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Cinque poesie |
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Per un epilogo
Chiuso nell’uovo il problema sobbalza. Vuole uscire il serpente, divorare la festa e dimenarsi creatura di Dio fra tante
ma l’oro dei fregi barocchi non tollera sussulti o scatto irrazionale il mondo deve girare sul perno della regola dell’armonia del calcolo la vita è un dogma che non prevede apostasie all’evidenza immutabile.
E fu così che finimmo nel baratro delle nostre stesse fauci gridando a squarciagola come barbari davanti all’esercito perfetto degli eventi calcolabili.
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Schizzo a china
La città quest’oggi è impenetrabile e si leva gesticolando sette braccia nel disordine del cielo. Nella città siamo stranieri noi che veniamo dai silenzi;
l’attraversiamo trattenendo il respiro con il volto dell’esilio
- ci toccherà la spalla come un taumaturgo offrendo elisir per ogni male, canzoni per ogni desiderio, lungo il tragitto verso la quarta dimensione.
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Visita di cortesia
Vuoi che mi stenda come un cane da salotto al ticchettio dell’orologio elettrico ricordare gli anni e i giorni dell’esistere qui in penombra?
Dietro di noi, è vero, solo i morti potranno apparire ma davanti il sole sprofonda nel vuoto. Sono pronti i bagagli, da tempo immemorabile non c’è più l’estro per chiacchiere abbiamo divorato ogni proposito sputato l’anima nel fango.
E potrei starmene qui, nella penombra?
Già chiamano il mio nome all’appello i miei denti caduti rotolando nel cassetto - fra vecchie matite spuntate, graffette arrugginite, odore di polvere.
Su, leviamoci da questo masso sghembo a cinque minuti dalla vetta e cominciamo a scendere, piano.
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Rammentando
Ci sono questioni che azzanni ora soltanto e benché coi denti dimeni e dibatta questa carcassa c’è sempre un tendine che non sfilaccia e tiene duro, un’anima ostinata anche dopo la morte.
E dove sono i paesaggi di ieri? qui non c’è altro che fango i più umani vagando per la steppa commerciano anime morte...
Ci sono questioni implose ed altre esplose infinite distanze – cinquant’anni per mare cinquant’anni che fanno polvere ogni desiderio: non gemiti, guaìti si levano dai letti dell’amore a notte quando il silenzio si fa voce di cascata e rimbomba l’infinito al battage dell’ossessione.
(Tutto questo voluto con tenacia d’una vita dedita al lavoro ai valori d’una solida morale).
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Stazione di Sondrio
Il treno giunge alla stazione come un cane torna al suo padrone scodinzonando un’allegria rituale reduce da un vuoto di pianura.
L’esistere è una zolla da fiutare a volte visitando altre vite altrove e poi a sera ritornare
all’allegro capolinea – oltre il quale non è possibile andare.
Gianmario Lucini - Cinque poesie
A farsi delle domande si finisce per darsi delle risposte! ” Ci sono questioni implose ed altre esplose “. Sono dentro e fuori e al di sopra di noi. Di tutti noi. E si confondono, si/ci inseguono, ci travolgono. L’affrontarle è arduo. Ma se dalla parte nostra c’è la Poesia, che è straniamento, vaticinio, creazione ... Gianmario Lucini si misura con loro con le armi che più gli sono congeniali. Le sue parole, affrancate dal contingente, dal senso comune del pensiero, dalla doppiezza, valicano, in virtù della magia che le connota, i limiti dell’uomo e si spiegano su quelle fino a ricercarne, per quanto possibile, le verità e a proporne ( perché no? ) le soluzioni. Al cospetto della sua visione del mondo e della sua onestà intellettuale, ecco esse, staccatesi dalle pareti della percezione, fissare sulla pagina bianca il moto del suo animo, assurgere a considerazioni sociali, assumere su sé il peso della denuncia. I cinque componimenti (nell’ordine: Per un epilogo - Schizzo a china - Visita di cortesia - Rammentando - Stazione di Sondrio), che per il clima unitario che li percorre potremmo configurare quale una suite in cinque movimenti, ci offrono uno spaccato del sentire, della esperienza, dell’universo poetico di Gianmario Lucini in un mondo che ” deve girare sul perno del calcolo “, in cui ” L’esistere è una zolla da fiutare “, giacché ”abbiamo divorato ogni proposito “ e siamo precipitati” nel baratro delle nostre stesse fauci “ ove ”non c’è altro che fango “. C’è un lucido raziocinio in questi ( per metro ) disuguali versi, che incedono fluidi e al contempo spirali, nuovi nella forma eppure sempiterni nella materia. Assai brevi taluni e assai lunghi talaltri, come del resto brevi e lunghi sono gli spazi, i luoghi, i tempi del mondo, leggeri ” canzoni per ogni desiderio “, ” ticchettio dell’orologio “ ovvero gravi ” bagagli pronti da tempo immemorabile “, ” infinite distanze che fanno polvere “. E c’è un fine taumaturgico ( ancorché appena dichiarato ): scardinare dall’esistenza - la sua, la nostra - gli ” eventi calcolabili “, dai quali - egli ha netto sentore - essa risulti dominata.
Trapani, Gennaio 2004
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