirica di carattere politico (il bersaglio lo si può immaginare molto facilmente...) che prende di mira il costume del falso esibito senza pudore, delle promesse bengodiane a josa, dello spirito sradicato (moralmente) del "carpe diem" - la poesia infatti terminava con i famosi versi del Magnifico: "chi vuol esser lieto sia / di doman non v'è certezza", ovviamente parafrasati alla bisogna. Anche il "dondolarsi", che era il tema della seconda poesia, allude all'ignavia sociale e politica, al barcamenarsi senza dignità nelle situazioni più ambigue. La recita di Danieli si avvale soprattutto di espedienti fonici nella recitazione (sillabazione, strascicamento di consonanti e vocali, enfasi e cali di tono improvvisi) che sottolineano i passaggi satirici.  Modalità di recitazione che sono comuni, pur con differenti moduli espressivi, a tutti i membri del gruppo.

 

 

Massimo Palme 

E' il presidente del gruppo (gli "Ammutinati" sono anche una Associazione culturale).  Anche la sua poesia può essere afferrata soltanto nella recitazione, nel tono particolare della voce, nell'enfasi su certe sillabe o parole, ma a differenza di Nacci egli cerca comunque una mediazione fra testo e dizione, mentre la dizione di Nacci si preoccupa non molto della comprensione del testo e insiste di più sul valore vocativo ed evocativo dell'espressività verbale e corporea.

 

                   Zita Fusco

 

 

Anche Zita Fusco, come Massimo Palme, pone l'enfasi sul testo, mimando nella voce e col corpo, in maniera espressionistica, il senso del messaggio veicolato - un messaggio molto intenso, che, come quello degli altri poeti del gruppo, è caratterizzato da una violenta carica di satira e di messaggi corrosivi in direzione sia di una mentalità borghese che si manifesta come convenzione sociale, ma anche di una mentalità borghese nascosta, quella che guida i pensieri e gli atteggiamenti e i comportamenti privati.

 

 

 

 

 

                       Furio Pillan

 

 

 

A differenza dei precedenti, la recita di Pillan ha seguito molto il testo (che pur chiedeva a volte accelerazioni e rallentamenti), senza mai staccarsene - ossia l'enfasi era più sul significato che sulla sua espressione, come in Massimo Palme.  Danieli ha presentato una poesia che richiamava il gusto popolare della filastrocca, un testo che potrebbe essere facilmente anche musicato, e, come quelli dei suoi amici, "ammutinato", ossia caratterizzato insieme da una forte carica satirica e da una tematica dai forti contenuti sociali ed etici.

 

 

 

 

 

Velvet Afri

Bersaglio dell'unica poesia letta da Velvet Afri è il sadismo, che nel testo viene rappresenta-to in una storia individuale, ma che nel significato allude fortemente alla insensibilità e quasi al godimento - più che all'indiffiernza - che caratterizza il nostro rapporto con la violenza (e qui il pensiero corre ai recenti fatti di morte che sono la storia di questi anni, e noi abbiamo inteso anche un riferimento alle torture dei militari delle forze di occupazione in Irak).  Ma il testo di Velvet certamente vuole tenersi su un registro più generale, ossia tematizzare il rapporto sadomaso che, in modalità e in circostanze anche molto differenti, spesso caratterizza le relazioni personali e sociali.  certo che la mente cigolava nel disagio, ascoltando quelle parole.

 

             Francesca Spessot

Non meno crudele e cinica la poesia della dolcissima ma graffiante Francesca Spessot, così minuta e così fragile, ma così aggressiva nel significato del testo antimilitarista da lei composto (non tanto contro i fatti militari, ma contro l'idea stessa di militare, che nel testo della Spessot appare come un essere decerebrato e assatanato di sesso - l'idea, credo, viene da un vissuto personale in una regione, il Friuli, che conosce una forte concentrazione di militari di leva, con quel loro "ciao bella, vuoi scopare con me?" che è il massimo complimento che la rozza cultura militare conosce il tema di approcci con l'altro sesso).

  

Christian Sinicco ha chiuso la recita degli ammutinati, durata circa tre quarti d'ora, con un testo anch'esso antimilitarista, recitato con passione e con una certa vena teatrale, quasi come il monologo di un dramma

  

   

 

 

 

Non possiamo ovviamente trascrivere i testi registrati dalla videocamera, ma possiamo qui di seguito riportare alcune poesie tratte da una vecchia pubblicazione degli ammutinati, la prima antologia edita dalle edizioni "Italo Svevo" di Trieste, nell'anno 2000.  Alcuni poeti che abbiamo sentito a Morbegno non compaiono ancora in questo testo (perché sono entrati solo più tardi a far parte del gruppo) ed altri presenti nel testo si sono poi successivamente defilati dal gruppo.  Le "memorie storiche" risultano così essere: Matteo Danieli, Luciano Dobrilovic (che però era assente alla rappresentazione di Morbegno), Luigi Nacci, Massimo Palme, Christian Sinicco, Francesca Spessot.

 

Ci scusiamo con i lettori se a volte incontreranno, nelle trascrizioni delle poesie, alcune incongruenze nei testi; i testi sono stati digitalizzati e revisionati, ma qualche errore può sempre sfuggire anche all'occhio più attento. 

 

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Matteo Danieli

 

Onora il padre

 

Se portassi della nascita il cielo

nascerei senza addosso diaspora

dei luoghi in cui ero tribù

e oggi sono civile

forse anche maiale

e sfuggo a me stesso se la coscienza

affonda nella merda di oggi

e il mio terapista si chiede perché

oggi la merda se il sole splende

 

e mio padre muore

come la proiezione in cui muore

il tabù di un'offesa

il male del bene e del cazzo

la pazienza e la spora di mille

soggetti piegati e spezzati

che vogliono uccidere la stessa persona

e l'amano invece

uccidendo se stessi

della nascita il cielo

e della vita le forme

 

 

Filastrocca della luce

 

Parlai a mia madre

come a un girasole

Parlai a mio padre

come a un elefante

giallo di colore

in un campo

dove il sole

ride splendente

e il lampo

è come il cielo blu

 

Parlai ai miei genitori

agli elefanti ai girasoli

ai delfini agli amori

di questo campo giallo

dove il prato è verde

e il soffitto è blu

dove il lampo è bello

come il canto di un delfino

lassù

dove il cielo e più marino

dove nuotano i delfini

e quando piove è come un bagno

di allegria e di sorrisi

di luce e di colore

per mio padre l'elefante

per mia madre il girasole

 

 

Gli Ammutinati

 

Noi siamo i diamanti

di quest'ultima società decadente

abbiamo forza, potenza, strumenti

in questa società decadente:

noi siamo i diamanti...

 

E come neve brilliamo sull'edera

rossa d'autunno,

con le guance punte dal freddo

intagliate

noi resistiamo

come neve sui deboli bracci

come fiori nati tra i ghiacci

arieti dei secoli e secoli

stambecchi verdi tra i monti

e volpi dalle leggende infinite...

 

Noi siamo i diamanti:

sugli anelli quelli che crollano

sulle collane sbiadiscono

petali senza valore

che non vogliono

e non vogliono essere merci di scambio

ma possibilità di rapine

di rubare l'arte dalle catene

taglio tra i vetri

e sangue sulle pareti

di attentati musei...

 

vogliamo essere il dono

e parlare

dire oltre le molteplici facce

valori di terra e di sabbia

di mare, di acqua, di oceani

essere lo spazio tra le onde e le coste

ricci cullati tra le maree

e lune

le lune piene. le lune povere

i pianeti che come diamanti

stelle brillanti nel cielo

danno senza pagare..

 

Questo è quello in cui credo:

i miei valori di uomo e poeta

finalmente

finalmente trovati

dentro sacchi della bigiotteria.

 

 

Il circo, la doccia, il ragno

 

Tu sei qualcosa che io...

Tu sei qualcosa che io

non posso essere piccolo ragno

li nell'angolo sotto la doccia.

Ora ti muovi di goccia in goccia

dal sapore che dal basso

sale verso l'alto dove arranchi,

come lo scroscio del l'applauso

da circo, caldo, avvolgente,

ai tuoi n omeri da funambolo.

Non sanno che giochi con la morte:

sei l'esibizione, il brutto narciso

un p0' mostro, un po' cigno - il prodigio

che scala in verticale vie di fuga.

I loro occhi non sanno

i miei sì. E io non posso essere

cosi piccolo ragno. non più,

non come ora mi vedi - accucciato,

bagnato. la una da legata alla tua -

quando so giù che un circo si sposta

e una doccia non dura in eterno.

 

 

 

Luigi Nacci

 

Il treno

 

Treno notturno carrozza fumatori

Scompartimento prenotato da sei distinti signori

Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)

 

Una sigaretta trema sul sedile

Il controllore passa e l’avvolge nel biglietto già timbrato

Ma la sigaretta continua a tremare

Sente il calore del filtro farsi vicino

Vede il colore del cancro farsi più vivo

Quali labbra si ricorderanno di me

Pensa e vorrebbe gridare perché

Perché cenere non sono mai stata

Ma cenere tra poco sarò

Pensa e vorrebbe gridare perché

Perché mi è stato dato il tempo di bruciare

Quando avrei solo voluto bruciare il tempo

Pensa e vorrebbe gridare vorrebbe

 

Treno notturno carrozza fumatori

Scompartimento prenotato da sei distinti signori

(Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)

 

Un militare di leva piange sul sedile

Il controllore passa e gli asciuga il viso col biglietto già timbrato

Ma il militare continua a piangere

Indossa un tuta mimetica maculata per l'assalto

Se non fosse che l'assalto c'è già stato

Che una macchia di tessuto a volte è un livido di pelle

Che lo scherzo di caserma a volte è violenza di galera

E che il piacere di galera a volte è lo stupro di una vita intera

Ma non dà le colpe a nessuno il militare di leva

Perché quando era un civile subì la stessa pena

E quando era un bambino fu la stessa cantilena

E ora vorrebbe solo conoscere il primo anello offeso della catena

Dargli un bacio e gridargli che non c'è alcun problema

Tanto andrà sempre peggio ecco il nostro teorema

Vorrebbe gridare solo questo vorrebbe

 

Treno notturno carrozza fumatori

Scompartimento prenotato da sei distinti signori

(Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)

 

Un pendolare oscilla in dormiveglia sul sedile

Il controllore passa e lo desta colpendo col biglietto già timbrato

Ma il pendolare continua ad oscillare in dormiveglia

Invadendo le soffocate grida della cieca e del soldato

I due fedeli compagni di viaggio che gli sono restati

Dopo che ha perso il lavoro la famiglia e gli arretrati

E imperterrito monta ogni notte su quel treno

Per sedere in mezzo a quei due muti disperati

Aspettando d'essere svegliato dai loro fragorosi boati

Perché non ha la forza per gridare tutto da solo

Contro il macchinista di quel treno maledetto

Che tiri il freno d'emergenza e che lo faccia di getto

Perché quel viaggio ormai deve finire

E vorrebbe non più di questo vorrebbe

 

Treno notturno carrozza fumatori

Scompartimento prenotato da sei distinti signori

(Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)

 

Un robot dall'aspetto gentile fuma piange e oscilla

Nervosamente sul sedile antistante

Tiene nella metallica mano tremante il biglietto già timbrato

Ma non si ricorda di averlo mai acquistato

Benvenuto benvenuto benvenuto

Gli grida sornione il controllore

Siamo lieti di farla partecipe del nostro dolore

Rimpianga pure il tempo in cui era un semplice motore

Rimpianga e si disperi pure caro signore

E il robot vorrebbe tanto sapere perché

Perché dare a un ammasso di ferraglia il senso del sé

E vorrebbe tanto tanto gridare perché

Perché mi avete fatto quasi umano e dato la vita

Se la vita niente mi ha dato

All’infuori di questo scomodissimo sedile prenotato

Vorrebbe tanto gridare vorrebbe

 

Treno notturno carrozza fumatori

Scompartimento prenotato da sei distinti signori

(Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)

 

A me spetta il posto centrale nel sedile

Da qui controllo ogni mutamento della situazione

Calcolo quante boccate restano alla sigaretta

Quanti lividi al militare nella gavetta

E quante oscillazioni al pendolare senza fretta

Ma la cosa che proprio non riesco a calcolare

È chi tra me e il robot abbia ancora la speranza di gridare

Attenzione passeggeri qui si sale e non si scende

Attenzione passeggeri altra sorte non vi attende

E vorrei solo capire perché

Perché il controllore non passa a timbrarmi il biglietto

Perché è più umano di me questo uomo di latta

E perché di tutti i treni al mondo questo è il treno perfetto

Che non conosce partenze né arrivi né ritardi né difetto

E poi nulla più vorrei capire vorrei

 

Treno notturno carrozza fumatori

Scompartimento prenotato da sei distinti signori

(Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)

 

L'ultimo posto del sedile è vuoto

Ma il controllore ci vieta di occuparlo

E a bassa voce ci svela di quanti lì si siederanno

Di quanto quanto forte grideranno

Di quante volte non rassegnati ritorneranno

E vorrebbe il controllore vorrebbe occupare lui quel pezzo di sedile

Permetterci di lanciare un grido e di fuggire

Vorrebbe dirci che questo viaggio prima o poi dovrà finire

Ma l'unico gesto che compie è far accomodare un nuovo signore

Chiudere la porta a chiave e salutare con la mano un tale orrore

Abbandonando ognuno di noi in una nuvola di fumo e di dolore

Mentre il treno tischia e vorrebbe non fischiare

Grida e vorrebbe non essere costretto a gridare

Ogni notte

 

Benvenuti benvenuti benvenuti

Vecchi nuovi e futuri passeggeri

Cominciate a fare i vostri saluti

Verremo a prendervi oggi domani o ieri

 

 

 

Massimo Palme

 

La mia condizione poetica

Essi i non lo sanno

quelli che mi denigrano

quelli che mi lodano, che mi applaudono

ignorano.

Non sanno che certe notti mi trascino a letto

e non riesco più a sognare ciò che voglio

che altre rotolo nel fango

non sanno che sono stato pronto per partire

che ho conosciuto gente vera

che ho visto un giorno la mia morte

non sanno che io sfido il destino

e che sono un giorno leone

e tanti, tanti giorni pecora come tutti

che a volte mi sveglio

né poeta

né niente

che amo ciò che vedo

che una volta ero in montagna

e ascoltavo il vento cantare

che a volte mi sento solo in mezzo alla gente

che altre, al contrario

me stesso è tutto ciò di cui ho bisogno

non sanno che i ricordi mi bastano

e che il futuro è per me un libro aperto

che il presente non è sempre facile

che i dubbi sono qualcosa di nascosto

e che a volte mi vergogno di ciò che sono.

Non sanno che altre odio gli uomini

e che penso di essere superiore

non sanno che questo porta più sofferenza che gioia.

E tu, che non sai di me,

sai almeno dove vai?

Sei sicuro di ciò che sei, di ciò che vuoi?

Hai mai messo in dubbio ciò che hai?

Hai mai cercato di dirmi come mi vedi?

Tu, voi avete mai donato

la comprensione di cui voi stessi fate richiesta?

Vi siete mai chiesti se ha significato

essere in tanti?

Lo sapete che oggi

una ragazza mi ha guardato

e sono stato felice per tutto il tempo

ricordando il suo sguardo?

O che ieri volevo parlare con un amico,

e che non l'ho fatto?

Che da giorni ormai penso

che nulla serva più a nulla?

Che potreste anche perdermi?

Che potrei anche perdervi?

Che Dio forse non esiste?

 

 

Milano, 2000

 

Lungo il viale

In nebbia che cala rapida

Alberi tra il cielo e la terra e gocce

Lente che colano sui vetri

 

Lenti bagnate, e il bimbo osserva

Attraverso mezzo centimetro di occhiali

Acquistati col sudore, con il sangue,

con il terrore di una serenità perduta

 

E che grida vendetta.

Osserva da dietro una porta socchiusa

La madre battuta

Disperata più di quando

 

Solcando l’Adriatico il mare

Sollevare spruzzi e i sogni

Sembravano cantare assieme al rollio della nave

Per mano teneva la madre

 

o poi, quando la notte per la strada

Al freddo, forse à meglio

Adeguarsi alla legge del mercato

E’ vendere più di quanto si possa acquistare

 

Giù, per la strada,

auto tra la nebbia

dolore che scende nell'aria umida

Milano. meta agognata

 

Non fa più notizia la morte di una prostituta

Ma, gocce sui vetri,

Il bimbo osserva. Accanto, fredda la mano,

La madre esausta giace.

 

 

 

Christian Sinicco

 

Diavolo (Seth) e la Primula Rossa

trilogia surreale sull’esistenza

di diavoli primule gatti

e begonie in un drago

 

Il Drago

 

Assieme scendevamo la valle.

Aggrappato al dorso impaziente

l'afferrai per le squame azzurre

taglienti e non lo mollavo.

 

L'avevo preso perché s'abituasse al mio corpo

turbinio

ebbro della sua forza nuziale,

detentore

della terra d'ogni mutazione,

temibile

sposo di celesti dinastie...

L’avevo preso

per poter adattare

l'obliqua adolescente esaltazione alla luna

ininterrotta, ed esausta mai di movimento, di ritmo

e forma sempre differenti...

 

Le scaglie raggianti

aggregate di piccoli cristalli neri

affondavano mute la memoria

delle mie soffocate emozioni

e violente e mutando colore

nella matrice dal verdeoliva al giallobruno

m’indicarono ch'avrebbero lottato:

la lotta sarebbe stata spaventosa!

 

Coi suoi insidiosi sbuffi

e la sua temibile codata!

Con le impreviste virate per i nembi,

ombre che potevano riempire le terre di sgomento,

o la sua forza dirompente dentro di esse

come sottile pioggia o un vento gelido...

 

La mente m'era diventata nebulosa

e la volontà,

come raggio di luce permanente,

sondava lo spazio a poco a poco

raccogliendo le risorse per improvvise ferite

nella impassibile determinazione della pietra.

Oh, sì,

movimento lancinante

ma la fede incrollabile

coagulava i castighi dell'agonia!

 

Allora quelle spine olivastre

smisero a conficcarsi nella carne.

Allora addomesticavo

così le ultime resistenze

nella base permanente del suo moto ciclico,

assorbendo

con naturalezza

ogni scossone e sferzata...

 

Mi sentii esplodere

ed infiammare

e rendere formicolanti

di vita di morte nello scanibio continuo

quelle piume irregolari

trasverse ed irte

con pulsazioni di fuoco.

E respirando la densità dell'aria

irrompevo nella sospensione

dove avviene il mutamento eterno,

dove ha origine il fuoco:

la scintilla.

 

La scintilla...

La scintilla...

La scintilla...

La scintilla...

 

Il Drago si fermò

e stette.

 

 

Il Gatto e la Begonia

 

Anche l’auto ora s’era fatta gatto

in un momento di strada

nera, in interrotta

che conduce al Blu Abisso.

 

l'ozio della guida che stava per prendere

sgattaiolava a fra le carreggiate trasverse

con lo sguardo parallelo,

coi malinconici dondolii

della sospensione.

Così pure quell'emozione: piano piano

stava per prendere

in un lago sereno

tardo pio tondo ed assonnato, al largo

della notte...

Ma al crepuscolo ancora

un artiglio come un flutto rosso!

 

la plastica celeste

di un nastro era posta

nel Blu Abisso tutt’intorno

ad una croce corpulenta,,,

Scendeva. L’effetto marcescente

era dell'alga marina

e lo strascico portaaa con sé una sirena,

giù, al Baratro Solo.

 

Diavolo Seth: qui con una Begonia

ritirato s'era, a vita privata...

Boh, qui per la Begonia era drappo

la plastica celeste, appena arrivata...

Qui la plastica celeste la Begonia nel drappo

fornicano... E sulla croce la sirena e il Diavolo!

 

E chiunque scenda

anche per una volta sola

al Baratro Solo

non vuol più tornare.

Ad esempio una baccante

malata, isolata e sofferente: senza magia

prese qui un attimo visione, s'aggrappò

all'Argomento Riflettente;

s'aggrappò, e non tornò

mai più.

 

Il Gatto sa che può guardare

nel Baratro Solo...

Sa anche che per quanto cada

nel Blu Abisso

cadrà sempre dalla parte giusta...

Il Gatto, dopo un'ora di viaggio, sa dell'artiglio rosso

del crepuscolo, del flutto sulla riva, della sirena che ha pescato,

della baccante, di quanto sia Diavolo e Begonia e drappo!

 

Ma alla fine ritorno, ritorno dal viaggio;

ritorno dal Baratro, e su per l'Abisso...

Ritorno, perché è solamente

uno fra i tanti

mondi attraenti

o perlomeno fra i più visitati...

Ritorno, perché a tratti

il surreale stanca...

Ritorno, perché la voglia

è di Primula Rossa;

perché non sono Begonia, ma Primula Rossa.

Ritorno, e poi parcheggio.

 

Ritorno, e poi parcheggio...

Ritorno, e poi parcheggio...

Ritorno, e poi parcheggio...

Ritorno, e poi parcheggio...

 

L'auto si ferma

e il Gatto scende.

 

 

Luna Park

 

Al Luna Park, stranamente deserto,

ancora l'uomo con la barba

dello zucchero filato:

appare estatico, s'abbandona...

 

Ultima promessa di bel tempo

nel baracchino caldo

la sera tarda

fila di continuo

l'astuta girandola, rinnova tutto

alle Perdute Felicità:

vorrebbe inseguire un sogno

l'illusione tiepida, sua... Ma

le giostre, ah, girano spesso

mentre questo lo spaura:

sviare la meta di un altro

frammento di vita.

 

Entrare, entrare nell'antro della maga

Magò, a tratti buio e smisurato?

Osservavi la stupida litografia

della baccante, mutante in sirena,

e tutto questo mentre Merlino in mano teneva

una croce celeste. Oh, Dio, SALVACI

SALVACI DALL'ENTRARE,

piccoli siamo, siamo bambini!

 

Entrare, entrare nell'antro della maga

furente, con un Drago sbuffante

all'imboccatura del tunnel... Entrare,

entrare con l'amica Begonia

che a metà del circuito

voleva scendere!

 

L'amica Begonia

portava un drappo celeste

proprio, tutt' intorno al sedere.

E c'era un Gatto

ai bordi di un lago,

di un lago dipinto:

ma era un Gatto vero, e non un parto

dell'immaginazione...

Ed ecco, il Gatto saltò, ma entrò nel veicolo

che dopo portava.

 

La scritta indicava "Abisso Blu", l'abisso lucente... Era

una parte cristallina, densa di colori, ed allungata

tanto. Ma però non capivo

come, come tutto questo

potesse esistere nel ventre di un Drago

finché s'arrivò al "Baratro Solo"

dov'era tutto un tumulto

di suoni, e buio pesto...

 

Il tumulto

scassa

le nostre brevi molle.

Insicuro

il cuore

muore nella macchina.

Insicuro

il cuore

muore nella macchina.

Insicuro

il cuore

muore nella macchina.

 

Muore nella macchina...

Muore nella macchina...

Muore nella macchina...

Muore nella macchina...

 

Uscimmo

dalla coda del Drago.

 

 

 

Francesca Spessot

 

Poesie tratte da: LE PORTE  1)

 

[“LE PORTE” sono stati d’animo. riflessioni su condizioni esistenziali, che bisogna ”scavare" nel simbolismo delle immagini e nella pregnanza delle parole]

 

 

Le porte dei baci

 

Suona sul la stia lira

ogni anima

che incontro:

di un albero, di una luce, di un essere umano

 

Come ti vedo, mi raggiungono i baci

del tuo essere

 

 

Le porte dei gabbiani

 

Le porte dei gabbiani

sono ingenue, piumate:

vivono

come bambini che gridano al mare!

 

carezzano spume e freschezze

- volano anche quando piangono!-

Non si accorgon quasi di librarsi

anche se piove cenere, e le punte delle onde

son di vetro e fanno male

e il cielo non si distingue

dal petto nero di un tordo:

 

vi affonda, fiduciosa, la porta.

 

 

Le porte delle pietre

 

Si sbarrano al freddo, le pietre,

perfino alla solitudine: nel la matrice  2)

comprimono stanze e memoria...

 

Anime chiuse alle sensazioni, alle proprie paure,

ma in superficie raggianti il bianco di un sasso

perfino a se stesse si chiudon come oblò

che si riparino dalla notte del proprio mare...

 

Cosa filtra dal lucedombra dei lineamenti di un sasso?

Son prismi 3) d'indifferenza, le porte delle pietre

e non si sa più cosa provino,

da fuori la pietra, non si sa.

 

I graffiti...visibili segni di vite

di sagome umane, di cacce fatali

- vi morì la belva o l'uomo? -

scalfiscono, in superficie,

da preistorie - il passato dell'anima?- ma dentro,

affondò mai veramente a scalfire, un dito?

Dentro la pietra, la sua propria storia vi è mai entrata?

- Ombre lanciate dai graffiti invischiano, solo al di fuori,

il migrare del sole su un sasso

ed un braccio di meridiana illude ore

sbarrate a ogni tempo 4) -

non si sa.

 

S'imperlano le intemperie, sulla pelle di un sasso,

- sudori d'anime, forse -, s'imperlano al ricordo,

ma si sfarinano in polvere e scrollano

assieme a schegge di porte, le sensazioni

piuttosto che fare rivivere alla pietra!

- son troppo massicce le porte di un sasso,

è troppo denso il boato che schioda!

Troppo capaci di piangere, troppo,

per lasciarsi schiodare al dolore, le rocce...

 

Comprimere, e più non si sa.

introvabile. nelle sue stesse schegge,

l'anima

intoccabile

intoccabile.

Infatti

 

cos'è più alla pietra il volto

dalle mura spaccate

che per amarla vi si è schiantato,

per penetrarne il suicidio e il segreto?

 

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2 Matrice: la parte compatta, interna, del sasso.

 

3 Prismi: scompongono la luce nei colori, mentre sul S~SSO ogni luce riflette solo

un ventaglio d'indifferenza.

 

4 Sulla pelle di un sasso tutto scorre sia senza penetrarvi dentro. Anche il tempo

s'illude di passare (l'ombra lanciata dal sole). mentie per l'anima chiusa a se

stessa in realtà non passa.

 

 

Le porte dei promontori

 

Preludi d'oceani

 

le porte dei promontori

salutano i morti che salpano,

- corpi fatti vasi del fiume delle notti, letti di nero

eppure bianchi all'alba,

al loro salpare da spiagge stellate

sulle leggere canoe.

 

Sono presaghi, i promontori,

terragni profeti del mare: aprono paesi d'aldilà,

con mani braccano l'abisso, alludendo al Lontano...

 

Baciano l'abbraccio delle nebbie, le porte dei promontori,

e i ventri dei gorghi marini

e sabbie, calde sabbie, odorose di viaggi e di vie,

sepolture d'ambra e di deserto.

Sono tramiti, i promontori, di correnti senza fine.

 

Legati alla terra, in un cuore più vasto

alitano traversate senza fondo

di gelidi mari, di suoni e di scie.

Son messaggeri, le bocche dei promontori.

 

Mentre sulla terraferma

mercanti di stoffe colorate

si staglian sulla via del sale e della seta

nel paese d'Aldiquà, di danze abbacinando i vivi,

mercanti d'aurore lontane

dagli aromi di porpora e di frangipana

illusori mercanti di vite, d'amori, di tempo e di vie,

 

in un respiro più vasto...

 

silenziosi, ghermiscono la notte

i promontori dalle lunghe dita.

 

 

Le porte delle paludi

 

                     (l’anima che vegeta)

 

Sarai palude!

ti farai vena al bacio del limo,

otre al nero

madido d'acquitrino!

 

Sarai palude

di acque stagnanti

bucate da mille pensieri,

sarai cieli morti, tarli e vulcani spenti!

 

Un cielo supino, corroso da mille serpenti

sarai la cova dell'idra che ucciso non muore

ma vegeta, nella palude

dove anse e meandri con braccia di alghe

di orano abulici ogni corrente

Anima che vegeti

 

E le tue mani...

le senti. gia farsi palude? Inutili.,.

dilagano liquide

nere ed immote distese!

 

Nelle orbite sbiadisce il tempo

nella palude, nei mulinelli indolenti, le muffe dei desideri

fioriscono come soffioni, e volano

-i semi dei dubbi? a disarginare gorghi, emozioni...

 

Affogano in mezzo ai milioni di stelle cadute i momenti

nella palude, in grembo al frollare del tempo

che va macerando. sul fondale. biancori di fiori annegati...

 

Le occasioni... come cornee vuote!

tutto sprofonda nella palude

che beve e il corpo e la mente.

 

Ti beve - sprofonda la porta!

a lente bracciate ti beve uno stagno di amebe!