Gianmario lucini

Tre poesie per tre saggi dell'antichità


  

  

  

 

  

  

  

 

 

 

Ma non è amore questo,

che infiamma il cielo.  Sempre più i tramonti

sprillano sangue che tinge i nostri volti

   

o impotente Padre onnipotente.

   

Non hai pietà per te stesso

urla il vento nella notte

e Tu non ti difendi

   

t'aggiri nel buio vagolando

come un bambino abbandonato.

   

                                  (Isaia)

***

  

Liberami dunque dal tuo pianto:

non ti posso più ascoltare:

è una pena lasciarti sulla soglia

spiegare a me stesso la fuga in avanti

che m'assilla

   

- già sono col cuore proteso

oltre la morte e nel presente brucio

falena per troppa smania di luce.

  

Sei come vento che lamenta inconsolabile

vento che si leva e s'addormenta

quando nidiate pigolano a sera;

non ti dai pace e questo mi spaventa

- più del dolore la follia che t'incanta...

  

                                      (Qohèlet)

 ***

  

A volte il mio canto è calma di mare

in inverno

quando sbianca la battigia e si perde

nell'infinito,

a volte invece si cruccia, s'inarca

albero vecchio,

piegato alla tempesta di maestrale.

   

Sono andati per sempre gli anni esaltanti

della giovinezza

- allora il canto non tremava nella notte

insonne del re

il tempo era un grande lago e Golia

soltanto una sfida;

   

ora canto nel tempio una trama di paura

che oscilla

fra la tua onnipotenza e la mia inanità.

     

E sempre stringo ai fianchi

e cetra e spada...

                                     (David)