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Tre poesie per tre saggi dell'antichità
Ma non è amore questo, che infiamma il cielo. Sempre più i tramonti sprillano sangue che tinge i nostri volti
o impotente Padre onnipotente.
Non hai pietà per te stesso urla il vento nella notte e Tu non ti difendi
t'aggiri nel buio vagolando come un bambino abbandonato.
(Isaia) ***
Liberami dunque dal tuo pianto: non ti posso più ascoltare: è una pena lasciarti sulla soglia spiegare a me stesso la fuga in avanti che m'assilla
- già sono col cuore proteso oltre la morte e nel presente brucio falena per troppa smania di luce.
Sei come vento che lamenta inconsolabile vento che si leva e s'addormenta quando nidiate pigolano a sera; non ti dai pace e questo mi spaventa - più del dolore la follia che t'incanta...
(Qohèlet) ***
A volte il mio canto è calma di mare in inverno quando sbianca la battigia e si perde nell'infinito, a volte invece si cruccia, s'inarca albero vecchio, piegato alla tempesta di maestrale.
Sono andati per sempre gli anni esaltanti della giovinezza - allora il canto non tremava nella notte insonne del re il tempo era un grande lago e Golia soltanto una sfida;
ora canto nel tempio una trama di paura che oscilla fra la tua onnipotenza e la mia inanità.
E sempre stringo ai fianchi e cetra e spada... (David)
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