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Gli Ammutinati all'arrembaggio |
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Nella cornice del "Primo festival delle Arti
in Provincia di Sondrio" organizzato da un gruppo di Morbegno con il
patrocinio di numerosi Enti Pubblici, il
I nostri triestini, dopo la recita purtroppo
un po' muffosa di alcuni poeti locali, hanno rotto gli argini
Il testo di Nacci pertanto (che però non possiamo trascrivere dalla registrazione in videocamera) alludendo anche al significato archetipico delle vocali (e questo ci ricorda un ottimo testo di Marius Schnaider, pubblicato da Rusconi, che teorizzava quanto Nacci stava recitando) cercava anche una pienezza espressiva di tipo fonico. Definito quindi l'ambiente e, in un certo senso la relazione fra modo di intendere la poesia e pubblico, gli altri poeti, con le peculiari caratteristiche dei loro testi, hanno catturato l'attenzione dei passanti, così che al termine della rappresentazione il pubblico, che inizialmente non era numeroso e piuttosto tiepido, si è infoltito e scaldato, in un crescendo sempre più convinto, chiuso poi dalla recita di un testo di Christian Sinicco. Nacci e Sinicco sono conosciuti a Poiein da circa un anno, in seguito a un incontro fra il sottoscritto e i due ammutinati a Mestre, nel corso di un "Poetry Reading" al quale hanno partecipato anche Erminia Passannanti, Anna Maria Farrabbi. Gli altri poeti che vogliamo brevemente presentare oltre in ordine di esibizione, sono tutti di ottima levatura ed hanno presentato dei testi molto adatti e in sintonia con la manifestazione morbegnese.
Matteo Danieli
Già protagonista della performance con Nacci, Danieli si è esibito in una poesia satirica di carattere politico (il bersaglio lo si può immaginare molto facilmente...) che prende di mira il costume del falso esibito senza pudore, delle promesse bengodiane a josa, dello spirito sradicato (moralmente) del "carpe diem" - la poesia infatti terminava con i famosi versi del Magnifico: "chi vuol esser lieto sia / di doman non v'è certezza", ovviamente parafrasati alla bisogna. Anche il "dondolarsi", che era il tema della seconda poesia, allude all'ignavia sociale e politica, al barcamenarsi senza dignità nelle situazioni più ambigue. La recita di Danieli si avvale soprattutto di espedienti fonici nella recitazione (sillabazione, strascicamento di consonanti e vocali, enfasi e cali di tono improvvisi) che sottolineano i passaggi satirici. Modalità di recitazione che sono comuni, pur con differenti moduli espressivi, a tutti i membri del gruppo.
E' il presidente del gruppo (gli "Ammutinati" sono anche una Associazione culturale). Anche la sua poesia può essere afferrata soltanto nella recitazione, nel tono particolare della voce, nell'enfasi su certe sillabe o parole, ma a differenza di Nacci egli cerca comunque una mediazione fra testo e dizione, mentre la dizione di Nacci si preoccupa non molto della comprensione del testo e insiste di più sul valore vocativo ed evocativo dell'espressività verbale e corporea.
Zita Fusco
Anche Zita Fusco, come Massimo Palme, pone l'enfasi sul testo, mimando nella voce e col corpo, in maniera espressionistica, il senso del messaggio veicolato - un messaggio molto intenso, che, come quello degli altri poeti del gruppo, è caratterizzato da una violenta carica di satira e di messaggi corrosivi in direzione sia di una mentalità borghese che si manifesta come convenzione sociale, ma anche di una mentalità borghese nascosta, quella che guida i pensieri e gli atteggiamenti e i comportamenti privati.
Furio Pillan
A differenza dei precedenti, la recita di Pillan ha seguito molto il testo (che pur chiedeva a volte accelerazioni e rallentamenti), senza mai staccarsene - ossia l'enfasi era più sul significato che sulla sua espressione, come in Massimo Palme. Danieli ha presentato una poesia che richiamava il gusto popolare della filastrocca, un testo che potrebbe essere facilmente anche musicato, e, come quelli dei suoi amici, "ammutinato", ossia caratterizzato insieme da una forte carica satirica e da una tematica dai forti contenuti sociali ed etici.
Francesca Spessot
Non meno crudele e cinica la poesia della dolcissima ma graffiante Francesca Spessot, così minuta e così fragile, ma così aggressiva nel significato del testo antimilitarista da lei composto (non tanto contro i fatti militari, ma contro l'idea stessa di militare, che nel testo della Spessot appare come un essere decerebrato e assatanato di sesso - l'idea, credo, viene da un vissuto personale in una regione, il Friuli, che conosce una forte concentrazione di militari di leva, con quel loro "ciao bella, vuoi scopare con me?" che è il massimo complimento che la rozza cultura militare conosce il tema di approcci con l'altro sesso).
Christian Sinicco ha chiuso la recita degli ammutinati, durata circa tre quarti d'ora, con un testo anch'esso antimilitarista, recitato con passione e con una certa vena teatrale, quasi come il monologo di un dramma
Non possiamo ovviamente trascrivere i testi registrati dalla videocamera, ma possiamo qui di seguito riportare alcune poesie tratte da una vecchia pubblicazione degli ammutinati, la prima antologia edita dalle edizioni "Italo Svevo" di Trieste, nell'anno 2000. Alcuni poeti che abbiamo sentito a Morbegno non compaiono ancora in questo testo (perché sono entrati solo più tardi a far parte del gruppo) ed altri presenti nel testo si sono poi successivamente defilati dal gruppo. Le "memorie storiche" risultano così essere: Matteo Danieli, Luciano Dobrilovic (che però era assente alla rappresentazione di Morbegno), Luigi Nacci, Massimo Palme, Christian Sinicco, Francesca Spessot.
Ci scusiamo con i lettori se a volte incontreranno, nelle trascrizioni delle poesie, alcune incongruenze nei testi; i testi sono stati digitalizzati e revisionati, ma qualche errore può sempre sfuggire anche all'occhio più attento.
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Matteo Danieli
Onora il padre
Se portassi della nascita il cielo nascerei senza addosso diaspora dei luoghi in cui ero tribù e oggi sono civile forse anche maiale e sfuggo a me stesso se la coscienza affonda nella merda di oggi e il mio terapista si chiede perché oggi la merda se il sole splende
e mio padre muore come la proiezione in cui muore il tabù di un'offesa il male del bene e del cazzo la pazienza e la spora di mille soggetti piegati e spezzati che vogliono uccidere la stessa persona e l'amano invece uccidendo se stessi della nascita il cielo e della vita le forme
Filastrocca della luce
Parlai a mia madre come a un girasole Parlai a mio padre come a un elefante giallo di colore in un campo dove il sole ride splendente e il lampo è come il cielo blu
Parlai ai miei genitori agli elefanti ai girasoli ai delfini agli amori di questo campo giallo dove il prato è verde e il soffitto è blu dove il lampo è bello come il canto di un delfino lassù dove il cielo e più marino dove nuotano i delfini e quando piove è come un bagno di allegria e di sorrisi di luce e di colore per mio padre l'elefante per mia madre il girasole
Gli Ammutinati
Noi siamo i diamanti di quest'ultima società decadente abbiamo forza, potenza, strumenti in questa società decadente: noi siamo i diamanti...
E come neve brilliamo sull'edera rossa d'autunno, con le guance punte dal freddo intagliate noi resistiamo come neve sui deboli bracci come fiori nati tra i ghiacci arieti dei secoli e secoli stambecchi verdi tra i monti e volpi dalle leggende infinite...
Noi siamo i diamanti: sugli anelli quelli che crollano sulle collane sbiadiscono petali senza valore che non vogliono e non vogliono essere merci di scambio ma possibilità di rapine di rubare l'arte dalle catene taglio tra i vetri e sangue sulle pareti di attentati musei...
vogliamo essere il dono e parlare dire oltre le molteplici facce valori di terra e di sabbia di mare, di acqua, di oceani essere lo spazio tra le onde e le coste ricci cullati tra le maree e lune le lune piene. le lune povere i pianeti che come diamanti stelle brillanti nel cielo danno senza pagare..
Questo è quello in cui credo: i miei valori di uomo e poeta finalmente finalmente trovati dentro sacchi della bigiotteria.
Il circo, la doccia, il ragno
Tu sei qualcosa che io... Tu sei qualcosa che io non posso essere piccolo ragno li nell'angolo sotto la doccia. Ora ti muovi di goccia in goccia dal sapore che dal basso sale verso l'alto dove arranchi, come lo scroscio del l'applauso da circo, caldo, avvolgente, ai tuoi n omeri da funambolo. Non sanno che giochi con la morte: sei l'esibizione, il brutto narciso un p0' mostro, un po' cigno - il prodigio che scala in verticale vie di fuga. I loro occhi non sanno i miei sì. E io non posso essere cosi piccolo ragno. non più, non come ora mi vedi - accucciato, bagnato. la una da legata alla tua - quando so giù che un circo si sposta e una doccia non dura in eterno.
Luigi Nacci
Il treno
Treno notturno carrozza fumatori Scompartimento prenotato da sei distinti signori Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)
Una sigaretta trema sul sedile Il controllore passa e l’avvolge nel biglietto già timbrato Ma la sigaretta continua a tremare Sente il calore del filtro farsi vicino Vede il colore del cancro farsi più vivo Quali labbra si ricorderanno di me Pensa e vorrebbe gridare perché Perché cenere non sono mai stata Ma cenere tra poco sarò Pensa e vorrebbe gridare perché Perché mi è stato dato il tempo di bruciare Quando avrei solo voluto bruciare il tempo Pensa e vorrebbe gridare vorrebbe
Treno notturno carrozza fumatori Scompartimento prenotato da sei distinti signori (Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)
Un militare di leva piange sul sedile Il controllore passa e gli asciuga il viso col biglietto già timbrato Ma il militare continua a piangere Indossa un tuta mimetica maculata per l'assalto Se non fosse che l'assalto c'è già stato Che una macchia di tessuto a volte è un livido di pelle Che lo scherzo di caserma a volte è violenza di galera E che il piacere di galera a volte è lo stupro di una vita intera Ma non dà le colpe a nessuno il militare di leva Perché quando era un civile subì la stessa pena E quando era un bambino fu la stessa cantilena E ora vorrebbe solo conoscere il primo anello offeso della catena Dargli un bacio e gridargli che non c'è alcun problema Tanto andrà sempre peggio ecco il nostro teorema Vorrebbe gridare solo questo vorrebbe
Treno notturno carrozza fumatori Scompartimento prenotato da sei distinti signori (Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)
Un pendolare oscilla in dormiveglia sul sedile Il controllore passa e lo desta colpendo col biglietto già timbrato Ma il pendolare continua ad oscillare in dormiveglia Invadendo le soffocate grida della cieca e del soldato I due fedeli compagni di viaggio che gli sono restati Dopo che ha perso il lavoro la famiglia e gli arretrati E imperterrito monta ogni notte su quel treno Per sedere in mezzo a quei due muti disperati Aspettando d'essere svegliato dai loro fragorosi boati Perché non ha la forza per gridare tutto da solo Contro il macchinista di quel treno maledetto Che tiri il freno d'emergenza e che lo faccia di getto Perché quel viaggio ormai deve finire E vorrebbe non più di questo vorrebbe
Treno notturno carrozza fumatori Scompartimento prenotato da sei distinti signori (Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)
Un robot dall'aspetto gentile fuma piange e oscilla Nervosamente sul sedile antistante Tiene nella metallica mano tremante il biglietto già timbrato Ma non si ricorda di averlo mai acquistato Benvenuto benvenuto benvenuto Gli grida sornione il controllore Siamo lieti di farla partecipe del nostro dolore Rimpianga pure il tempo in cui era un semplice motore Rimpianga e si disperi pure caro signore E il robot vorrebbe tanto sapere perché Perché dare a un ammasso di ferraglia il senso del sé E vorrebbe tanto tanto gridare perché Perché mi avete fatto quasi umano e dato la vita Se la vita niente mi ha dato All’infuori di questo scomodissimo sedile prenotato Vorrebbe tanto gridare vorrebbe
Treno notturno carrozza fumatori Scompartimento prenotato da sei distinti signori (Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)
A me spetta il posto centrale nel sedile Da qui controllo ogni mutamento della situazione Calcolo quante boccate restano alla sigaretta Quanti lividi al militare nella gavetta E quante oscillazioni al pendolare senza fretta Ma la cosa che proprio non riesco a calcolare È chi tra me e il robot abbia ancora la speranza di gridare Attenzione passeggeri qui si sale e non si scende Attenzione passeggeri altra sorte non vi attende E vorrei solo capire perché Perché il controllore non passa a timbrarmi il biglietto Perché è più umano di me questo uomo di latta E perché di tutti i treni al mondo questo è il treno perfetto Che non conosce partenze né arrivi né ritardi né difetto E poi nulla più vorrei capire vorrei
Treno notturno carrozza fumatori Scompartimento prenotato da sei distinti signori (Scompartimento riservato a sei distinti Dolori)
L'ultimo posto del sedile è vuoto Ma il controllore ci vieta di occuparlo E a bassa voce ci svela di quanti lì si siederanno Di quanto quanto forte grideranno Di quante volte non rassegnati ritorneranno E vorrebbe il controllore vorrebbe occupare lui quel pezzo di sedile Permetterci di lanciare un grido e di fuggire Vorrebbe dirci che questo viaggio prima o poi dovrà finire Ma l'unico gesto che compie è far accomodare un nuovo signore Chiudere la porta a chiave e salutare con la mano un tale orrore Abbandonando ognuno di noi in una nuvola di fumo e di dolore Mentre il treno tischia e vorrebbe non fischiare Grida e vorrebbe non essere costretto a gridare Ogni notte
Benvenuti benvenuti benvenuti Vecchi nuovi e futuri passeggeri Cominciate a fare i vostri saluti Verremo a prendervi oggi domani o ieri
Massimo Palme
La mia condizione poetica Essi i non lo sanno quelli che mi denigrano quelli che mi lodano, che mi applaudono ignorano. Non sanno che certe notti mi trascino a letto e non riesco più a sognare ciò che voglio che altre rotolo nel fango non sanno che sono stato pronto per partire che ho conosciuto gente vera che ho visto un giorno la mia morte non sanno che io sfido il destino e che sono un giorno leone e tanti, tanti giorni pecora come tutti che a volte mi sveglio né poeta né niente che amo ciò che vedo che una volta ero in montagna e ascoltavo il vento cantare che a volte mi sento solo in mezzo alla gente che altre, al contrario me stesso è tutto ciò di cui ho bisogno non sanno che i ricordi mi bastano e che il futuro è per me un libro aperto che il presente non è sempre facile che i dubbi sono qualcosa di nascosto e che a volte mi vergogno di ciò che sono. Non sanno che altre odio gli uomini e che penso di essere superiore non sanno che questo porta più sofferenza che gioia. E tu, che non sai di me, sai almeno dove vai? Sei sicuro di ciò che sei, di ciò che vuoi? Hai mai messo in dubbio ciò che hai? Hai mai cercato di dirmi come mi vedi? Tu, voi avete mai donato la comprensione di cui voi stessi fate richiesta? Vi siete mai chiesti se ha significato essere in tanti? Lo sapete che oggi una ragazza mi ha guardato e sono stato felice per tutto il tempo ricordando il suo sguardo? O che ieri volevo parlare con un amico, e che non l'ho fatto? Che da giorni ormai penso che nulla serva più a nulla? Che potreste anche perdermi? Che potrei anche perdervi? Che Dio forse non esiste?
Milano, 2000
Lungo il viale In nebbia che cala rapida Alberi tra il cielo e la terra e gocce Lente che colano sui vetri
Lenti bagnate, e il bimbo osserva Attraverso mezzo centimetro di occhiali Acquistati col sudore, con il sangue, con il terrore di una serenità perduta
E che grida vendetta. Osserva da dietro una porta socchiusa La madre battuta Disperata più di quando
Solcando l’Adriatico il mare Sollevare spruzzi e i sogni Sembravano cantare assieme al rollio della nave Per mano teneva la madre
o poi, quando la notte per la strada Al freddo, forse à meglio Adeguarsi alla legge del mercato E’ vendere più di quanto si possa acquistare
Giù, per la strada, auto tra la nebbia dolore che scende nell'aria umida Milano. meta agognata
Non fa più notizia la morte di una prostituta Ma, gocce sui vetri, Il bimbo osserva. Accanto, fredda la mano, La madre esausta giace.
Christian Sinicco
Diavolo (Seth) e la Primula Rossa trilogia surreale sull’esistenza di diavoli primule gatti e begonie in un drago
Il Drago
Assieme scendevamo la valle. Aggrappato al dorso impaziente l'afferrai per le squame azzurre taglienti e non lo mollavo.
L'avevo preso perché s'abituasse al mio corpo turbinio ebbro della sua forza nuziale, detentore della terra d'ogni mutazione, temibile sposo di celesti dinastie... L’avevo preso per poter adattare l'obliqua adolescente esaltazione alla luna ininterrotta, ed esausta mai di movimento, di ritmo e forma sempre differenti...
Le scaglie raggianti aggregate di piccoli cristalli neri affondavano mute la memoria delle mie soffocate emozioni e violente e mutando colore nella matrice dal verdeoliva al giallobruno m’indicarono ch'avrebbero lottato: la lotta sarebbe stata spaventosa!
Coi suoi insidiosi sbuffi e la sua temibile codata! Con le impreviste virate per i nembi, ombre che potevano riempire le terre di sgomento, o la sua forza dirompente dentro di esse come sottile pioggia o un vento gelido...
La mente m'era diventata nebulosa e la volontà, come raggio di luce permanente, sondava lo spazio a poco a poco raccogliendo le risorse per improvvise ferite nella impassibile determinazione della pietra. Oh, sì, movimento lancinante ma la fede incrollabile coagulava i castighi dell'agonia!
Allora quelle spine olivastre smisero a conficcarsi nella carne. Allora addomesticavo così le ultime resistenze nella base permanente del suo moto ciclico, assorbendo con naturalezza ogni scossone e sferzata...
Mi sentii esplodere ed infiammare e rendere formicolanti di vita di morte nello scanibio continuo quelle piume irregolari trasverse ed irte con pulsazioni di fuoco. E respirando la densità dell'aria irrompevo nella sospensione dove avviene il mutamento eterno, dove ha origine il fuoco: la scintilla.
La scintilla... La scintilla... La scintilla... La scintilla...
Il Drago si fermò e stette.
Il Gatto e la Begonia
Anche l’auto ora s’era fatta gatto in un momento di strada nera, in interrotta che conduce al Blu Abisso.
l'ozio della guida che stava per prendere sgattaiolava a fra le carreggiate trasverse con lo sguardo parallelo, coi malinconici dondolii della sospensione. Così pure quell'emozione: piano piano stava per prendere in un lago sereno tardo pio tondo ed assonnato, al largo della notte... Ma al crepuscolo ancora un artiglio come un flutto rosso!
la plastica celeste di un nastro era posta nel Blu Abisso tutt’intorno ad una croce corpulenta,,, Scendeva. L’effetto marcescente era dell'alga marina e lo strascico portaaa con sé una sirena, giù, al Baratro Solo.
Diavolo Seth: qui con una Begonia ritirato s'era, a vita privata... Boh, qui per la Begonia era drappo la plastica celeste, appena arrivata... Qui la plastica celeste la Begonia nel drappo fornicano... E sulla croce la sirena e il Diavolo!
E chiunque scenda anche per una volta sola al Baratro Solo non vuol più tornare. Ad esempio una baccante malata, isolata e sofferente: senza magia prese qui un attimo visione, s'aggrappò all'Argomento Riflettente; s'aggrappò, e non tornò mai più.
Il Gatto sa che può guardare nel Baratro Solo... Sa anche che per quanto cada nel Blu Abisso cadrà sempre dalla parte giusta... Il Gatto, dopo un'ora di viaggio, sa dell'artiglio rosso del crepuscolo, del flutto sulla riva, della sirena che ha pescato, della baccante, di quanto sia Diavolo e Begonia e drappo!
Ma alla fine ritorno, ritorno dal viaggio; ritorno dal Baratro, e su per l'Abisso... Ritorno, perché è solamente uno fra i tanti mondi attraenti o perlomeno fra i più visitati... Ritorno, perché a tratti il surreale stanca... Ritorno, perché la voglia è di Primula Rossa; perché non sono Begonia, ma Primula Rossa. Ritorno, e poi parcheggio.
Ritorno, e poi parcheggio... Ritorno, e poi parcheggio... Ritorno, e poi parcheggio... Ritorno, e poi parcheggio...
L'auto si ferma e il Gatto scende.
Luna Park
Al Luna Park, stranamente deserto, ancora l'uomo con la barba dello zucchero filato: appare estatico, s'abbandona...
Ultima promessa di bel tempo nel baracchino caldo la sera tarda fila di continuo l'astuta girandola, rinnova tutto alle Perdute Felicità: vorrebbe inseguire un sogno l'illusione tiepida, sua... Ma le giostre, ah, girano spesso mentre questo lo spaura: sviare la meta di un altro frammento di vita.
Entrare, entrare nell'antro della maga Magò, a tratti buio e smisurato? Osservavi la stupida litografia della baccante, mutante in sirena, e tutto questo mentre Merlino in mano teneva una croce celeste. Oh, Dio, SALVACI SALVACI DALL'ENTRARE, piccoli siamo, siamo bambini!
Entrare, entrare nell'antro della maga furente, con un Drago sbuffante all'imboccatura del tunnel... Entrare, entrare con l'amica Begonia che a metà del circuito voleva scendere!
L'amica Begonia portava un drappo celeste proprio, tutt' intorno al sedere. E c'era un Gatto ai bordi di un lago, di un lago dipinto: ma era un Gatto vero, e non un parto dell'immaginazione... Ed ecco, il Gatto saltò, ma entrò nel veicolo che dopo portava.
La scritta indicava "Abisso Blu", l'abisso lucente... Era una parte cristallina, densa di colori, ed allungata tanto. Ma però non capivo come, come tutto questo potesse esistere nel ventre di un Drago finché s'arrivò al "Baratro Solo" dov'era tutto un tumulto di suoni, e buio pesto...
Il tumulto scassa le nostre brevi molle. Insicuro il cuore muore nella macchina. Insicuro il cuore muore nella macchina. Insicuro il cuore muore nella macchina.
Muore nella macchina... Muore nella macchina... Muore nella macchina... Muore nella macchina...
Uscimmo dalla coda del Drago.
Francesca Spessot
Poesie tratte da: LE PORTE 1)
[“LE PORTE” sono stati d’animo. riflessioni su condizioni esistenziali, che bisogna ”scavare" nel simbolismo delle immagini e nella pregnanza delle parole]
Le porte dei baci
Suona sul la stia lira ogni anima che incontro: di un albero, di una luce, di un essere umano
Come ti vedo, mi raggiungono i baci del tuo essere
Le porte dei gabbiani
Le porte dei gabbiani sono ingenue, piumate: vivono come bambini che gridano al mare!
carezzano spume e freschezze - volano anche quando piangono!- Non si accorgon quasi di librarsi anche se piove cenere, e le punte delle onde son di vetro e fanno male e il cielo non si distingue dal petto nero di un tordo:
vi affonda, fiduciosa, la porta.
Le porte delle pietre
Si sbarrano al freddo, le pietre, perfino alla solitudine: nel la matrice 2) comprimono stanze e memoria...
Anime chiuse alle sensazioni, alle proprie paure, ma in superficie raggianti il bianco di un sasso perfino a se stesse si chiudon come oblò che si riparino dalla notte del proprio mare...
Cosa filtra dal lucedombra dei lineamenti di un sasso? Son prismi 3) d'indifferenza, le porte delle pietre e non si sa più cosa provino, da fuori la pietra, non si sa.
I graffiti...visibili segni di vite di sagome umane, di cacce fatali - vi morì la belva o l'uomo? - scalfiscono, in superficie, da preistorie - il passato dell'anima?- ma dentro, affondò mai veramente a scalfire, un dito? Dentro la pietra, la sua propria storia vi è mai entrata? - Ombre lanciate dai graffiti invischiano, solo al di fuori, il migrare del sole su un sasso ed un braccio di meridiana illude ore sbarrate a ogni tempo 4) - non si sa.
S'imperlano le intemperie, sulla pelle di un sasso, - sudori d'anime, forse -, s'imperlano al ricordo, ma si sfarinano in polvere e scrollano assieme a schegge di porte, le sensazioni piuttosto che fare rivivere alla pietra! - son troppo massicce le porte di un sasso, è troppo denso il boato che schioda! Troppo capaci di piangere, troppo, per lasciarsi schiodare al dolore, le rocce...
Comprimere, e più non si sa. introvabile. nelle sue stesse schegge, l'anima intoccabile intoccabile. Infatti
cos'è più alla pietra il volto dalle mura spaccate che per amarla vi si è schiantato, per penetrarne il suicidio e il segreto?
_____________________________________________________ 2 Matrice: la parte compatta, interna, del sasso.
3 Prismi: scompongono la luce nei colori, mentre sul S~SSO ogni luce riflette solo un ventaglio d'indifferenza.
4 Sulla pelle di un sasso tutto scorre sia senza penetrarvi dentro. Anche il tempo s'illude di passare (l'ombra lanciata dal sole). mentie per l'anima chiusa a se stessa in realtà non passa.
Le porte dei promontori
Preludi d'oceani
le porte dei promontori salutano i morti che salpano, - corpi fatti vasi del fiume delle notti, letti di nero eppure bianchi all'alba, al loro salpare da spiagge stellate sulle leggere canoe.
Sono presaghi, i promontori, terragni profeti del mare: aprono paesi d'aldilà, con mani braccano l'abisso, alludendo al Lontano...
Baciano l'abbraccio delle nebbie, le porte dei promontori, e i ventri dei gorghi marini e sabbie, calde sabbie, odorose di viaggi e di vie, sepolture d'ambra e di deserto. Sono tramiti, i promontori, di correnti senza fine.
Legati alla terra, in un cuore più vasto alitano traversate senza fondo di gelidi mari, di suoni e di scie. Son messaggeri, le bocche dei promontori.
Mentre sulla terraferma mercanti di stoffe colorate si staglian sulla via del sale e della seta nel paese d'Aldiquà, di danze abbacinando i vivi, mercanti d'aurore lontane dagli aromi di porpora e di frangipana illusori mercanti di vite, d'amori, di tempo e di vie,
in un respiro più vasto...
silenziosi, ghermiscono la notte i promontori dalle lunghe dita.
Le porte delle paludi
(l’anima che vegeta)
Sarai palude! ti farai vena al bacio del limo, otre al nero madido d'acquitrino!
Sarai palude di acque stagnanti bucate da mille pensieri, sarai cieli morti, tarli e vulcani spenti!
Un cielo supino, corroso da mille serpenti sarai la cova dell'idra che ucciso non muore ma vegeta, nella palude dove anse e meandri con braccia di alghe di orano abulici ogni corrente Anima che vegeti
E le tue mani... le senti. gia farsi palude? Inutili.,. dilagano liquide nere ed immote distese!
Nelle orbite sbiadisce il tempo nella palude, nei mulinelli indolenti, le muffe dei desideri fioriscono come soffioni, e volano -i semi dei dubbi? a disarginare gorghi, emozioni...
Affogano in mezzo ai milioni di stelle cadute i momenti nella palude, in grembo al frollare del tempo che va macerando. sul fondale. biancori di fiori annegati...
Le occasioni... come cornee vuote! tutto sprofonda nella palude che beve e il corpo e la mente.
Ti beve - sprofonda la porta! a lente bracciate ti beve uno stagno di amebe!
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