Nota alla Teogonia di Esiodo
 di G. lucini

   


        

     

       

     

     

Il testo della Teogonia è uno strumento fondamentale per la conoscenza del mito nell’antica Grecia.  Certo non è l'unico: abbiamo l'Iliade e l'Odissea, o l'opera dei grandi tragici greci (Eschilo, Sofocle, Euripide), o dei lirici come Pindaro.  Abbiamo poi opere digressive, come quella di Apollodoro o quella di Filone di Biblos o dei neoplatonici greci del VI secolo d.C.

In Omero il mito è certamente presente, ma nell'ambito dell'epica.  Iliade e Odissea non sono esposizione di miti divini, ma racconti epici di gesta di eroi, collocati in un tempo e in uno spazio storici, anche se queste coordinate spazio-temporali hanno forti caratteristiche di primordialità, poiché si riferiscono ad avvenimenti ormai lontani e soffusi di un’aura sacrale.  E' vero che il racconto di Omero rientra poi nel mito degli eroi mentre il mito divino è solo accennato per inciso, però noi ci atteniamo di più a quella definizione un po' ristretta, che identifica nel mito un fatto religioso.  I poemi omerici appartengono a una religio di tipo politico ed etnico, perché sono anche un forte riferimenti nazionale per i greci, frammentati nelle pòlis.  La Teogonia quindi come generazione degli Dei ed Esiodo ci dà la prima trattazione di mitologia, nel senso più rigoroso del termine.

   

Esponiamo ora in modo veloce, una sintesi della Teogonia, poi faremo alcune riflessioni in proposito.  Esiodo inizia dicendo di aver ricevuto dalle Muse il racconto che egli si accinge a narrare e fa un elogio delle Muse come ispiratrici, proponendosi di cantare in lode di tutti gli Dei, ma specialmente delle Muse.  Al verso 104, dopo questo prologo, dice "Salve, figlie di Zeus, datemi l'amabile canto; /  celebrate la sacra stirpe degli immortali, sempre viventi".  Invita quindi le Muse a dettargli il racconto delle vicende divine.  

Inizia qui la citazione degli Dei originari, Gaia e Urano.  Poi prosegue al v. 114 "Questo cantatemi o Muse, che abitate le olimpie dimore, / fin dal principio, e ditemi quale per primo nacque di loro"  Inizia qui la narrazione del mito fondamentale che fa da struttura a tutta la Teogonia.  Nell'ambito di questa struttura di fondo del mito fondamentale, quando incontra una divinità importante Esiodo comincia a fare la genealogia degli Dei che discendono da quella divinità, in modo che le cose si complicano enormemente ed è difficile tenere il filo del racconto.  Qui non seguiremo tutte queste successive divinità, ma solo la linea di fondo.  Non è una lettura difficile, e basta una lettura superficiale per poi individuare alcuni passi principali che ora individueremo (vv. 115-209, vv. 454-506).

     

Incomincia Esiodo la sua narrazione dicendo che prima ci fu il Caos.  E' bene chiarire che cosa si intenda per Caos, come persona.  C'è molta discussione sul significato del termine "Caos".  Per ora diamo una indicazione, poi la verificheremo.  Caos è come l'abisso primitivo, il nulla carico di potenzialità (usiamo termini nostri, perché Esiodo non dice una parola di più, non spiega nulla di questo Caos).  Il verbo "Kao" significa "spalancare la bocca" e quindi gli studiosi indicano in "Kaos" questo intervallo, questa apertura che c'è nel mondo, che implicherebbe già che Esiodo concepisse quelli che sono i limiti di questa apertura primitiva nella realtà del cosmo.  Infatti per alcuni il caos è l'apertura che si crea fra cielo e terra, ma Esiodo non parla di questo.  Uno studioso, sostiene, e noi lo accreditiamo, che qui Esiodo usa il termine Caos in un senso che il termine non ha, quella di abisso potenziale di tutte le cose, il nulla di tutto che viene da lui, ma ha in sé tutto e tutte le cose, informe, indeterminato.  Volendo poi azzardare una tesi, si potrebbe accostare poi i significati bocca-parola e vedere un altro significato in questo “spalancare la bocca” (tra l’altro espressamente citato nell’incipit del vangelo giovanneo: “In principio erat Verbum...”: ma è solo una suggestione per ipotizzare che forse esiste anche una interpretazione di questo “vuoto”, diffusa presso i popoli antichi, come il nulla riempito dalla parola, dal suono primordiale).  Anche Genesi al primo libro, ci narra di questo vuoto riempito dallo spirito di Dio che “aleggiava sulle acque”, in modo quindi meno indeterminato di come narra Esiodo.

        

Poi dice Esiodo, che dapprima sorge, da questo Caos, "Gaia dall'ampio petto".  Sembra emergere da questo abisso senza tempo, Gaia, Gea, la terra concepita come un soggetto vivente, in termini antropomorfici.  Viene descritta come persona, soggetto capace di volere, sentire, agire, ma nello stesso tempo viene identificata come terra.  Da questo Caos emerge anche Tartaro, la parte nebbiosa sotto la terra, una parte oscura e puramente immaginata.  Quindi una terza divinità, Eros, l'amore, Un Dio che non è padre né sposo di alcuno, ma è il principio delle generazioni degli déi.  Ha capacità di ispirare la conoscenza e l'evoluzione degli uomini.  Non semplicemente il “dio dell’amore”, come banalmente si dice, ma molto di più e di più complesso, in un senso molto simile a ciò che la stessa psicoanalisi contemporanea attribuisce a questo “Eros”, che da divinità è oggi entrata nel gergo come termine per indicare una condizione psicologica.  Poi troviamo Erebo e la “nera Notte”.  La Notte sembra essere l'oscurità sopra la terra, Erebo l'oscurità sotto la terra.  Dall'unione di queste due oscurità nasce Etere e il Giorno, le divinità della giornata illuminata.

Questa prima generazione di dei, la lasciamo subito da parte per proseguire nel mito fondamentale, secondo quanto si diceva sopra, partendo da Gaia.  Eros e Notte sono infatti divinità secondarie, rispetto ovviamente all’esposizione della genealogia che ora cerchiamo di seguitare.

Gaia per primo generò, simile a sé, Urano stellato, dice Esiodo.  

Gaia generò Urano, e i monti che qui non vengono concepiti come realtà divine.  Poi il Mare, il Ponto, una divinità che genera anche una serie di mostri.  Poi ancora genera con Urano, l'Oceano e 18 divinità, i cosiddetti Titani, la seconda generazione.  Qui non abbiamo dunque solo una generazione sessuale, ma abbiamo insieme una teogonia e una cosmogonia, il modo in cui il mito cerca di rappresentarsi la nascita del mondo e le sue strutture fondamentali.  

        

Quindi, ricostruendo la nostra linea principale del racconto, da Caos sorge la Terra, poi Urano e dall'unione di questi i Titani.  I primi 12 sono i cosiddetti Titani e le Titanidi.  Fu Urano che li chiamò così (6 figli e 6 figlie), e in gran parte si sposeranno fra di loro.  Generò poi i Ciclopi "dal cuori superbi”, divinità estremamente rozze che saranno cacciate nell'inferno da lui stesso e riscattate da Zeus, che le riporterà sulla terra.  Tutte queste cose hanno un significato che poi vedremo.  Da Gaia e Urano infine nacquero altri tre figli, Cotto, Briareo e Gige, divinità "prole tracotante", cento mani, 50 teste, forza terribile, ecc.  Sono divinità orrende che il mito greco non ama e vuol mettere da parte.

     

Passiamo poi alla successiva generazione.  Urano non era un buon padre, perché via via che i figli nascevano, li rinviava nel grembo della madre terra.  Viene assicurata una certa immutabilità a questo mondo primitivo.  Le forze non si scatenano ancora.  Mentre Urano si compiaceva della sua opera, Gaia escogitò un artificio fabbricando una falce d'acciaio molto affilata e dentata e disse ai suoi figli che ci si sarebbe potuti vendicare di un padre snaturato che rinchiudeva i suoi figli e opprimeva la madre.  Solo il grande Crono, l'ultimo dei Titani ha il coraggio di seguire il suggerimento della madre.  Crono il figlio Titano più giovane, prende l'iniziativa, non tollerando il comportamento di Urano, anche se era suo padre.  Gaia prepara un agguato e quando Urano giunge presso di lei per congiungersi con lei, Crono lo evira.  Questo argomento sarà collegato anche ad altri miti orientali.  Questo sarebbe quindi la rappresentazione della rottura dell'unità fra cielo e terra.  Urano deve allontanarsi dalla terra, non può più generare nulla da lei.  Si va configurando il mondo in cui viviamo.  Gaia è liberata da questa presenza opprimente e al posto di Urano subentra quindi, come principale divinità, Crono.

Dalle gocce di sangue di Urano nascono diverse divinità, le Erinni, i Giganti, le Ninfe, divinità buone e cattive.  Poi, passando questi resti di seme sul mare, dalla schiuma marina nasce la Dea Afrodite, Dea dell'amore.

Ora, sarebbe anche troppo facile intravvedere, in queste vicende, anche delle metafore, ad esempio del potere e della politica: è naturale individuare nel governo tirannico e oppressivo di Urano, il modello negativo della tirannia politica, e dal successivo comportamento di Crono quasi un insistere su questo concetto: probabilmente il mito funzionava anche da inconscio collettivo, ma non è questa la sua funzione.  O, almeno, non è lo scopo per il quale veniva recitato – che era uno scopo, lo ribadiamo, essenzialmente religioso.  Certamente, ma solo in seconda battuta significava anche altro, di ordine morale, politico, estetico, ecc.  Ma questo era anche dovuto al fatto che nel racconto sacro, i poeti hanno ovviamente espresso anche la loro visione del mondo, la loro sensibilità, che era in ogni caso in sintonia con una sensibilità collettiva e con l’idea collettiva del sacro.

    

Crono a sua volta si unisce con Rea, una Titanide, e genera una serie di figli, fra i quali l'ultimo è Zeus, il futuro re degli dei.  Ma anche Crono non era un buon padre, infatti lasciava che i figli nascessero ma poi se li divorava, perché gli era stato predetto da Gaia che uno dei suoi figli lo avrebbe detronizzato.  Stava per fare la stessa cosa con Zeus, ma la madre Rea reagisce, facendo in modo che Zeus nasca senza che egli se ne accorga.  Rea va nell'isola di Creta e con l'aiuto di Gaia partorisce Zeus e lo fa allevare nell'isola di Creta.  Inganna Crono dandogli al posto di Zeus una pietra avvolta in fasce, che Crono regolarmente ingoia.  Quando Zeus diventa adulto riesce a dare una specie di droga al padre, una medicina che provoca il vomito, e Crono vomita tutti i suoi figli, e per giunta anche la pietra.  In questo modo tutti i figli di Crono sono liberati e Zeus diventa il signore e dominatore di tutti gli dei.  Ma Crono non si dà per vinto e ricorre ai Titani che prima egli aveva liberato dalla schiavitù imposta da Urano, per lottare contro Zeus.  E' l'ultima resistenza che la vecchia generazione degli Dei oppone alla nuova, più saggia generazione.  Ecco allora la lotta tremenda fra le due fazioni.  La lotta prosegue per lungo tempo senza esiti, fino a che Zeus non libera i Centimani che Urano aveva generato da Gaia, che erano stati relegati nel regno delle tenebre.  Questi in poco tempo vincono la guerra.  E' la forza al servizio della saggezza.  Vinta la guerra, Zeus è il signore assoluto, e affida a ciascuno dei suoi fratelli una funzione determinante.  Il mondo non viene creato ma riordinato da Zeus, che dà a tutte le cose la loro legge, il loro nomos (posto) nella struttura del mondo.  Stabilisce gli onori dovuti ad ogni divinità e le leggi, che sono gli aspetti della realtà di questo mondo. 

Dirà poi Esiodo nelle Opere e i giorni, che la legge degli animali è di mangiarsi a vicenda, ma all'uomo in quanto tale, ha dato agli uomini la giustizia.  Zeus è quindi presentato come pacificatore e ordinatore.  Tutta la Teogonia si risolve nell'esaltazione del regno di Zeus.  Ci si avvia così, nell'ambito dell'originario politeismo greco, verso una visione unitaria della realtà, che ha caratteri pre-filosofici.

    

E qui terminiamo l’esposizione della linea principale del racconto di Esiodo.  Va detto che la concezione esiodea della divinità, riprende senz'altro i temi fondamentali della concezione omerica.  Dobbiamo però anche subito sottolineare una novità rispetto ad Omero: Esiodo estende la sua visione del mondo divino anche a quelle divinità che hanno preceduto il mondo di Zeus e delle divinità olimpiche, e narra la storia sistematica della loro genealogia a partire dal Caos, in modo sostanzialmente diverso dalle semplici allusioni che pur sono abbondanti nel testo omerico.  Tutta la generazione degli Dei olimpici, Zeus e i fratelli, ecc., tutta la fondazione di questo mondo attraverso la generazione degli Dei a partire da Caos ecc. non c'è in Omero, mentre in Esiodo c'è il tentativo di collegare tutte queste divinità e porle in un certo rapporto, seguendo un ordine genealogico.  Ma non è solo questo.  Anche Esiodo, come Omero, considera il mondo divino come costituito da quelle potenze superiori che si manifestano in ogni momento della realtà umana e del cosmo, e che ne costituiscono le forme essenziali.  Anche Esiodo ci presenta una realtà antropomorfica e politeistica della divinità.  Possiamo però dire che in Esiodo, mentre viene ripresa la concezione omerica del divino, viene però allargata questa concezione al mondo divino primitivo, cercando di intravvedere un ordine in questo mondo divino.

A ben vedere Esiodo, nei confronti di Omero, sembra in contrasto, perché vuole affermare la verità, non soltanto riportare una verità che si accetta comunemente.  Perciò  rivendica al suo genio un merito, un principio di verità che Omero non rivendica.  Proprio ne versi 25 - 30 della Teogonia:

    

"O pastori, cui la campagna è casa, mala genìa, solo ventre;

noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero

ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare".

Così dissero le figlie di Zeus, abili nel parlare

e come scettro mi diedero un ramo d'alloro fiorito.

       

Esiodo insiste su questo punto: le Muse possono raccontare cose false ma anche la verità.  In questo si differenzia da Omero, nel dichiarato obiettivo di superare racconti incerti, fantasiosi.  Sembrerebbe che si manifesti qui una delle caratteristiche che saranno poi peculiari della ricerca filosofica, la ricerca del fondamento, dell’archè, del vero su cui poggiare.  Questa tesi è sostenuta con grande vigore da alcuni studiosi.  Essi affermano che in questo insistere di Esiodo sul fatto che egli voglia raccontare cose vere intorno agli Dei, si manifesti già quella che poi sarà la caratteristica della filosofia, tanto che essi lo considerano il primo filosofo greco.  Uno dei motivi che permette loro di sostenere questa tesi è appunto la determinazione con cui Esiodo afferma di dire il vero, e l'abbandono di una pura narrazione senza verifica e senza critica.  Però, contro questa interpretazione, la maggior parte degli studiosi fa osservare che Esiodo non abbandona per questo la mentalità mitica.  Si tratta di conoscere la verità, un racconto vero, distinguendolo da un racconto falso intorno agli Dei, ma la verità del mito per Esiodo è garantita sempre dalle Muse, dall'autorità divina.  Questa ricerca della verità non ha nulla a che fare col lògos, con la capacità di giudizio, che non ha bisogno di nessun dio per reggersi.  

Altri poi accostano il passo di Esiodo  a quello di Parmenide, che anch'egli riceve dalla Dea il suo poema: perché dunque riconoscere dignità filosofica al poema di Parmenide e non alla Teogonia?  Si osservi però, che la Dea dice a Parmenide, "io ti racconterò la verità", ma insieme gli indica anche l'errore, la via falsa che non va seguita.  E poi gli dice espressamente: “giudica tu stesso” di questa verità e non verità: chiama quindi espressamente in campo il giudizio del poeta, il raziocinio, il lògos.  Questo è l'essenziale.  La differenza sta nel giudizio critico, nel lògos, mentre le Muse non riferiscono questo ad Esiodo; potremmo dire che non gli lasciano molta libertà.  Esiodo pertanto rimane nel carattere fondamentale della realtà mitica, anche se il racconto è garantito dalle Muse.  Non possiamo di conseguenza sostenere che riscontriamo in Esiodo il lògos, anche se riscontriamo un indubbio e importante movimento del pensiero mitico verso il lògos.

Possiamo riconoscere nella sua opera la mentalità mitica, per il fatto che Esiodo narra le vicende divine che si svolgono in quel tempo primordiale, caratteristico della sensibilità mitica, cui accenna anche Mircea Eliade.  Non potremmo infatti domandare ad Esiodo quanti secoli prima ci sia stata la successione di Cronos ad Urano, anche se poi la religione olimpica ha cercato di individuare dei luoghi e delle manifestazioni del divino che sarebbe accaduto nel tempo mitico.  Ma tutto ciò che Esiodo racconta nel suo mito è posto fuori dal tempo, in un tempo primordiale.  C'è poi in Esiodo la tipica mentalità mitica che interpreta i fenomeni naturali antropomorficamente, come manifestazioni divine.  Non c'è ancora la distinzione di natura in contrapposizione e al di fuori dell’uomo.  Il mondo, con mentalità tipicamente mitica, è operato con le stesse forze con cui opera l'uomo.  E' un mondo ancora carico di affettività, anche se rispetto ad Omero questi Dei sono sottratti un pochino a quella che è una loro manifestazione personale in ogni evento della vita umana.  Per Omero, dove c'è amore c'è Afrodite, dove c'è una cosa saggia c'è Atena.  Ecco allora che queste divinità per Omero sono come immerse nella vita dell'uomo.  In Esiodo invece vengono distaccate un poco dal mondo umano.  In questo possiamo ancora notare un ulteriore movimento di distacco dalla sensibilità mitica.

Dobbiamo però tener presente ancora che gli avvenimenti che Esiodo narra sono considerati come avvenimenti esemplari.  La “Teogonia” ha proprio come scopo quello di narrare l'avvento del regno di Zeus, che ha posto al suo servizio le forze negative e violente che dominano la realtà: i Giganti, il Fulmine, le forze negative e oscure, e ha diviso il governo del mondo affidandolo a tutti i suoi fratelli, dando così ordine al cosmo.  Sappiamo quindi che c'è un ordine e una giustizia proprio in forza a quegli eventi primordiali.  Non posso violare la giustizia, non posso violare il giusto rapporto con le cose perché sarebbe violato quell'ordine che Zeus ha stabilito e che vale “in sé” per questo unico motivo, e al quale l’uomo deve ricollegarsi per comportarsi correttamente. 


 L'ordinamento di Zeus, la vittoria della volontà ordinatrice, è quindi il punto centrale della Teogonia.  Ogni generazione di Dei finisce violentemente, e Zeus, per porre fine alla catena di violenza, deve mangiarsi Metis, il cui figlio dovrebbe succedergli al trono, per profezia di Gaia.  La presenza di Zeus nel proscenio della Teogonia coincide con la presenza di Zeus in tutti i Pantheon della Grecia.  I culti antichi vengono mantenuti, ma si fa coincidere la festa di Crono con la temporanea sospensione dell'ordine di Zeus (celebrato nel periodo dell’anno che per noi equivale al carnevale).  Gaia era venerata come presenza sinistra ma indispensabile, in templi al margine della pòlis.


L'umanità rimane nascosta dietro Prometeo che la rappresenta.  La divisione della vittima sacrificale fonda il normale sacrificio greco, e contemporaneamente definisce l'atteggiamento dell'uomo di fronte agli Dei: sacrificando, egli si avvicina ad essi, e non senza ansia.  Al sacrificio appartiene il fuoco, ed è motivo di inquietudine: il possesso del fuoco è precario e minacciato, perché Zeus non lo dà più come prima in modo naturale e generoso: l'uomo deve lavorare per sopravvivere.  Col sacrificio arriva anche la donna e la necessità di generare per avere assistenza in vecchiaia.  Sacrificio, fuoco e matrimonio sono così legati, e rappresentano la condizione dell'uomo non selvaggio (si veda, su questi ultimi concetti, i primi capitoli del volume Il mito in Grecia, di Fritz Graf).

     

Molto probabilmente, nella forma del mito esiodeo della successione del regno di Cronos al mondo di Urano, c'è la rappresentazione del passaggio da uno stato primitivo del cosmo, in cui si creano le grandi forze che operano nel mondo della natura (Titani), che poi vengono soggiogate.  Da questo momento inizia una nuova era.  Nell'ambito di questa narrazione bisogna riconoscere che c'è in Esiodo uno sforzo di dare un quadro compiuto della concezione greca del mito.  Ma a questo punto, sorge legittima la domanda: questa opera è proprio di Esiodo?  Perché se fosse solo di Esiodo, qui è innegabile che si manifesti una delle caratteristiche fondamentali della mentalità razionale: la capacità di analisi e di sintesi, la capacità di organizzare in modo unitario una certa visione della realtà, lo sforzo di dare unità alla realtà che ci circonda componendola in una sintesi.  Questo sforzo indicherebbe che in Esiodo sarebbe già presente una caratteristica della capacità razionale.  Per rispondere compiutamente a questa domanda ci dobbiamo però porre una domanda ancora a monte: Esiodo, ha creato lui stesso queste generazioni divine o si inserisce in una tradizione precedente, che non è solo quella omerica, ma anche quella orientale?

     

Il mito ittita di Kumarbi presenta molte analogie con quello di Esiodo.  Ma la risoluzione degli avvenimenti viene impostata da Esiodo in maniera sostanzialmente diversa. Anche in quel mito la separazione fra cielo e terra viene fatta risalire al momento della castrazione di Anu, mentre in Esiodo è al momento della castrazione di Urano da parte di Crono.  Eppure le differenze sono immense.  Manca l'elemento genealogico, indispensabile in Esiodo per spiegare l'inizio.  Solo Esiodo spiega la successione fino all'ordinamento di Zeus.

Esiodo quindi deve aver conosciuto quei miti ittiti così strettamente affini, ma non dipende direttamente da tali racconti.  

Lo stesso dicasi per l'Enuma Elish.  Qui la prima coppia è formata da Apsu, l'Oceano, e Tiamat, l'oceano salato.  I loro figli restano in Tiamat finché Apsu, arrabbiato, vuole ucciderli.  Interviene Ea che lo uccide.  Tiamat scatena la vendetta e Marduk riesce a dominare i mostri da lei scatenati e ad ordinare l'universo.  Anche qui troviamo analogie coi miti greci e la Teogonia, ma anche qui, come in altri miti greci, l'elemento derivato dalla tradizione medio orientale viene rielaborato totalmente e collocato in un quadro di sensibilità diversa.  Si impone il sospetto piuttosto che il racconto greco solo più tardi abbia potuto nutrirsi di recenti informazioni dall'Asia Minore.

I greci immisero nella loro tradizione orale solo ciò che era rappresentato oralmente.  Il che vuol dire che i testi dell'Asia Minore sono cristallizzazioni letterarie di un patrimonio narrativo tramandato soprattutto oralmente.  I cantori Mesopotamici in effetti, non è che narrassero i miti che noi abbiamo dalle tavolette scritte, ma la versione popolare, non canonizzata.  Questi canti sono stati ascoltati dai greci in età micenea o poi nel periodo arcaico dopo il nono secolo, nel corso dei loro commerci.  Ciò che Esiodo dice può essere allora un rifacimento di quanto nei maggiori centri di culto greci si diceva, e che derivava anche dal contatto con questi popoli.

Nessuna delle poesie teogoniche post-esiodee è stata conservata nella sua integrità, nonostante le leggendarie figure di Museo e Orfeo.   Qui poi inizia la speculazione filosofica con Talete e siamo già in una temperie culturale diversa.


     

Il testo di Esiodo

Fonte: Esiodo, “Teogonia”, nota di Graziano Arrighetti, Rizzoli, 1992

      

Quanto conosciamo di Esiodo non è molto (Lessico di Suida, X sec. D.C.).  Con lui è testimoniato un modo nuovo di collocarsi del poeta nei confronti della tradizione aedica.  Una forte componente è dettata dal distacco critico.  Se in Omero il favore della divinità distingueva il poeta da tutti gli altri uomini, in Esiodo è lui stesso, che grazie al dono di verità delle Muse, si distingue da tutti gli altri poeti.  L'inizio della Teogonia non ci parla quindi solamente di un dato biografico, l'investitura come poeta, ma del fondamento della sua presunzione a fare il poeta in modo diverso da quello che la tradizione conosce.  Altre notizie biografiche le ricaviamo da Le opere e i giorni e dal Catalogo delle donne (Eèe).  Ma sempre il dato biografico trascende se stesso per richiamarsi al principio di cui sopra.  Omero invoca le Muse in maniera ingenua e immediata:


         "Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
         l'ira funesta...
e ancora
         Musa, quell'uom di multiforme ingegno
         dimmi...

    

L'invocazione è per avere aiuto e assistenza, suggerire ciò che è difficile a dirsi o rammentare quanto la memoria non sa ritenere.  Non c'è l'intervento diretto della musa nel poema.  Esiodo invece dichiara che sono le Muse a dettare il poema e che sono esse a dotarlo per sempre delle qualità di poeta.  Questo dell'investitura a poeta, è un tratto biografico che Esiodo continuamente rammenta.  Dalle Opere e i giorni  si sa della lite con un fratello per una questione dei eredità, perduta in tribunale a causa di giudici corrotti.  Esiodo procede da questa circostanza e la innalza al significato di evento paradigmatico in cui si sono rivelate le tendenze negative che condizionano l'agire dell'uomo e, per contrasto, prende spunto per delineare un'immagine del mondo quale dovrebbe essere e quale egli vorrebbe che fosse.

 

Alcuni indizi fanno supporre che Teogonia sia l'opera più antica di Esiodo, specie in rapporto con Eèe che ne è il seguito ideale, ma anche per alcuni passi de Le Opere e i giorni, che suonano come rettifiche di concetti esposti in Teogonia.  Nelle Opere Esiodo inoltre dice di aver partecipato a Calcide, nell'Isola di Eubea, alle gare indette in occasione della morte del re Anfidamante, e di aver vinto il tripode nell'agone poetico (ultimi decenni dell'VIII secolo).  Uno dei tratti che caratterizzano la maniera di far poesia di Esiodo, è proprio il senso di decisa autonomia rispetto all'uditorio.  Non è più il pubblico destinatario che condiziona il canto del poeta (la poesia veniva cantata in occasione di giochi, davanti a un folto pubblico), ma è l'accettazione del programma del poeta che distingue il suo pubblico (perché, appunto, il poeta è investito dalle Muse).


Va detto che la Teogonia non è un'opera di religione, anche se scrive delle dinastie divine.  Non manifesta nessun senso particolare di pietà o venerazione, a parte che per le Muse ma, appunto, da poeta.  Le motivazioni che stanno alla base dell'opera, vanno ricercate nella capacità di considerare il mondo e di domandarsi come è divenuto quello che è.  Dare una risposta a queste domande, per un poeta dell'VIII secolo, significava cantare la visione mitica.  In questa multiforme realtà gli Dei rappresentano ad un tempo la personificazione e l'ipostasi.  Sulle varie parti di cui la realtà si compone, ciascuno di essi esercita la sua giurisdizione, la sua timé.  D'altra parte la realtà si presenta, nelle sue varie manifestazioni, organicamente connessa, per cui ecco i rapporti genealogici delle divinità che, come si è detto, della realtà rappresentano l'ipostasi e le personificazioni.

Esiodo parte dalla stessa immagine che anche Omero ha del mondo fisico: lo Zeus di Esiodo è lo Zeus di Omero e qualcosa di più, ma anche questo di più può essere interpretato come uno sviluppo di quel carattere di Zeus che è emerso dall'epos eroico" e le stesse parole possono essere applicate a molte delle divinità di Esiodo.  Sappiamo che anche Omero sapeva altre cose rispetto all'origine degli Dei, conoscenze che però non ha sviluppato.  Anche Omero conosce un'altra generazione degli Dei anteriore a quella degli olimpi, a cui appartenevano Crono e Rea.

  

           Tre sono i figli di Crono che Era generò

           Zeus, io [Poseidone], e terzo l'Ade signore degli Inferi.

           E tutto in tre fu diviso, ciascuno ebbe la sua parte:

           a me toccò di vivere sempre nel mare canuto,

           quando tirammo le sorti, l'Ade ebbe l'ombra nebbiosa,

           e Zeus si prese il cielo fra le nuvole e l'etere;

           comune a tutti la terra e l'alto Olimpo rimane.

                                                                                  (Il.,15, 187-193)

  

Altrove Omero accenna a una sconfitta di Crono, confinato da Zeus, con i Titani, sotto la terra.  Inoltre, in Omero padre degli Dei sarebbe Oceano e madre Teti, anziché gli Esioidei Gaia e Urano.

Omero perciò era a conoscenza anche di tradizioni teogoniche diverse.  Di conseguenza, Esiodo aveva a disposizione un ricco patrimonio mitico al quale poteva accedere secondo suoi disegni.  Egli parte però da un criterio teogonino "razionale": le prime posizioni sono occupate da quelle entità destinate a ricoprire un ruolo di personificazioni delle sedi nelle quali si svolgeranno gesta e miti descritti.  Anche il peso di Zeus, rispetto ad Omero, è maggiore: sarebbe inconcepibile in Esiodo una presa di posizione così "paritaria" di Poseidone nei confronti di Zeus, nei loro diversi punti di vista ad esempio nei riguardi di Ulisse.

Ognuno di questi due poeti insomma, assume la sua propria posizione sia nello scegliere o tralasciare fatti e personaggi, sia modificando ruoli e importanza di fatti e personaggi prescelti.  Il progresso degli studi, ci ha quindi fatto capire quale mole di speculazione fosse alle spalle di Esiodo, risalente soprattutto a civiltà anteriori e diverse da quella greca, cioé quella del vicino Oriente, che noi sappiamo essere stata lungamente in contatto con quella greca.  E' in questa visione che Esiodo va inserito.  Certamente, leggendo il poema, balza subito all'occhio che Esiodo non può essere inquadrato nel panorama culturale della Beozia dell'VIII secolo (Esiodo infatti da lì proviene), rozza e illetterata, bensì in quello di un vivace interscambio culturale all'interno del mondo ellenico e al di fuori, visto che il destinatario della sua poesia è in grado di capirla ed accoglierla.

    

Studi recenti cercano di inquadrare Esiodo non come testimonianza di una fase di decadenza dell'epica, che aveva raggiunto il suo culmine in Omero, ma come un filone letterario del tutto autonomo, discendente dalla cultura micenea (C.O. Pavese, 1972).  E' vero che in Esiodo c’è molto di diverso che in Omero, ad esempio la struttura catalogica della Teogonia e la presenza di elementi popolari nelle Opere.  Ma non va dimenticato che, proprio in questo merito, è lo stesso Esiodo che dichiara la volontà di seguire un procedimento del tutto opposto a quello di Omero e della tradizione, assumendo quindi la tradizione a parametro dialettico, quindi confrontandosi direttamente con quella.

Si legge in Odissea, 1, 351-2 (trad. Calzecchi-Onesti):

           perché quel canto più lodano gli uomini,

           che agli uditori suona intorno più nuovo

Esiodo invece significa un preciso intendimento di rompere con la tradizione quando dichiara se stesso nel suo libro e introducendo le Muse che promettono di rivelargli la verità: sulla base di questo dono delle Muse si contrappone agli altri.  Ciò coincide col sorgere di un ideale poetico diverso, quello che impronta tanta parte di poesia lirica.

      

Quanto di nuovo c'è in Esiodo?  La critica ha individuato molto di nuovo, non in ambito poetico ma in quello della storia del pensiero.  Esiodo per molti sarebbe stato l'iniziatore della Filosofia greca.  Lo stesso Aristotele avrebbe riconosciuto questa caratteristica ai "teologi" Omero ed Esiodo (Metafisica).  Si dice che caratterizzante il senso "filosofico" del pensiero di Esiodo nella Teogonia è la consapevolezza dell'esistenza di un principio di tutte le cose.  Ma. come abbiamo visto, Omero ed Esiodo attingevano da un'ampia fonte tradizionale, e a questo punto occorrerebbe porsi il problema delle fonti del logos, che, dalle poche e frammentarie testimonianze che ci sono pervenute, sarebbero comunque molto più vicine per certi aspetti ai presocratici che ai contenuti della poesia omerica ed esiodea.

La pretesa di cantare la verità di Esiodo, che per alcuni sarebbe un tratto che caratterizza in senso filosofico la sua opera, non è prerogativa esioidea nei confronti dei suoi predecessori.  Casomai il problema della verità assume una dimensione e complessità che erano ignote ad Omero.  L'aedo conseguiva la fiducia ingenua nel rapporto privilegiato con la divinità ispiratrice, non si pongono il dubbio che ciò che dicono sia o no vero.  La poesia, dono delle Muse, è garanzia del vero, rinsaldata dal rapporto del poeta con la divinità, sempre invocata.

     

           Certo Apollo o la Musa, figlia di Zeus, ti istruirono,

           perché troppo bene cantasti la sorte degli Achei,

           quanto subirono e fecero, quanto penarono gli Achei,

           come se fossi stato presente o te l'avesse narrato qualcuno

 (Od. 8, 487 e segg.- Trad. Calzecchi -Onesti)

     

Esiodo recupera appunto questa dimensione, che Omero in Odissea aveva attribuito a Ulisse, quando Alcinoo gli dice:

       

           Ma tu hai bellezza nella parola e, dentro, saggi pensieri,

           e il tuo racconto, come un aedo, con l'arte hai fatto.

     

o ancora:

     

           così narrava; e tutti rimasero muti, in silenzio

           erano vinti dal fascino nella sala ombrosa

      

dopo il racconto di Ulisse.  Esiodo dunque si contrappone, non ad uomini qualsiasi, ma a poeti, avocando al poeta la verità, vivendo il privilegio della rivelazione con orgoglio appassionato.  Più tardi, lo stesso Parmenide si rifarà ad Esiodo quando dice di aver ricevuto direttamente dalla Dea la frase fondamentale "L'essere è e il non essere non è" aggiungendo però, subito dopo:

"... infatti il pensare implica l'esistere" [del pensato]" (Clem Alex., D.K. B,3) e quindi l'autonomia del pensiero rispetto all'ispirazione, senza il quale l'essere non può esistere, coincidendo essere e pensiero.