da Allegro moderato
Gianmario Lucini è nato a Sondrio nel 1953. E’ laureato in Scienze dell’Educazione. Ha vissuto e lavorato in varie città
italiane (Roma, Como, Bolzano) e in Svizzera.
Risiede stabilmente in un paese nei pressi di Sondrio dal 1988. Ha pubblicato pochissime poesie, alcune su Lengua
di Gianni D’Elia, alla fine degli anni ’80, e su altre riviste. Presente sui alcuni siti Web. Si occupa di critica, di scienze umane, di filosofia e di poesia.
Ha organizzato questo sito Web e ne è il responsabile.
I testi qui presentati sono contenuti in un quaderno di circa 50 liriche (Montedit, 2001), dal titolo Allegro moderato, con due note introduttive, di Giuseppe Cornacchia e Fabio Ciofi, che sono riportate oltre.
Ho scritto questo lavoro in cinque momenti diversi, ma l’ho
raccolto in un unico quaderno, perché rappresentano un aspetto
particolare
della mia scrittura. Sono il diario di
pensieri ricorrenti, a volte di
pochi giorni e a volte di mesi, e di attività cerebrale concitata e strana,
caratterizzata da alcuni sentimenti che non provo spesso: ira, desiderio di
satira, di polemica (pòlemos), di parlare ad alta voce con le finestre
ben aperte - solitamente lo evito, perché non serve a nulla. Ciò che più sollecita questi miei
sentimenti, è la Hybris dell’uomo moderno, convinto di esaurire il senso
della vita in un’avventura di frenesia tecnologica, ignaro del suo tempo, del
suo esser-ci, beandosi nel suo im-pensiero che, in ultima analisi è una causa
importante, almeno per me, e forse con una punta di illuminismo socratico, di
ciò che molti definiscono l’impoetico.
Fabio Ciofi vi ha visto un’emergenza morale che mi vedrebbe sensibile, e senza dubbio questo è vero: non scrivo mai senza intenzione morale, e quando scrivo sono sempre mosso da una ricerca di senso. Perciò spero che anche queste liriche, dove forse traspare anche una vena oratoria che cerca di star dentro a un discorso poetico, il lettore trovi un poco di questo senso.
L’autore
“Allegro moderato” di Gianmario Lucini è opera di straordinaria tensione etica. Il poeta emana dai suoi versi una volontà di riappropriazione delle responsabilità, o meglio del concetto stesso di responsabilità - il nostro ha molta dimestichezza con la materia filosofica - troppo spesso demandato ad altri e soprattutto ad altro. Vedi in primo luogo ai media, a quella televisione che fa tutto per noi, ci disimpegna:”a mostrarci, a spiare / ogni grandezza e dolore / che la mente scissa vedere non vuole/…”.
E’ un Lucini lucido che ci dice nella prima sezione della raccolta, intitolata non a caso “Tivù”, che il tubo catodico esorcizza il nostro senso morale, lo attenua, lo edulcolora a tal punto che:”Oh regista dopo questo /strazio / non mandare altre immagini / lasciaci nella sera navigare a occhi chiusi / dal nero di quegli occhi folgorati / / lasciaci credere che svolino nell’aria / vive ancora nei colori di Rio /dopo il tuo documentario / - ch’è solo un pugnale virtuale / e non ferisce cuore occidentale.”
Usando un ritmo incalzante che a volte s’innalza per necessità, per impossibilità del non dire ma che si avvale di una musicale “discorsività” asciutta e priva di fronzoli, Lucini affronta temi cruciali quali la scomparsa di Dio o la morte terrena col piglio di chi non ha paura dell’argomento ma anzi afferma a se stesso ed agli altri che è giunto il momento di uscire allo scoperto, di “sbilanciarsi” nel comunicare la propria visione del mondo. Dio e la morte, per quanto una certa “retorica” pubblicitario-comunicativa-di massa cerchi di mostrare il contrario affinché a nessuno di noi venga il dubbio, la perplessità non tanto sul singolo prodotto quanto sull’essenza tout court del sistema dei consumi, dicevo Dio e la morte non sono archiviabili alla stregua di una vecchia pratica, la loro impellenza non è procrastinabile. Ecco allora che:”Tutto il dolore sta oltre la pellicola, / quel velo azzurrino di polvere / del nostro oblìo, impalpabile e ridicola / mascherata d’un’atavica paura / di morte, armatura di noia / che ingoia le sue vittime ridendo; / tutto il dolore sprigiona e non vince quel muro / / che l’immagine nostra riflette, / imbambolato sguardo acritico.
Le altre sezioni della raccolta intitolate nell’ordine “Campeggio”, “Adolescenza”, “Ipocondrie scarlattiane”, “Fiori”, si prefiggono, almeno a me così pare, di spostare “il tiro”; attraverso un effetto di straniamento sapientemente controllato, eccoci a condividere la realtà di un pesce, la donna della reception del camping, i turbamenti e la beata spensieratezza dell’adolescente, la variegata famiglia floreale. E ad ognuno di questi momenti, di queste implacabilmente descritte situazioni corrisponde la ricerca del senso, quel senso dell’esistenza e delle cose che ci circondano che possono chiamarsi di volta in volta tempo, spazio, relazione, indagine, speculazione ecc. ma che sono accomunate da un unico comune denominatore: il desiderio di affermare, di non arrendersi alla totalità negativizzante del Nulla, che è lo spettro che aleggia su ogni parte del testo.
Per concludere, quasi a tornare circolarmente all’inizio di questa breve impressione di lettura, mi piace ribadire il richiamo alla tensione etica di cui parlavo in apertura:”Ma l’edera tenace sale e sale / formica vegetale / il suo inverno conquista né s’arresta / fino al sommo di un’aerea festa / - potere sommo, / mondo visto dall’alto / in alto vive pur se terra non gli è data / vive di gloria alla sua gloria abbarbicata”.
Fabio Ciofi, Siena, febbraio 2001
L'eterogeneità delle situazioni da cui Lucini trae spunto di poesia è sintomo di inesausta ricerca d'Assoluto, necessità di Consapevolezze negate, non vissute o non riconosciute come tali. Allegro moderato si articola in momenti sillogici e la tensione si stempera man mano che l'analisi tocca quanto è vicino e non temuto, per cui le contraddizioni si appianano, si raggiunge un accettabile equilibrio e il discorso si fa anche lirico. In Tivù, nell'occhio del nuovo conformismo oggettivante il poeta rileva incongruenze, mancanze, distorsioni di senso; epperò si fa irretire, partecipa e compartecipa al reale-costruito assimilandone ritmi e proposizioni. Un modo "altro" di essere nel mondo, da contestualizzare (ed accettare) senza demonizzazioni e preconcetti. Campeggio è ritorno all'ambiente naturale, su cui lo sguardo poggia senza allertamenti e meno indagativo. Adolescenza trasmette levità e un certo distacco divertito e partecipativo (mi riporta a Luciano Erba), privo di rimpianto. Il dettato appare complice e aperto alla vita.
Ipocondrie scarlattiane è un breve intermezzo di registro alto; il poeta si accosta al volubile discorso musicale riconoscendogli valore fondante d'esperienza. L'Arte si erge non tanto a medium tra Uomo e Dio, quanto a piena e massima espressione dell'Uomo in questa vita.
Chiude Fiori, a mio parere un molto ben riuscito omaggio a quanto il poeta ritiene bello (e utile, e appagante) nel mondo, una ricomposizione pacificata col suo Io nel segno dell'amore per la donna e la natura. Probabilmente, la sezione più densa di significati poetici.
In definitiva una raccolta da leggere con attenzione perché Lucini sa il fatto suo e nei suoi versi c'è molto contenuto.
Giuseppe Cornacchia – Pisa, febbraio 2001
Dalla sezione: “Tivù”
Talk show
Hai fra le mani uno spicchio di mondo,
lo giri e lo rigiri,
sospiri, bofonchi,
affondi
in certe piaghe, a caso.
In lui, che t’offre il collo adagio
studiando l’etichetta di palazzo,
immergi e ritrai la mano,
che palpita rossa d’un sangue
di vite stroncate
e come un trofeo l’esibisci
all’idiozia dell’ospite di turno
teneramente intrappolato fra i tuoi denti.
Ovunque il pretesto per un brivido,
stridula voce di fagotto che motteggi,
ovunque una nota da glissare
o flautato
da sottacere,
stilando e ristilando quegli appunti,
quella scaletta che tutto armonizza
nel disarmonico:
ottoni e grancasse al loro posto
- esibita mai
riserva a una frivola orchestra
nella serata cultural-edonistica.
Tutto s’amalgama, urla sottovoce
prima che esploda l’applauso.
Invettiva discreta
Tutto il dolore sta oltre la pellicola,
quel velo azzurrino di polvere
del nostro oblio, impalpabile e ridicola
mascherata d’un’atavica paura
di morte, armatura di noia
che ingoia le sue vittime ridendo;
tutto il dolore sprigiona e non vince quel muro
che l’immagine nostra riflette,
imbambolato sguardo acritico.
Volgiti indietro: il secolo che muore
ha divorato gli altri secoli.
È nato scontento, onnipotente
da una tabula rasa, dal niente.
Predone della storia, novecento,
padre e figlio dei millenni,
scorre in parata, ringhia,
immagine che inchioda la memoria
a volti, gesti che non muoiono
finché avremo celluloide,
magnetici supporti, antenne
- fragilità che ci ingoiano
l’anima evasa dagli occhi, dissolta
in questa troppa vertigine.
. ... I am Lazarus, come from the dead
come back tell you all, I shall tell you all.
T.S. Eliot
Sibila un vento di peccato fra le antenne
e abrade le nuvole da un cielo inibito,
le rotola sul fondo d’una scena desolata
dove tutto si gioca,
dove la memoria del passato non è che fiato
di un tradimento vago e ormai lontano,
e desiderio inutile il riscatto.
Ed è tutto detto in quel vento che scuote
sui tetti le antenne,
e tutto taciuto e tutto contraddetto,
con la stessa leggerezza bambina del vento
che cambia parte e ragione
nel suo vagare.
Per questo vengo dal regno dei morti
per concedere o negare
fiato a ogni dire, per imporre
nuova evidenza al dogma dell’immagine
- e dunque sibilo
anch’io parole che non s’odono,
che esplodono nel sonno e nel torpore,
nel tenue grigiore dei cervelli e li corrodono.
E vi dirò tutto, vi dirò
quel che mille volte è stato detto e contraddetto,
il vero dell’effimero e l’effimero del vero
nella mia natura semplice di macchina
che si colora di cielo e di nuvole,
che le redime e le spazza
via con un sol palpito di ciglia,
un sorriso una parola che lieve
e noncalante vola su distratte
intorpidite membra nella sera,
se Dio onnipotente prima non v’acceca,
morte, fortuna...
Dalla sezione: Campeggio
Posto dove vai per ritrovare le vestigia
di un prossimo passato,
misurare quanto ampio sia lo iato
fra il verde monotono del prato e la scansia
colorata dei liquori, o quanti amori
sopravvivano al telefono, si nutrano
d’illusione e vicinanza, al fiato
metallico della cornetta,
quanta noia di caffè
sia lo spirito italiano del conversare
– lasciamolo stare
senza pensieri, dinoccolarsi
fra un confine e l’altro, fra i viali
invasati da una brezza di lago
e una sottile noia del domani –
ma intanto ci torni, al bar,
non fosse altro che per ritornare.
Dalla sezione Adolescenza
Prima di tutto il mio spargere sementi
a larghi gesti, a moniti
ammaestrare, con alito di forgia
forze temprare, comandamenti infliggere,
e radicando l’animale alla sua gabbia
incatenare quella rabbia a un assoluto
spiraglio di luce, fendere la notte
primiera da cui venne.
Lasciarlo poi
a nuda pelle a un fuoco, che ferisce
sfiorando distratto la vecchia cicatrice,
graffio di laccio o tagliola
che fra i denti metà custodisce
un’anima esausta e felice
nella sua ancona sociale, nel fragile
dubbioso senso d’un qualche procedere
a onesto fine o premio…
(senza titolo)
E ti dirò che, presi soli soli,
non sono poi così indecenti,
sono ragazzi intelligenti, ma sono
anche indolenti, - stanno lì
muti e quasi tracotanti
col mondo in mano,
uggioso divertimento.
Ti osservano,
ripetono ciò che devono ripetere
con noncuranza
- cosa d’altri, cosa senza amore…
Si buttano dai viadotti
e hanno tutto…
(senza titolo)
Vita che spicca il suo salto
verso l’alto, di colpo, a picco,
per poi precipitare e dissolversi
come uccello ferito dal falco
o pioggia di fuochi d’artificio.
E nel vuoto della notte solo l’occhio
che trema delle stelle.
Dalla sezione: Fiori
***
Fisa talvolta Marina s’incanta,
contempla rapita i colori
in un’estasi estetica e mistica
ed essi immobili osservano lei, la sera
vivente della vita
e in quel vuoto che ha il suono d’un cristallo
magico l’avallo d’un patto
primo e mito si celebra.
Marina dea dell’amore e della morte
Marina la sorte
la cura.
(senza titolo)
Ma l’edera tenace sale e sale
formica vegetale
il suo inverno conquista né s’arresta
fino al sommo di un’aerea festa
- potere sommo,
mondo visto dall’alto -
in alto vive pur se terra non gli è data
vive di gloria alla sua gloria abbarbicata.
(senza titolo)
I fiori di Marina sono i miei fiori
semplici esistenze parallele
essenziali
senza domani vivono cantando
e cantano vivendo nel futuro;
in questo scuro andare alla nostra ventura
raccontano la breve loro vita
per simboli.
Marina ed io siamo il loro pubblico
comodo in platea
dentro il teatro d’un altro destino
fuor dalla scena d’un dolore primo.