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agosto
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Brillava la falce nel primo mattino cantava la falce beveva rugiada lento avanzava il passo degli uomini - petto largo cadenzando la pietra nella cote ad abbracciare la brezza delle alture.
E sulla china nel sole all'ora terza vaporava una coltre d'erba passa. Le donne cantavano a sera, bevevano gli uomini il vino aspro della pianura.
Poi era la notte dei passi fra i vicoli stretti e il lamento dei cani, della fontana sola che fiottava nel silenzio, l'immenso coro dei grilli e a volte
il richiamo della civetta alla finestra dei morti.
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Sogno non sogno come camminassi io fra quei prati maturi e i sassi lisci del sentiero; io a picchiare con zelo bastone, scarponi, chiamare il cane fischiando.
Ma poi dal sogno mi sveglio e torno a vita da quella vita antica che mi rifiuta come piena di fiume che scagli le nostre miserie davanti alla porta - un secchio sfondato, il rottame d'un frigo, la bara d'un morto che galleggia nella pioggia.
Dall'ordine al disordine, dall'utopia dell'Eden all'ira di Dio che piega il collo ai superbi.
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Mi sono invischiato in un pranzo festivo ronzando fra i fumi e fra i grassi, pulendo le zampette in un cencio, la gola con freschi sorsi di vino.
Ho dentro una fogna e sono ormai le due d'un pomeriggio appiccicoso. M'allungo dormicchio un po' e poi sotto la doccia ritrovo il vigore del maschio
e parto per un'avventura telesportiva che mi fa guaire di felicità.
La vita è tutta qui - vorrei dire a un volto che non vedo e osserva la mia segreta nevrosi - il giorno una speranza da ingoiare.
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Si leva la luna da un crinale e ci viene a vedere; disegna le nostre ombre sull'erba che freme. Il silenzio ha sempre quel colore rotto dalla voce dei torrenti.
Siamo noi gli spiriti vagolanti nella notte: spaesati dal suo tocco non possiamo respirare se non col fiato corto dell'inquieto;
è il nostro delirio che sale in forma di nebbia a lambire i prati alti, gli abeti (ci sveglieremo domani nel sole allegro che la notte fa dimenticare).
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Se io fossi lago saprei contenere il liquido che nella vita m'è sgocciato dalla conca delle mani saprei vibrare alle brezze, colloquiando sciabordare e gli uccelli mi starebbero a sentire e il vento quando mi muove;
sarei profondo di buio e di silenzio dove i pesci lentamente muovono pinne e branchie, un fatto naturale una grande vita placentare che gela in inverno e s'ostina a rinascere.
Per l'eternità potrei meditare il pensiero che vale e tutti li contiene, quel chiodo che mi rode perché sono un uomo e penso l'impossibile creaturale, - fuggo veloce di sinapsi in sinapsi verso lo scempio del corpo e della mente fino allo stretto pertugio, alla porta dove l'arroganza si frange in schegge taglienti -.
Ma se fossi lago saprei lasciarmi andare, il sonno vero del giusto dormire.
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