Gianmario lucini

                       agosto

 

   

 

 

 

 

 

        

Brillava la falce nel primo mattino

cantava la falce beveva rugiada

lento avanzava il passo degli uomini - petto

largo cadenzando la pietra nella cote

ad abbracciare la brezza delle alture.

 

E sulla china nel sole all'ora terza vaporava

una coltre d'erba passa.  Le donne

cantavano a sera, bevevano gli uomini

il vino aspro della pianura.

 

Poi era la notte dei passi fra i vicoli

stretti e il lamento dei cani,

della fontana sola che fiottava nel silenzio,

l'immenso coro dei grilli e a volte

 

il richiamo della civetta alla finestra dei morti.

 

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Sogno non sogno come camminassi

io fra quei prati maturi e i sassi

lisci del sentiero; io a picchiare con zelo

bastone, scarponi, chiamare il cane fischiando.

 

Ma poi dal sogno mi sveglio e torno a vita

da quella vita antica che mi rifiuta

come piena di fiume che scagli le nostre miserie

davanti alla porta - un secchio sfondato, il rottame d'un frigo,

la bara d'un morto che galleggia nella pioggia.

 

Dall'ordine al disordine, dall'utopia

dell'Eden all'ira di Dio che piega

il collo ai superbi.

 

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Mi sono invischiato in un pranzo festivo

ronzando fra i fumi e fra i grassi,

pulendo le zampette in un cencio, la gola

con freschi sorsi di vino.

 

Ho dentro una fogna e sono ormai le due

d'un pomeriggio appiccicoso. M'allungo

dormicchio un po' e poi sotto la doccia

ritrovo il vigore del maschio

 

e parto per un'avventura telesportiva

che mi fa guaire di felicità.

 

La vita è tutta qui

- vorrei dire a un volto che non vedo e osserva

la mia segreta nevrosi -

il giorno una speranza da ingoiare.

 

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Si leva la luna da un crinale

e ci viene a vedere; disegna

le nostre ombre sull'erba che freme.

Il silenzio ha sempre quel colore

rotto dalla voce dei torrenti.

 

Siamo noi gli spiriti vagolanti

nella notte: spaesati dal suo tocco

non possiamo respirare

se non col fiato corto dell'inquieto;

 

è il nostro delirio che sale in forma di nebbia

a lambire i prati alti, gli abeti

(ci sveglieremo domani nel sole

allegro che la notte fa dimenticare).

 

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Se io fossi lago saprei contenere il liquido

che nella vita m'è sgocciato dalla conca delle mani

saprei vibrare alle brezze, colloquiando sciabordare

e gli uccelli mi starebbero a sentire e il vento

quando mi muove;

 

sarei profondo di buio e di silenzio dove i pesci

lentamente muovono pinne e branchie,

un fatto naturale una grande

vita placentare

che gela in inverno e s'ostina a rinascere.

 

Per l'eternità potrei meditare

il pensiero che vale e tutti li contiene,

quel chiodo che mi rode perché sono un uomo e penso

l'impossibile creaturale,

- fuggo veloce di sinapsi in sinapsi

verso lo scempio del corpo e della mente

fino allo stretto pertugio, alla porta

dove l'arroganza si frange in schegge

taglienti -.

 

Ma se fossi lago saprei

lasciarmi andare,

il sonno vero del giusto

dormire.