Gianmario lucini

                       Salmodia della solitudine

 

                                (da: "Sette salmodie sull'impoetico")

                               

 

 

 

                             Il mondo è ciò che accade

                                         L. Wittgenstein

 

Non appare nelle pieghe del palinsesto:

dunque non esiste - leggerezza

insostenibile d'una piuma la complessa

trama delle cose - tutto si semplifica

in formule suadenti, idoli domestici

e noi sottovoce ne celebriamo i riti

- oh certo senza entusiasmo

senza fremere ma fedelmente

come fosse l'ultimo chiodo al quale appenderci

l'ultimo miracolo di quel sentire mitico

della ragione -.   O forse un vento biblico

sta slabbrando la roccia del pianeta

e interi continenti sprofondano in abissi

di silenzio e di loro non rimane

traccia neppure nell'inconscio e i loro mari

i tramonti, i canti.

Non possiamo più conoscerci

in questa desolata solitudine

e riflettiamo la nostra immagine

in qualche specchio opaco;

abbiamo perduto gli occhi, l'evidenza

delle cose, l'epifania

dei nostri pensieri felici,

nelle caverne intorno ai fuochi

dei sacrifici supplichiamo la ragione,

volano i nostri sciamani sugli oceani,

concordano nei voli, discordano,

invocano dèi a testimoni, si negano

e si manifestano come

lune iperboree.

                    Non posso

più vivere, non posso

più fremere al tocco dell'erba

tiepida d'agosto, non posso

immergermi nei colori di novembre

nei suoni primi del mondo, nel giorno

e nel suo fascino bambino: tutto

s'ingravida di questa ambigua essenza

e delle innumeri sgangherate voci che usurpano

ogni spazio e dignità

nel segno ragionevole ed effimero

che sorbiamo come antidoto

ad ogni sorso di veleno; 

                                 deve

esistere in una parola nascosta

un grande Dio che balzi fuori a ridire

il mondo vecchio in una lingua nuova

un Dio-persona col quale a viso aperto

discorrere e disquisire delle cose

degli dèi e degli uomini e di questo

grande buco nero nel creato

che un dio da noi stessi proiettato

ha aperto con voce di cannone e luce di traccianti,

scavando nei sistemi neuronali

di noi animali generati per dimenticare

la sofferenza e non conoscere la gioia.

Ci deve essere un Dio così forte

da muoversi leggiero e inesistente

come danza piuma nel vento

e attiri con l'evidenza immotivata

irragionevole del cuore ogni ambivalenza

e ricompaia l'Africa intera,

riemerga l'America Latina, il grande

Est e l'Indocina e la perduta voce

dei nostri buchi neri erosi

dal mondo ragionevole dei fatti...