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dieci ottobrine
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Dormiveglia
La pioggia d’autunno recita l’appello profonda come la mitraglia voce nella notte infuria si assopisce si risveglia - ci si smarrisce nell’immenso senza nome e figura. – La pioggia inconscio della natura sua voce più vera.
Contaminazioni
Ottobre stupito dorme nell’ampolla della sera nella morte dei monti la tosse dei fiumi il lamento dell’essere che pigola - pancia molle, pancia molle di sogni adolescenti... -.
Nelle foreste più cupe stanno cantando cori di lupi i canti del Signore la lira di David è suonata da un corvo impagliato che evoca l’inferno.
Numeri
L’uno è così fragile in quel suo venire dal nulla per via logica confitto ai bordi dell’infinito alle soglie dello smarrimento
se il due non fosse smarrirebbe la sua essenza nell’alito buio delle acque primordiali – sole nella nebbia del mattino.
In queste immense distanze in pastore nella notte profonda delle alture è il solo che possa parlare alla luna con le parole dell’uomo primordiale
sempre diverso e sempre uguale nello scorrere dei secoli.
Nella notte mannara unico segno l’ostilità delle cose.
Non una bava di vento nel piatto paesaggio. Il solstizio cade fra il giorno e la sera degli anni fra un delirio e un sorriso il globo terrestre ruota sul suo asse stanco nell’abisso disanimato ingranaggio
- ci vuole molto coraggio e pensare il vuoto che ci avvolge.
I ragazzi sono saliti sulla vetta col candore delle colombe in equilibrio sul crinale disposti a precipitare nel dirupo per un vero atto d’amore un verbo sicuro acceso come i gialli vibranti dei pendii o l’azzurro tranquillo del cielo ottobrino
- sta loro vicino, Dio, preservali dalla follia di diventare adulti.
Il giorno si svela e si procede per passi incerti su fossi e per prati per sgangherati teoremi di cani e fucili sparando al mondo, al cielo del mondo il piombo antico della malafede che grandina a volte esausto sul fondo dei più segreti disincanti. Il cane da punta purissimo e gaio amico che abbaia nel verde ancora allegro di settembre, a volte ci guarda e sogghigna con quel ghigno canino impercettibile
e ti sorprendi di sottecchi osservato tu che osservi con occhi padroni la morte e la vita in tremendo duello.
A volte gonfia impettito la tronfia natura di pavone e fa la ruota su un prato ipotetico e scaglia con teatrale furore il suo raglio d’asino che spara a mitraglia calci al vento. Non sento disprezzo, non sento nulla, soltanto vuoto di dentro che gira e rigira nel tetro intimo inquieto e scava, scava senza posa con tenacia scava nella roccia molle delle mie illusioni.
Non ci sta con la testa il ministro vuol spendere idee provocare maree in delirio che smuovano con fede le montagne; offende si lagna d’essere offeso, proietta introietta secerne veleni che tagliano in quattro segmenti crociati il mondo creato per essere intero dal buon Dio. O sacro furore di quest’uomo integrale che sa coniugare l’ardore del mistico al potere con la smania del martirio - che non viene, che non viene... -. Nerone divertito dall’improbabile ieratico gli trova un impiego di ripiego nel suo circo fra le schiere dei pagliacci.
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