Questa più antica speculazione, pone per la prima volta in evidenza la possibilità e la necessità di un sapere della natura, una fusione di Physis (natura) e lògos (razionalità). Ciò che spinge la speculazione di questi filosofi, è l’ossessione dell’origine, il capire da che cosa tutto abbia avuto inizio. Dunque, già nella ragione stessa della ricerca, che non si accontenta della spiegazione mitica, vi è una differenziazione dal mito. L'impulso di risalire a un'origine è già nel mito, che estende la spiegazione al tutto dell'essere: si chiede da dove e perché il tutto, ma poi affida la spiegazione non alla ricerca delle cause, ma al racconto religioso. "Teogonia" di Esiodo e "Cosmogonia" di Ferecide di Siro, riconducono tutta la realtà a un primo "Ente", nel postulato che da esso sia nato il tutto. Il mito però non ha ancora il linguaggio concettuale e relazionale del lògos, ma solo quello del racconto (mython). Physis rinvia a phyèin che significa generare, crescere. Così l'ambito della physis coincide con quello della genesis. La ricerca dunque si rivolge al principio primo, quello che ha generato tutto il mondo, l’essere, che sarà il principale tema della filosofia occidentale.
Gli autori sono indecisi se Talete fosse di origine fenicia o nativo di Mileto, dove visse dal 640 al 570 circa a.C. (una vita dunque molto lunga). Il pensiero di Talete ha senza dubbio molti riferimenti alla civiltà Mesopotamica e Egiziana. "Aristotele e Ippia dicono che dette una parte di anima anche alle cose inanimate arguendo questo dalla calamita e dall'ambra", scrive Diogene Laerzio. Sempre secondo Diogene, "sembra che nel campo politico sia stato consigliere eccellente”. Talete fu inoltre molto considerato dagli antichi per la sua sapienza, gli studi astronomici, la capacità di geometra. "Per primo Talete ebbe il nome di sapiente e per primo disse che l'anima è immortale e spiegò eclissi ed equinozi". (Lessico di Suidas). Questi riferimenti già inquadrano il filosofo, che deduce dall’osservazione, che spiega gli equinozi, ecc., non riferendosi al mito, ma da solo, seguendo il suo pensiero.
A Talete non si può applicare la mentalità aristotelica,
perché la causa prima da lui trovata, l'acqua, non è solo una causa
materiale ma è per lui il tutto, causa materiale, efficiente, formale, ecc.
Aristotele cerca di dare la spiegazione di come Talete intendesse questa
causa materiale. Dice: "perché quello da
Nei pensatori ionici non c'è differenza di materia e di spirito. Ecco l’intero frammento della Metafisica dalla quale ho tratto le citazioni, nella versione tratta da I presocratici, a cura di G. Giannantoni:
La maggior parte di coloro che per primi filosofarono ritennero che i soli princìpi di tutte le cose fossero quelli di specie materiale, perché ciò da cui tutte le cose hanno l'essere, da cui originariamente derivano e in cui alla fine si risolvono, pur rimanendo la sostanza ma cambiando nelle sue qualità, questo essi dicono che è l'elemento, questo il principio delle cose e perciò ritengono che niente si produce e niente si distrugge, poiché una sostanza siffatta si conserva sempre Ci deve essere una qualche sostanza, o più di una, da cui tutte le altre cose vengono all'esistenza, mentre essa permane. Ma riguardo al numero e alla forma di tale principio non dicono tutti lo stesso. Talete, il fondatore di tale forma di filosofia, dice che è l'acqua (e perciò sosteneva che anche la terra è sull'acqua): egli ha tratto forse tale supposizione vedendo che il nutrimento di tutte le cose è umido, che il caldo stesso deriva da questa e di questa vive (e ciò da cui le cose derivano è il loro principio): di qui, dunque, egli ha tratto tale supposizione e dal fatto che semi di tutte le cose hanno natura umida - e l'acqua è principio naturale delle cose umide. Ci sono alcuni secondo i quali anche gli antichissimi, molto anteriori all'attuale generazione e che per primi teologizzarono, ebbero le stesse idee sulla natura: infatti cantarono che Oceano e Tetide sono gli autori della generazione [delle cose] e che il giuramento degli Dèi è su quell'acqua chiamata Stige dai poeti: ora, ciò che è più antico merita più stima, e il giuramento è la cosa che merita più stima. Se dunque questa visione della natura sia in verità antica e primitiva potrebbe essere dubbio, ma Talete senz'altro si dice che abbia descritto la prima causa in questo modo (nessuno riterrebbe Ippone degno di essere annoverato tra questi per la poca consistenza del suo pensiero). ("I Presocratici", a cura di G. Giannantoni, Laterza, Bari, 1986, pagg.89-90).
Aristotele insiste che Talete arriva alla concezione
dell'acqua come principio di tutte le cose, attraverso un ragionamento
fondato sulla percezione. Aristotele pertanto, difende Talete da chi
considerava il suo pensiero derivante dalla concezione mitica. Fa vedere
che Talete ha ricercato una visione unitaria della realtà, non ricorrendo
alla concezione mitica ma cercando di cogliere il principio, la condizione
che unifica tutta la realtà. Secondo le notizie che ci dà Diogene Laerzio e via via altri, Talete fu uno dei sette sapienti della Grecia antica. Perciò la figura di Talete si rappresenta come quella di un saggio, di un sapiente, di un conoscitore della cultura del tempo, un uomo di vasta cultura, che è in grado anche di dare una visione complessa della vita e dell'uomo e dare dei giudizi intorno a quello che sono i problemi dell'uomo. Ma ancora, Talete è considerato uno scienziato, uno studioso di geometria, uno studioso di problemi cosmologici, uno studioso che ha cercato di indagare le strutture fondamentali del mondo in cui viviamo. Ha trovato un metodo molto semplice, ad esempio, per misurare le piramidi, basato sul rapporto che c'è fra l'ombra di un bastone e la sua altezza, rapportati all'ombra e all'altezza della piramide. Talete sarebbe allora un Pitagora anzitempo? Molto probabilmente Talete non è uno studioso di filosofia come lo intendiamo noi. Egli era in contatto con la cultura egiziana, con la cultura mesopotamica e fenicia. Mileto infatti era una colonia della Jonia, nell'Asia Minore. Alcune testimonianze addirittura dicono che egli fosse nato in Siria. Se noi teniamo presente questo, possiamo anche capire tutta una serie di attribuzioni a Talete nel campo scientifico e filosofico. Presso gli egiziani c'erano già delle conoscenze di carattere geometrico, soprattutto applicate alla misura del terreno. Così nella cultura orientale c'era la pratica dell’osservazione dei fenomeni celesti dalla quale poi era stato tratto un sistema di previsione di questi fenomeni. Molto probabilmente Talete non ha fatto altro che portare a conoscenza del mondo greco queste dottrine e queste informazioni. Erano però concetti di carattere pratico, non ancora teorizzati. Queste conoscenze esistevano, ma in forma applicata, non come regole o teoremi. Non sarebbe stato quindi un grande innovatore nel campo della geometria, come invece lo furono Euclide e Archimede. D'altra parte potremmo anche affermare, se accettiamo la tesi di un Talete vicino alla cultura mesopotamica ed egiziana, che la sua teoria dell’acqua non sia altro che l’esposizione, in altra forma, dei miti di quei popoli. Ricordiamo ad esempio che, nei miti mesopotamici, Atzu e le altre divinità sono le acque primordiali, e anche Talete ci parla di un’acqua primordiale. Egli, secondo alcuni interpreti, non avrebbe dunque fatto altre che riprendere, a modo suo, la tradizione mitica orientale che egli conosceva.. Personalmente sono molto scettico sulla consistenza di questa teoria svalutativa del pensiero di Talete. Ma se anche fosse vero che Talete avrebbe portato nella cultura greca l’idea dell'acqua come concezione prima e come elemento in cui sussistono tutte le cose, derivandola dalla tradizione dei miti orientali, sia del Medio Oriente, sia dell'Egitto, non importa tanto il contenuto di queste sue affermazioni, ma, come sopra si diceva, il modo come egli le presenta. Ma non credo che a questi racconti si riferisse Talete. Si potrebbe, è vero, anche pensare che abbia voluto riferirsi al mito egiziano della città di Eliopoli, quando parla dell'acqua primordiale. Ma ancora più facilmente, però, avrebbe potuto riferirsi a quei cenni che ci sono nell'Iliade, intorno ad Oceano e Teti: è vero, si tratta pochi cenni, ma ci fanno capire che anche in Omero questa concezione era conosciuta, e a maggior ragione proprio perché Omero ne parla in pochi cenni, senza doversi diffondere. Perché scomodare proprio il mito di Eliopoli se ce n’era uno già alla portata della cultura greca del tempo?
Abbiamo dunque allargato ed anche ridimensionato, qui, la figura di Talete. E' lecito domandarci: che cosa costituisce l’unità del pensiero di Talete e che cosa fatto sì che anche Aristotele abbia distinto Talete da altri scrittori del mito? Ci sono quattro punti nella testimonianza di Aristotele, che possono essere oggetto della nostra considerazione. il primo è questo: l'acqua è il principio di tutte le cose. C'è un'altra affermazione: la terra galleggia al di sopra dell'acqua. Poi ci sono due altre affermazioni che non troviamo nel testo della Metafisica ma nel De Anima. Aristotele qui dice che Talete afferma che il mondo è pieno di dei. Taluni sostengono che essa [l'anima] è mescolata al tutto e di qui forse Talete suppose che tutte le cose sono piene di divinità. (Diels, 11, 22 A - vedi anche Plat., Leggi, X 899 B) L'ultimo elemento che può servire alla nostra indagine, è la considerazione che il magnete, che muove il ferro, possiede un'anima. Queste sono le testimonianze fondamentali di Aristotele su Talete.
Perché, sulla base di questi elementi, Aristotele dice che Talete è un filosofo, nel senso che lo distingue e lo contrappone alla emntalità del mito? Perché Talete, ricercando il principio di tutte le cose, manifesta una di quelle strutture tipiche del pensiero razionale, che è la ricerca dell'unità e l’esigenza di ricondurre i fenomeni a un fondamento unico. Talete forse non ne ha piena consapevolezza, e non possiamo sapere se questo logos di Talete sia anche capace di riflettere su di sé, di osservarsi come pensiero, ma questa consapevolezza arriverà più avanti nella storia della filosofia. Sappiamo però che egli cerca un fondamento unico al tutto, e questo è l’elemento che inserisce il carattere della distinzione fra il vecchio e il nuovo modo di pensare. Questo, è vero, c'era anche nel Mito. Però poi il Mito si disperdeva in una molteplicità di tradizioni, difformi fra di loro e di fatto questa unità veniva semplicemente lasciata cadere, soverchiata dalla sacralità del racconto. La cosmogonia di Esiodo è di Esiodo, non è una visione universale, in moltissimi punti ad esempio differisce profondamente da Omero, dalla tradizione degli Inni Omerici cosiddetti e da altri miti che ci sono stati tramandati, tant’è che la Teogonia sembra proporsi come un’opera di sistematizzazione della materia, anche se a volte, come effetto pratico, sembra renderla più differenziata. In Talete invece c'è una visione del tutto unitaria capace, da sola, di spiegare ogni fenomeno, non solo un aspetto della realtà. Il mito insomma sembra essere funzionale a qualcosa, intendendo quel qualcosa come molto ristretto (un’usanza, la creazione dell’uomo, l’origine di una montagna, di un animale, ecc.), la filosofia non è funzionale a nulla, ma si propone essa stessa come spiegazione, come procedimento che spiega sulla base del puro intelletto.
Il fatto però è che Aristotele considera questo principio unitario individuato da Talete come causa materiale, come quel qualcosa che all'inizio è nello svolgimento, e alla fine permane in tutte le cose. Invece, nella concezione di Talete, non viene ricercata solo la causa materiale in senso aristotelico, ma il principio delle cose in sé, ciò che è all'inizio, l’origine, il fondamento del tutto. Il limite della posizione aristotelica è quello di aver attribuito a Talete soltanto la ricerca della sola causa materiale. Per Talete l'acqua è questo tutto. Non solo materia, sostrato, ecc., ma anche il principio da cui procedono tutte le cose. E questo spiega l'affermazione che tutto è pieno di Dèi. Anche l'acqua, in un certo senso, è divina perché ha in sé la forza e l'attività che forma il mondo. Perciò in quest’acqua di Talete, è presente la forza che forma e trasforma il mondo. Ecco dunque che noi diciamo di questi pensatori che sono ilogoisti, pensatori che vedono la materia come animata, come vivente, capace di trasformarsi e dar luogo alla molteplicità delle cose che noi verifichiamo nell'esperienza. Naturalmente è una mentalità lontanissima dalla nostra. C'è l’intelligenza del principio, ma in un significato che è come l’aggregazione di molti significati.
Ecco dunque che questo principio di Talete si manifesta in corrispondenza all'esigenza del pensare e unificare la realtà. Si noti la differenza fra racconto mitico, e questa mentalità che cerca un principio unitario, nell'ambito delle cose, che si manifesta anche nella mentalità dei nostri giorni. Se noi chiediamo a una persona quale sia il suo giudizio sulla situazione politica italiana, ognuno la racconta alla sua maniera. Questo è un racconto, non un fatto razionale. Mentre si potrebbe dare un giudizio non basato su un racconto ma su una interpretazione della realtà, riducendo tutto ad unità e cercando le cause, la chiave interpretativa che spiega il fenomeno globalmente. Qui sta allora il contrapporsi del nous e del mython. Per questo motivo Aristotele chiama Talete filosofo. Ma poi c'è un secondo motivo: Talete ha infatti abbandonato il Mito. In Talete non appare la terminologia del Mito. Ha abbandonato lo stile del racconto, le immagini create dalla fantasia, la visione antropomorfica del mondo: ha cercato invece di cogliere quello che veramente le cose sono, sia pure nei limiti delle sue possibilità. Il cielo è visto come cielo, non come Urano, l’acqua del mare come acqua del mare, non come Teti: le cose finalmente hanno un nome e un’identità che è autonoma dal racconto mitico. Qui nasce la contrapposizione tra mito e lògos.
Ma poi c'è ancora un ulteriore motivo per cui possiamo chiamare Talete, filosofo. Egli abbandona nella spiegazione dei fenomeni, quello che è l'atteggiamento mitico che li riferisce al loro passato, al tempo primitivo. Si riferisce invece ai fatti sperimentabili. Ecco dunque come si spiega l'interpretazione che Aristotele dà del pensiero di Talete, nei punti che gli sembrano dubbi: "Forse Talete ha detto questo perché...". La giustificazione non sta quindi nel riferimento mitico ma nell'osservazione empirica. La razionalità del pensiero di Talete, si manifesta nell'elaborare un’interpretazione di carattere universale, un modello, una congettura. Sulla base di alcune esperienze, formula alcune ipotesi che poi cerca di convalidare come universali. E' l'esigenza di un’interpretazione unitaria della realtà, anche se Talete ha ovviamente dei limiti, di cui egli non è pienamente consapevole.
Infine, dobbiamo ancora rettificare e chiarire un altro punto: la terra che galleggia sull'acqua. Vero è che Talete potrebbe aver ricavato questo da alcuni miti egiziani che indicavano che la terra galleggiava sull'acqua. Però Talete cerca di dare a questa dottrina un fondamento empirico, da cui subito ricava la regola: come la nave galleggia sull'acqua, così la terra. Gli elementi che Talete porta a giustificazione di questi rapporti, stanno nell’ipotesi intorno all'origine dei terremoti, riportati nei frammenti che conosciamo. I terremoti sarebbero causati dal movimento della terra che galleggia sull'acqua. E' una spiegazione sbagliata, lo sappiamo, ma c'è il tentativo di giustificare con un procedere razionale, la teoria della terra che galleggia sull'acqua. Lasciamo a Popper poi ulteriori considerazioni. Popper dice: certo che Talete ha sbagliato nel teorizzare tutto questo, però ricordiamoci che oggi c'è la teoria della deriva dei continenti, che, sia pure in maniera diversa, dice una cosa molto simile alla teoria di Talete. Il che non c’entra con la scienza ma ci pone comunque sull’avviso che tutto ciò che noi chiamiamo “scienza”, in qualche modo ha anche a che fare con l’intuizione, a volte con il caso, come sostiene Feyerabend, (di cui parliamo proprio in questo numero di Poiein). Di Talete noi non abbiamo quasi nulla, ma sappiamo con sicurezza che egli scrisse dei libri, in modo particolare ha scritto un libro, "Intorno alla Natura" (Perì Physis) come altri filosofi fisici. Ecco perché questi primi filosofi sono detti anche "fisici" (physis = natura). Sappiamo anche che questo testo si trovava nelle biblioteche greche ed era conosciuto e letto da Aristotele. Ci troviamo perciò già di fronte a un personaggio di cui è possibile determinare il pensiero e la storicità.
La questione del principio unitario (l’archè) Prima di esporre il pensiero del grande Anassimandro, il principale esponente della scuola jonica, credo sia doveroso rispondere a una domanda che viene spontanea: perché questi filosofi cercavano un principio unitario? Perché, mentre il mito, in un certo senso, fornisce una spiegazione (potremmo dire, se ne fa una ragione), costoro cercano altre spiegazioni? Che cosa è scattato nella cultura greca di quel tempo, che cosa ha prodotto tutto questo? E’ peraltro evidente, come poi avremo modo di argomentare meglio parlando della tragedia di Eschilo su questo stesso sito - e dunque non riprendiamo qui quelle considerazioni -, che il “vecchio” mito cominciava a stare un po’ stretto alla mentalità dei greci del tempo. I greci cominciavano a muoversi, a commerciare, ad avere intensi scambi culturali con altri popoli. Tutto questo, ad intelligenze particolari e sveglie, poneva nuove domande, alle quali il mito forse non poteva rispondere. Insomma, i tempi cambiavano, diventavano più aperti, più ricchi di opportunità, ma anche troppo complessi per il greco primitivo del mito. Per governare questi cambiamenti (culturali, etici, politici, ecc.) indotti dai nuovi avvenimenti, era necessario stabilire delle regole (ed è quella appena precedente a Talete, ad esempio, la grande stagione dei legislatori e dei sapienti). E dunque, quali regole stabilire? Nella società del mito, dove la complessità è controllabile, bastano ancora le regole degli antichi, immutabili perché date dagli dèi. Nella nuova società della comunicazione e degli scambi, servono invece dei criteri capaci di convincere tutti ad accettare queste regole. Ebbene, trovando in principio unitario delle cose, si trova la regola delle regole, il principio da quale il tutto viene fatto discendere a cascata, in ogni aspetto della vita umana. La filosofia, fino al secolo scorso, è stata la grande ricerca - durata 2.500 anni - di questo grande principio, che non fu mai trovato, anche se l’imponente costruzione speculativa di grandi sistemi filosofici, a partire da Parmenide e dagli Eleati, attraverso Platone ed Aristotele fino ad Hegel, spesso hanno prodotto delle risposte che hanno retto per lunghi periodi ed hanno fornito criteri validi per tutti, sia nella politica, che nella morale, che nell’estetica e in ogni ambito disciplinare e comportamentale degli uomini di una certa società. Ecco allora che affermare che l’elemento originario è l’acqua, non significa semplicemente dare la risposta a una curiosità intellettuale, ma significa trovare una chiave interpretativa della realtà, con la quale poter costruire dei criteri per ordinare la vita sociale, morale, politica, ecc. E’ quindi nella ricerca di questo ordine (che il mito attribuiva all’intervento di Zeus legislatore dell’universo), di questa legge che le cose hanno naturalmente in sé e che l’uomo deve capire per potersi integrare nel cosmo e poterlo dominare, che si intuisce l’importanza del nuovo modo di pensare. Non voglio dire che, con questo, il logos si contrapponga al mito in quanto religione: nei filosofi antichi, ma in genere in tutta la filosofia, le posizioni antireligiose sono poche e concentrate per la maggior parte in questi ultimi secoli. Il filosofo non vuole mettere in discussione il dio mitico, ma vuole capire la legge che il dio ha dato al cosmo. Ossia, se Zeus ha ordinato il mondo in questo modo, ci sarà pure un disegno col quale lo ha fatto, altrimenti di ordine non si potrebbe parlare. Ovvio che, individuando questo disegno e adattandolo a diversi contesti in modo da poterlo applicare in ogni vicenda reale o possibile, si trova in un certo senso un terreno solido sul quale muoversi nel prendere decisioni di qualsiasi tipo (legislative, rispetto alla giustizia, all’etica, all’estetica, ecc.). Questo principio di verità universale, l’archè, è in sé un principio statico: trovatolo, si arriva per definizione a un traguardo, a un obiettivo finale. Diventa però dinamico appunto perché non è dato dal mito, dagli dèi, ma dal pensiero che, in quanto tale, supera continuamente se stesso, non si ferma mai, è capace di trovare sempre nuovi argomenti che mettono in crisi le sue vecchie ipotesi e ne costruiscono delle nuove e sempre più capaci di spiegare la realtà. Questo dinamismo è tipico della filosofia occidentale, che, arrivando (con Eraclito) a riconoscere il nous, (potremmo dire, il pensiero del pensiero), imbocca definitivamente una via sulla quale non è possibile fermarsi (e questa caratteristica potrebbe destare, e anzi, desta, in molti pensatori contemporanei, non poche preoccupazioni). Non dobbiamo quindi guardare a questi filosofi come a degli sprovveduti o a curiosi eclettici che non avevano altro da fare per passare il tempo che dedicarsi ad argomenti che in sé, avulsi da un contesto, possono a ragione apparire futili e oziosi, oppure estranei alla vita sociale e circondati da un’aura intellettualistica che peraltro agli antichi, almeno fino a Socrate, era estranea. Si tratta, certo, non di una filosofia funzionale a qualcosa, perché con un pensiero filosofico non si fa nulla. Ma nello stesso tempo questa filosofia inutile conteneva in sé un principio di movimento, di dinamismo, quasi potesse dare forma al tutto.
Anassimandro vive circa dal 610 al 545 a.C. Per alcuni é il primo vero filosofo, perché non sostiene il suo ragionamento sulla base di una teoria empirica verificata con i sensi, ma sulla base di un ragionamento filosofico puro. Suida lo indica come "figlio di Prassiade, milesio, parente e discepolo e successore di Talete" (DK 12, 2). Anassimandro sottolinea che l’origine alle cose, (l'arché) non puó essere una cosa in particolare, ma qualcosa che puó essere tutte le cose. Parte insomma ponendosi il problema di che cosa sia l’essere. Non c'é distinzione fra forma e materia in Anassimandro, né fra materiale e spirituale. L'origine per lui sta nell'apéiron, che potremmo tradurre con "l'infinito", privo di limiti, di confini, non solo spaziali ma anche qualitativi. L'infinito stacca da sé le cose nel suo movimento rotatorio e genera il divenire. Parla anche di una “colpa originaria” che le cose hanno in questo staccarsi dall'infinito, dell'ordine unitario che é stato rotto con l'abbandono dell'apeiron. Si parte qui da un principio puramente razionale, non da una ipotesi, come in Talete, anche se la risposta alla domanda é puramente congetturale. Anassimandro quindi é il primo grande che possiamo definire "filosofo" a titolo pieno, senza i dubbi espressi per Talete. Di lui non abbiamo molte testimonianze. Cicerone narra della previsione di un terremoto a Sparta, fatta da Anassimandro (De Divinatione, 1, 50, 112). Parecchi autori concordano che fu il primo a disegnare una carta geografica della terra, che Anassimandro immaginava cilindrica e sospesa nello spazio. Simplicio sostiene che fu il primo ad adottare il termine di "arché". (Arist. Phys, 24,13).
Procediamo dunque alla lettura del frammento citato da Simplicio: Anassimandro ... ha detto ... che principio degli esseri è l'infinito ... da dove infatti gli esseri hanno l'origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo. (Diels, 12, 1 B). Notiamo nel frammento una prima affermazione: l'infinito, o meglio, l’àpeiron. Di cosa si tratta? Come si deve giudicare questa affermazione? Per spiegare il concetto di apeiron, dobbiamo intraprendere l'esame nel testo della Fisica di Aristotele, libro III. Nella pagina 203 D, Aristotele dice, riferendosi ai fisici e poi ad Anassimandro: tutti considerano l'infinito come principio. ... Tutto infatti, o è il principio o deriva da un principio”. Si tratta di un ragionamento puramente astratto, puramente logico, che non fa alcun riferimento ai dati sensibili. C'è una distinzione fra quello che è il principio come fondamento e quello che da questo deriva. E soggiunge poi Aristotele: "ma dell'infinito non c'è principio", perché se vi fosse fondamento non sarebbe più infinito. Se l'infinito non ha limite o principio, allora l'infinito è il principio per eccellenza. Infine, “Inoltre esso è il divino, perché è immortale e indistruttibile, come vuole Anassimandro e la maggior parte dei fisiologi”. Ecco il ragionamento che avrebbe fatto Anassimandro: se io penso alla realtà infinita, senza limite in senso generale, allora devo dire che questa realtà non può avere un principio o un fondamento, perché se avesse un principio o un fondamento non sarebbe più infinito. Allora devo dire che questa realtà è essa stessa infinita. Tutto, o è principio o deriva da un principio. Osserva sempre Aristotele, procedendo nel suo ragionamento, l'infinito non solo è il principio, perché non ha alcun limite che lo possa condizionare, è anche ingenerato e incorruttibile, altrimenti avrebbe un limite e non sarebbe infinito. Se avesse un limite sarebbe stato generato. E nemmeno può finire, corrompersi. Esso stesso quindi è principio di ogni altra cosa, e comprende in sé tutte le cose perché non ha limite. A tutte le cose è guida. Tale allora sembra essere il divino, dice Aristotele, perché è immortale e indistruttibile come dice Anassimandro e la maggior parte dei fisici. Questo dunque, nell’interpretazione di Aristotele, il pensiero di Anassimandro. Secondo una interpretazione della testimonianza di Simplicio e di Teofrasto, ci sarebbe in Anassimandro, per la prima volta, il termine archè, il principio, che verrebbe da lui identificato da con l'Infinito (àpeiron). Tutto questo ha acceso una discussione fra gli interpreti del pensiero di Anassimandro, che dura fino ad oggi, ma che mi pare non abbia più ragione di sussistere, perché alcuni studiosi hanno appurato con convincenti argomentazioni che non è vero che Simplicio e Teofrasto abbiano detto che sia stato Anassimandro ad introdurre il termine di archè, ma avrebbero detto che Anassimandro ha indicato la archè, in senso aristotelico di principio, nel concetto di àpeiron. In Anassimandro non c'è quindi idea di principio come fondamento della realtà materiale e neppure inteso come causa efficiente, come motore dell'universo, ma questo principio viene identificato con l'àpeiron. Per noi è molto importante sostenere questa affermazione di Teofrasto e di Simplicio circa l'uso del termine archè, perché ci permette di identificare e attribuire ad Anassimandro quel ragionamento che noi abbiamo visto nella Fisica di Aristotele nei riguardi dell'àpeiron. Se noi riconosciamo ad Anassimandro l'uso, seppure nelle modalità indicate da Simplicio, del termine archè, possiamo attribuire anche ad Anassimandro questo ragionamento che fa Aristotele, che cioè il principio non può essere altro che l’infinito, perché tutto ciò che è limitato ha un principio. Se noi accettiamo questa tesi, e filologicamente non c'è motivo per non accettarla, possiamo constatare il grande passo in avanti compiuto da Anassimandro nella dimensione speculativa, nella formazione di una mentalità filosofica e razionale. Qui Anassimandro si fonda solo sul puro ragionamento, sulla concezione dell'infinito e del principio. Ecco quindi che abbiamo la manifestazione della mentalità razionale, come forma del nostro pensiero capace di cogliere certi significati fondamentali che riguardano la realtà e di porli in rapporto tra di loro. Il concetto di àpeiron non è legato ai dati sensibili, ma è fondato sulla pura speculazione razionale. Manifestazione quindi piena del lògos astratto. Che cosa sia l'infinito come principio, è da mettere ancora maggiormente in luce. Abbiamo già detto che il principio è ciò che è all'origine di tutto, il senso di condizione prima della realtà. Possiamo anche dire che per Anassimandro l’àpeiron è il principio generatore di tutte le cose, da cui tutte le cose sono uscite, anche in senso materiale aristotelico – e questo attenendoci alle testimonianze di Simplicio, di Teofrasto e anche dello stesso Plutarco. Dal principio si sono separati gli opposti e da lì sono derivate tutte le cose. L'Apeiron non è dunque solo la causa efficiente di tutte le cose, ma anche quella realtà indeterminata da cui si separano le cose determinate della realtà. Per cui ci sarebbe, anche se non è chiaramente espresso, implicito questo ragionamento: il principio da cui derivano tutte le cose, non può essere nessuna delle cose che da esso procedono. L'acqua infatti è già un aspetto determinato, non determinante. Sotto questo aspetto il principio, per Anassimandro, è quella realtà indeterminata che assume le varie determinazioni. Tutto si separa quindi dall'indeterminato dell'àpeiron, dando origine agli ònta, gli aspetti del sensibile e del mondo diveniente. Anassimandro, nello svolgere questa sua dottrina, ha presente diversi modelli. Secondo una testimonianza di Plutarco, egli sostiene che il principio avrebbe prodotto il generatore di tutte le cose. Anassimandro avrebbe qui usato un’analogia di carattere biologico.
Dobbiamo però ancora vedere come nel frammento è concepito il procedere della molteplicità dall'uno. Anassimandro concepisce il procedere della realtà, come un movimento dal principio seguito da una trasformazione e un successivo ritorno al principio. La struttura è quella che troveremo nel divenire di Eraclito. E perché ciò che si stacca dal principio ritorna? Secondo necessità, dice Anassimandro. Questa processione è necessaria, la ricerca dell'ordine necessario, dell'ordine che non può essere altrimenti nella realtà. Non si ricorre più al mito, ma alla speculazione pura, la Legge necessaria. E, come già sappiamo, la ricerca dell'ordine, è un'altra manifestazione del pensiero razionale. Si pagano l'un l'altro il fio, il prezzo per un’ingiustizia, questi enti, gli ònta, dice Anassimandro Nelle prime interpretazioni non c'era l'espressione "l'un l'altro", e questo dava adito ad un’interpretazione diversa da quella che noi oggi possiamo dare. Cosa vuol dire innanzittutto, che pagano la pena per l'ingiustizia, questi enti? Qui possiamo vedere ancora presente, nel pensiero di Anassimandro, ancora l’influsso del Mito, nonostante la presenza di tutti gli elementi di razionalità. Egli infatti applica al mondo diveniente, le stesse leggi del codice morale umano, il criterio della giustizia – e dunque si esprime antropomorficamente. In che cosa consiste l'ingiustizia che devono pagare? Secondo la concezione della giustizia, giusto è distinguere ciò che è proprio di ciascuno. Questo è dell'uno e questo è dell'altro. L'ingiustizia consisterebbe nel fatto che le cose di questo mondo ci sono. Sembra che Anassimandro concepisca come una colpa il distacco delle cose finite, per contrasto, dall'infinito: in questo starebbe l’ingiustizia. Secondo questa prospettiva, la sua sarebbe una visione pessimistica della realtà. Le cose che procedono dall'àpeiron, si distaccano dalla pienezza originaria. Non è un processo di creazione: sembra che le cose vogliano far parte di se stesse da sole e in questo usurpano quello che è il diritto della piena unità dell'essere che si realizza nell'àpeiron. E pagano il fio per questo, perché poi sono costrette a ritornare nella unità da cui procedono. Ogni cosa deve cedere il passo ad altre e ritornare nell'Infinito. Le cose procedono dall'Infinito quasi per ingiustizia separandosi dall'Infinito, ma inesorabilmente, secondo la Legge del tempo, tutto ritorna all'infinito. Su questa visione di Anassimandro, Nietzsche, nella sua opera sulla tragedia greca, scrive pagine molto belle. Ogni realtà quindi ha un limite. La realtà non si dissolve, non scompare nel nulla. Questi ònta, che procedono dall'àpeiron, vi ritornano, sono riassorbiti. Però c'è da considerare quel reciprocamente. Secondo la lettura piena del frammento, la maggior parte dei testi che ci sono rimasti contengono questo allérois l'"un l'altro", e noi dobbiamo assumere come intenzionale questo dato. Sembra che, con l'introduzione di questo allèrois, l'interpretazione di Nietzsche non abbia nessun valore, perché Nietzsche considera questo fio una punizione dell’essere nei riguardi degli ònta (parla di “ogni divenire come emancipazione, meritevole di castigo, dall’eterno essere”, in La filosofia nell’età tragica dei greci, cap. 4). Perché infatti gli ònta commettono ingiustizia gli uni rispetto agli altri e per questo pagano la pena. In che cosa consiste allora, più esattamente, questa ingiustizia? Nel tentativo che fa ogni aspetto determinato della realtà di rimanere per sempre, e di usurpare in un certo senso il posto degli altri, oppure estendere i limiti del proprio essere oltre quanto sarebbe giusto secondo necessità. L'ingiustizia sarebbe il tentativo di rimanere al di là dei limiti che sono concessi agli elementi nel succedersi. Il tentativo di bloccare il ritorno all'àpeiron, di permanere e quindi di impedire l'affermarsi di altri eventi. Ma l'ordine del tempo esprime l'ordine della giustizia. Ad ogni ente è concesso un certo tempo, dopodiché deve cedere e lasciare il passo. In questo senso non è possibile parlare solo di una visione pessimistica della realtà. La visione è una visione soprattutto di giustizia (dìke). Il tempo è la sua cadenza. Vi è un tempo per manifestarsi e uno per ritirarsi. Il maggiore problema che Anassimandro lascerà alla speculazione seguente e confluirà poi in un tema che attraversa tutta la speculazione filosofica occidentale fino ai nostri giorni, è il modo come dal principio procedano tutte le cose, e perché procedano. Anassimandro dà sempre, sotto certi aspetti, una risposta diversiva. Il procedere del molteplice dall'uno è sempre manifestazione di decadenza di questo infinito, che viene ripresa e viene continuamente ripetuta. E' una visione, certo, anche pessimistica della realtà. Vedremo che si affermerà, di fronte a questa visione di Anassimandro, via via sul finire del pensiero antico, il pensiero di Plotino e di tutta la tradizione cristiana, che vedono il procedere delle cose dall'infinito, non tanto per un moto di ribellione ma piuttosto per manifestazione della propria gloria, amore e potenza da parte dell'Infinito, con l'atto della creazione. Il problema sollevato da Anassimandro ritorna quindi in tutta la tradizione filosofica occidentale. Il problema fondamentale di Hegel è proprio questo, ad esempio, il conciliare l'unità e la molteplicità, il problema del rapporto uno - molti.
Vorrei solo ricordare, un punto del pensiero di Anassimandro
che è di particolare rilievo per cogliere la mentalità razionale nel suo
affermarsi, e che cioè tutto questo noi lo ricaviamo da una riflessione
su il pensiero di Anassimandro e non da una riflessione di
Anassimandro che indichi una consapevolezza della mentalità razionale. Solo
in Eraclito si arriverà a questo logos riflessivo. Infine, pare (dai frammenti spuri) che Anassimandro abbia detto che la terra non poggia sull'acqua ma si trovi in una posizione di equidistanza dai corpi celesti, al centro dell'universo. Sotto un certo aspetto viene anticipata la teoria della gravitazione universale. Ora, osserva il Popper, come poteva dire questo sulla base della sua esperienza? E’ ovvio che non lo poteva assolutamente pensare ma che è stata soltanto l'intuizione di un modello per interpretare l'ordine del cosmo. Ovviamente un modello che doveva essere rivisto e perfezionarsi nel corso di due millenni. Però è riconoscibile in questa intuizione di Anassimandro, un pensiero che non si fonda soltanto sul confronto coi dati dell'esperienza, ma elabora indipendentemente dai dati dell'esperienza i modelli che ci permettono di interpretare la realtà.
Anassimene di Mileto, vissuto circa dal 595 al 525 a.C., fu discepolo e successore di Anassimandro e forse discepolo anche di Parmenide (Diog. Laer.). Anch’egli, come Talete e Anassimandro, imposta la sua ricerca filosofica nella ricerca del principio, dell’origine. A differenza di Anassimandro sostiene che l'elemento origine é l'aria, e questo puó sembrare un passo indietro rispetto al maestro. In effetti Anassimene fa un tentativo di sintesi fra le idee di Talete e quelle di del maestro. Da una parte Anassimandro dice che il principio della realtá é indefinito e indeterminato, ma dall'altra non puó essere tanto indefinito e indeterminato da essere nulla. Anassimene Cerca allora un principio il piú possibile indefinito ma che comunque fosse identificabile. L'aria é qualcosa di molto vago, ma nello stesso tempo ha una sua presenza. L'aria é poi veramente la causa di certi elementi della realtá. La nebbia per gli antichi era aria, quindi l'aria era forse mutabile ma concreta, esistente, comprensibile dal pensiero concreto dei greci. Simplicio descrive questo processo descritto da Anassimene come un processo di condensazione: aria, vento, nuvola, acqua, materia. Ma, precisa in un passo della sua Fisica “Bisogna sapere che altro è l’infinito e il limitato quanto al numero, il che è proprio di coloro che ammettono molteplicità di princìpi, altro è l’infinito e il limitato in quanto a grandezza, il che... conviene ad Anassimandro e ad Anassimene, i quali ammettono sì un unico elemento, ma infinito per grandezza”. Secondo questa testimonianza di Simplicio dunque, il pensiero di Anassimene ed Anassimandro non differisce nella sostanza, ma nella identificazione di un elemento che è nello stesso tempo origine e divenire, che causa il divenire come stato particolare dell’essere. La terra, il sole, non sarabbero dunque altro che aria condensata. Così, il freddo e il caldo, come riporta il frammento da Plutarco, non sarebbero altro che “affezioni comuni della materia, che sopravvengono alle mutazioni”. Il sole quindi non sarebbe altro che aria condensata e infuocata per la sua straordinaria e veloce attività di mutazione.
Rispetto alla nuova forma trovata nell’affrontare lo
stesso problema affrontato dal mito, come spiega il Cassirer, le risposte
trovate dal naturalismo jonico hanno minor valore e significato. L’accento
deve essere quindi posto, nello studio di questi autori, non tanto nei
contenuti della loro speculazione, ma piuttosto sul metodo nuovo di
affrontare gli interrogativi esistenziali. Nella risposta infatti entrano e
sono ripresi talvolta gli elementi mitici: l'aria di Anassimene, non è
infatti intesa tanto come materia, ma piuttosto deve essere intesa come
alito vivificante e come motore di ogni cosa: "come l'anima nostra che è
aria, ci tiene insieme, così il soffio e l'aria abbracciano tutto il mondo".
E’ importante qui, nel senso di novità, non tanto la risposta data, ma il
modo di dare la risposta.
La categoria di sostanza come la intende Aristotele (ousìa),
non è ancora concettualizzata dai fisici jonici. Sostanza e accidente sono
indistinti. Per Anassimandro il fondamento di ogni particolare qualità non
può contenere traccia di particolarità qualitativa. L'àpeiron
precede la qualità come quell’unità indeterminata, esente da contrasti, da
cui tutte le qualità provengono. E' fonte di tutte le determinazioni perché
non si è ancora risolto esso stesso in una sola determinazione. Secondo
Anassimandro dall'àpeiron , principio di ogni cosa, si staccano gli
àpeiron kòsmon, che da esso provengono per poi rientrare nel suo
grembo (ecco quindi il rapporto fra essere e divenire). Qui
la forza del pensiero astratto si manifesta già nel fatto che per
determinare l'"Essere", l'inizio, si risale dietro tutti i contrasti, i
quali trovano spiegazione e luogo solo nell'"essere essente", nella
concretezza delle cos (Aristotele dirà: nella ousìa). L'aria di Anassimene sembra un arretramento dai concetti di Anassimandro. Si torna a pensare a qualcosa di singolo come fondamento originario, ma è un qualcosa (l'aria) che reca in sé ancora indistinta tutta la ricchezza delle particolarizzazioni sensibili. L'aria può assumere molte determinazioni, senza restarvi legata in esclusiva. Essa quindi può servire da immagine, da substrato immediato dell'àpeiron di Anassimandro, perché al pari di questo, pare avere capacità illimitata di trasformazione. Nel pensiero jonico ha una metodica particolare la tensione dialettica tra forma del pensiero e contenuto a cui il pensiero si volge. Il merito dei fisici è quindi quello di avere per primi formulato una domanda prima a cui tentarono risposte, di aver segnato con vigore il sentiero di un nuovo modo di pensare la realtà, di averci indicato un metodo speculativo.
Fonti consultate:
Giovanni Reale / Dario Antiseri La filosofia ne suo sviluppo storico, La Scuola, Brescia, 1988
Gabriele Giannantoni I Presocratici, Laterza, Bari, 1986
Giorgio Colli La nascita della filosofia, Adelphi, Milano, 1986
Friedrich Nietzsche La filosofia nell’età tragica dei greci, Newton Compton, 1980
Aristotele Metafisica, Libro I, Laterza, Bari, 1990
Ernst Cassirer Da Talete a Platone, Laterza, Bari, 1992
Mi sono inoltre avvalso degli appunti del Corso di storia
della filosofia antica, tenuto dal Prof. Aldo Bonetti all’Università
Cattolica di Brescia, anno accademico 1992/93
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