Gianmario lucini

                        Cinque poesie

 

 

 

 

 

Per un epilogo

 

Chiuso nell’uovo il problema sobbalza.

Vuole uscire il serpente, divorare la festa

e dimenarsi creatura di Dio

fra tante

 

ma l’oro dei fregi barocchi non tollera sussulti

o scatto irrazionale

il mondo deve girare sul perno della regola

dell’armonia del calcolo

la vita è un dogma che non prevede apostasie

all’evidenza immutabile.

 

E fu così che finimmo nel baratro

delle nostre stesse fauci

gridando a squarciagola come barbari

davanti all’esercito perfetto

degli eventi calcolabili.

 

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Schizzo a china

 

La città quest’oggi è impenetrabile e si leva

gesticolando sette braccia nel disordine

del cielo.  Nella città siamo stranieri

noi che veniamo dai silenzi;

 

l’attraversiamo trattenendo il respiro

con il volto dell’esilio

 

- ci toccherà la spalla come un taumaturgo

offrendo elisir per ogni male,

canzoni per ogni desiderio, lungo il tragitto

verso la quarta dimensione.

 

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Visita di cortesia

 

Vuoi che mi stenda come un cane da salotto

al ticchettio dell’orologio elettrico

ricordare gli anni e i giorni dell’esistere

qui in penombra?

 

Dietro di noi, è vero, solo i morti

potranno apparire

ma davanti il sole sprofonda nel vuoto.

Sono pronti i bagagli, da tempo

immemorabile

non c’è più l’estro per chiacchiere

abbiamo divorato ogni proposito

sputato l’anima nel fango.

 

E potrei starmene qui, nella penombra?

 

Già chiamano il mio nome all’appello

i miei denti caduti rotolando nel cassetto

- fra vecchie matite spuntate, graffette

arrugginite, odore di polvere.

 

Su, leviamoci da questo masso sghembo

a cinque minuti dalla vetta

e cominciamo a scendere, piano.

 

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Rammentando

 

Ci sono questioni che azzanni ora soltanto

e benché coi denti dimeni e dibatta questa carcassa

c’è sempre un tendine che non sfilaccia

e tiene duro, un’anima ostinata anche dopo

la morte.

 

E dove sono i paesaggi di ieri?

qui non c’è altro che fango

i più umani vagando per la steppa

commerciano anime morte...

 

Ci sono questioni implose ed altre esplose

infinite distanze – cinquant’anni per mare cinquant’anni

che fanno polvere ogni desiderio:

non gemiti, guaìti si levano dai letti dell’amore

a notte quando il silenzio si fa voce di cascata

e rimbomba l’infinito al battage dell’ossessione.

 

(Tutto questo voluto con tenacia

d’una vita dedita al lavoro

ai valori d’una solida morale).

 

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Stazione di Sondrio

 

Il treno giunge alla stazione

come un cane torna al suo padrone

scodinzonando un’allegria rituale

reduce da un vuoto di pianura.

 

L’esistere è una zolla da fiutare

a volte visitando altre vite

altrove e poi a sera ritornare 

 

all’allegro capolinea – oltre il quale

non è possibile andare.

 

 

Nota di Marco Scalabrino

 

Gianmario Lucini - Cinque poesie

 

A farsi delle domande si finisce per darsi delle risposte!

” Ci sono questioni implose ed altre esplose “. Sono dentro e fuori e al di sopra di noi. Di tutti noi. E si confondono, si/ci inseguono, ci travolgono.

L’affrontarle è arduo.

Ma se dalla parte nostra c’è la Poesia, che è straniamento, vaticinio, creazione ...

Gianmario Lucini si misura con loro con le armi che più gli sono  congeniali.

Le sue parole, affrancate dal contingente, dal senso comune del pensiero, dalla doppiezza, valicano, in virtù della magia che le connota, i limiti dell’uomo e si spiegano su quelle fino a ricercarne, per quanto  possibile, le verità e a proporne ( perché no? ) le soluzioni.

Al cospetto della sua visione del mondo e della sua onestà   intellettuale, ecco esse, staccatesi dalle pareti della percezione, fissare sulla pagina bianca il moto del suo animo, assurgere a considerazioni sociali, assumere su sé il peso della denuncia. 

I cinque componimenti (nell’ordine: Per un epilogo - Schizzo a china - Visita di cortesia - Rammentando - Stazione di Sondrio), che per il clima unitario che li percorre potremmo configurare quale una suite in cinque movimenti, ci offrono uno spaccato del sentire, della esperienza,   dell’universo poetico di Gianmario Lucini in un mondo che ” deve girare sul perno del calcolo “, in cui ” L’esistere è una zolla da fiutare “, giacché ”abbiamo divorato ogni proposito “ e siamo precipitati” nel baratro delle nostre stesse fauci “ ove ”non c’è altro che fango “.

C’è un lucido raziocinio in questi ( per metro ) disuguali versi, che incedono fluidi e al contempo spirali, nuovi nella forma eppure sempiterni nella materia.

Assai brevi taluni e assai lunghi talaltri, come del resto brevi e lunghi sono gli spazi, i luoghi, i tempi del mondo, leggeri ” canzoni per ogni desiderio “, ” ticchettio dell’orologio “ ovvero gravi ” bagagli pronti da tempo immemorabile “, ” infinite distanze che fanno polvere “. 

E c’è un fine taumaturgico ( ancorché appena dichiarato ):     scardinare dall’esistenza - la sua, la nostra - gli ” eventi calcolabili “, dai quali - egli ha netto sentore - essa risulti dominata.

 

Trapani, Gennaio 2004