Paul K. Feyerabend
con postfazione di Roberta Corvi:
“La parola al razionalista”
Laterza, Bari, 1995, L. 8.000, pp. 183
Feyerabend è forse
l’epistemologo più anticonformista del ‘900, definito da alcuni epistemologo
“anarchico”. La sua opera più
importante, Contro il metodo, analizza la genesi della scoperta
scientifica e, in polemica con i maggiori espistemologi del nostro tempo
(Popper, Kuhn e altri) osserva che il loro metodo è insufficiente, se non
addirittura nocivo allo sviluppo della scienza e alla comprensione dei processi
e dei metodi che stanno alla base delle nuove scoperte scientifiche. Osserva ad esempio che molte fra le scoperte
scientifiche più importanti per il nostro tempo, furono fatte proprio perché i
ricercatori, volutamente o per errore o per caso,
deviarono da quello che il metodo
di ricerca, universalmente ritenuto valido, prescriveva. Pertanto, egli arriva alla conclusione
che la libertà dal metodo, nella ricerca scientifica, non è soltanto
auspicabile, ma addirittura necessaria.
Dunque, per il progresso della scienza, è necessario e fondamentale, a
volte, non soltanto ignorare quelle norme e quelle procedure della ricerca, da
sempre credute certe e immutabili, ma addirittura comportarsi all’opposto. Se la norma viene osservata troppo
rigidamente e non viene mai discussa, essa è non un veicolo di progresso, ma un
fattore di impaccio e di regresso per la scienza. Per fare un esempio dei nostri giorni, è recentissima - al
gennaio dell’anno 2001 - la notizia che una ricercatrice di origine araba (di
cui peraltro, mentre scrivo, non conosco neppure il nome) avrebbe scoperto per
caso che, a determinate condizioni di laboratorio, certe cellule umane possono
regredire anziché svilupparsi, fino allo stadio staminale. Peraltro questa scoperta, avvalorata da
successivi esperimenti in una università londinese, sconvolge tutto un assetto
di verità sulla genetica che prima si ritenevano ragionevolmente certe e
immutabili. Proprio a questi fatti si
riferisce la critica al metodo di Feyerabend, sostenendo che è proprio
perché si è deviato dal metodo che si è resa possibile la scoperta.
Nel Dialogo sul metodo, Feyerabend assume un tono ironico e a volte sottilmente denigratorio verso il “metodo” scientifico, mostrando la paradossalità di alcuni assunti epistemologici, frutto più di «ignoranza e superficialità» se non di convinzioni mai adeguatamente criticate e verificate. Scrive Roberta Corvi: “Questo Dialogo sul metodo, pertanto, è un rifiuto secco del conformismo e un invito a non accontentarsi dei luoghi comuni, per quanto plausibili appaiano, evitando di sentenziare su questioni di cui si ignorano i termini, chiedendosi invece il perché di tutto, senza accontentarsi del fatto che le cose stanno così o così dicono tutti quelli che contano”. La filosofia insomma, non è per Feyerabend una disciplina finalizzata a tranquillizzare l’uomo, ma invece è una disciplina che deve far emergere le domande, anche quelle inquietanti, che non ci si vuole porre, per paura di vedere il nostro quadro di riferimento della realtà andare in pezzi. Il centro del suo discorso ruota, in maniera a volte più e a volte meno evidente, sulle implicazioni di senso nel sapere scientifico: che senso ha il sapere scientifico (questione che ha importantissimi risvolti, specie per alcuni sviluppi della filosofia dei nostri giorni). E, soprattutto, lo scienziato fa male ad affidare la ricerca alla sola razionalità, mettendo da parte in modo schizofrenico le altre qualità dello spirito umano, come la fantasia, l’immaginazione, l’emozione, la psicologia dell’uomo (la sua). Infatti, proprio queste cose che vengono esorcizzate dalla ricerca per salvaguardare una qual “purezza” del ragionamento, entrano nel ragionamento stesso sotto altre forme e, non più controllate da una consapevolezza della loro necessità, producono effetti devastanti (di fatto, paradossalmente, la razionalità viene gabbata proprio quando vuole “buttar fuori” dal pensiero le altre componenti della personalità).
“I capi d’accusa - nota ancora Roberta Corvi - sono principalmente due: l’epistemologia ha accreditato l’ipotesi di un metodo universalmente valido, che in realtà non esiste, e ha ridotto la razionalità alle sue applicazioni scientifiche. Inevitabilmente il processo chiama in causa la scienza stessa, rea di aver condizionato pesantemente lo sviluppo della società civile e politica, al punto di garantirsi un posto privilegiato nell’ambito dell’organizzazione sociale, in virtù di una presunta e mai dimostrata superiorità su altre forme di conoscenza. La stima esagerata di cui gode la scienza poggia sull’equazione (falsa) tra scienza e razionalità, dove per razionalità si intende la facoltà di elaborare un metodo universalmente valido e di attenersi ad esso. Nella realtà però gli scienziati si sono comportati e si comportano in modo assai diverso: all’occorrenza violano le regole del metodo e le sostituiscono con altre; se necessario rinunciano all’argomentazione razionale per avvalersi della propaganda».
Piuttosto, il metodo che bisognerebbe adottare, dovrebbe essere basato sul dialogo. E dunque non soltanto sulla razionalità, sulla dialettica, ma anche sulla retorica, non disdegnando argomentazioni persuasive laddove la razionalità non riesce a render conto di quanto sta indagando. In verità non troviamo che Feyerabend sia il solo a teorizzare questo approccio e questa integrazione fra razionale e non razionale o addirittura fra razionalità e mito: basti leggere con attenzione ad esempio Ontologia della libertà dell’italiano Luigi Pareyson, o addirittura l’ultimo Schelling, per trovare tracce di questo ragionamento, senza dimenticare che lo stesso Platone ricorreva al mito quando l’argomentazione razionale non riusciva a sorreggere un enunciato.
Il libro infatti si sviluppa in forma di dialogo, fra due interlocutori “A” e “B”, sviluppando, chiarendo, e talvolta anche completando gli spunti che già erano presenti in Contro il metodo. La postfazione di Roberta Corvi, docente di Filosofia della Scienza all’Università Cattolica di Milano, chiarisce e rimodula i concetti espressi nel breve ma intenso (e pure divertente) libro, riformulandoli in maniera chiara e con le dovute connessioni al pensiero di altri filosofi contemporanei e dei filosofi antichi. Anche se meno conosciuto dell’opera maxima di Feyerabend, questo testo offre un ottimo e abbastanza completo approccio al suo pensiero, che si rivela semplice ma insieme complesso, per le problematiche che affronta (che potrebbero essere poi trasportate dal piano della filosofia della scienza, a quello più generale di tutte le branche della filosofia - ad esempio l’estetica o la morale, ponendo questioni così radicali e difficili che non basterebbe certo un piccolo libretto di questa mole ad affrontare). Scrive ancora Roberta Corvi: «Chi è convinto che la filosofia non è filosofia se non ci inquieta, se non ci sloggia dalle posizioni ormai acquisite, per spingerci a nuove conquiste, non potrà non seguire con interesse l’itinerario di Feyerabend, la cui parabola evolutiva è virtualmente e felicemente sintetizzata in questo Dialogo. Infatti, in quest’opera l’autore parte, come è partita la sua riflessione negli anni cinquanta, da interrogativi di natura epistemologica per giungere a interrogativi di carattere politico, che derivano dai primi e nel loro insieme costituiscono un unico problema, quello di stabilire quale sia la natura della scienza e il ruolo che deve occupare nella vita dell’uomo, oltre che nella società»-.
gennaio 2001.