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Anticristologia alla Mel Gibson |
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Qualcuno lo chiama già, ironicamente, “la passione secondo Mel Gibson” e mi associo a questa ironia. Gìà l’attenta lettura che ne ha fatto Erminia Passannanti mi aveva messo sul “chi va là” e forse ero un po’ allarmato dal suo giudizio e in allerta critica. Rimando pertanto a quella interessante lettura del film, per alcune considerazioni preliminari al ragionamento che voglio qui sviluppare su altri versanti, soprattutto quello psicologico e filosofico. La visione del film ha confermato i miei sospetti, ed è mia convinzione che il giudizio di Erminia sia molto, forse troppo indulgente verso questo (pessimo) film. Forse si salva per alcune inquadrature "caravaggesche" dice Gibson - ma più che Caravaggio (che fa perno su una tecnica rivoluzionaria nell'uso della luce non delle ombre...) vi ho visto un Bosch, un Bruegel - con rispetto per i grandi fiamminghi... Vediamo che c’è di buono: la ricostruzione storica secondo i Vangeli, è, credo compresa nel film. Ma sottolineo questo termine, “compresa”, cioé "presa-dentro", mischiata insieme ad altre “chicche” gibsoniane neogotiche, come sottolinea Erminia: “Ma certi altri aspetti del film, come ad esempio il senso marcato del macabro, e la commistione di storia e magia, ricordano più una medievalità morbosa e grottesca, che una Palestina pre-cristiana”. Insomma per fare un (improbabile) paragone con Pasolini, quello del “Vangelo secondo Matteo”: anche lì c’è la ricostruzione storica fedele al testo (qualcuno l’ha definita “ideologica” ma, con tutta la buona volontà, non riesco a vederla in quel film ma trovo piuttosto una tensione straordinaria di Pasolini per l’aderenza al testo e una sicura onestà intellettuale) ma se l’intento di Pasolini è quella di “far parlare il testo”, una lettura quasi filologica pur nella poeticità del modo di raccontare, quello di Mel Gibson è di collocare il testo dentro un con-testo più ampio e peraltro alieno, che in qualche modo lo snatura e lo asservisce a scopi che nulla hanno a che fare col testo. Per dire che lo scopo di questo film è palesemente quello di fare soldi, e l’obiettivo è stato raggiunto alla grande. Il che non ha nulla a che vedere col testo, anche se i soldi fossero dati tutti in opere di bene, come sembra suggerire Erminia in modo ironico. Il riferimento al magico, alla violenza, al gusto “pulp” che è il vero sostrato di questo modo di narrare (tre cose assolutamente inutili – fra mille -: la carogna dell’asino putrefatto, il corvo che becca gli occhi del ladrone sulla croce, il Cristo che nell’orto del Getzemani calpesta il serpente – io amo i serpenti, creature di’Iddio anch’esse...) sono la miscela morbosa che scatena le emozioni più basse. Il testo evangelico, il personaggio conosciuto da tutti, la vicenda, ecc., hanno semplicemente svolto la funzione di pre-testo, il back ground culturale sul quale innestare questa miscela di morbosità e misticismo gotico per fare cassetta. La ricostruzione storica, pur essendo dunque puntigliosa, sparisce di fronte a tutto questo. E che cosa rimane? Forse il pianto per la consapevolezza dei propri peccati per i mistici come la nostra Erminia; in altri casi un oscuro messaggio a certi “cellule dormienti” dell’inconscio anti-semita che appartengono alla tradizione cristiana del medioevo ma non solo, anche al fascismo, al clerico-fascismo, al nazismo, e anche a quella comunista del vecchio sistema sovietico; o un certo appagamento del sadismo “pulp” che in molti dorme anch’esso nell’incoscio; ma il testo, che fine ha fatto il testo? Che fine ha fatto il rigore filologico o meglio: è in grado il rigore filologico di emergere, in tutta questa accozzaglia di elementi messi lì appositamente per soddisfare tutti gli appetiti istintuali più diversi e più bassi? E’ infatti palese che il registro emotivo sovrabbonda e il registro razionale del messaggio quasi non appare, specie se uno non sa leggere i sottotitoli (non sottovalutiamo l’analfabetismo di ritorno: giurerei che oltre il 50% dei presenti in sala non era in grado di seguire la sottotitolatura. Esagero? Può essere, ma teniamo presente che i sottotitoli vengono decodificati dalla parte “razionale”, quella anteriore del cervello, la "corteccia cerebrale" mentre le immagini, i suoni, i colori, dalla parte più emotiva, l'ipotalamo, quella vicina al cervelletto: metterle insieme non è facile, specie per coloro che leggono poco – che specialmente in Italia...) e specie per coloro che pensano poco. E' un film per il cervelletto insomma, più che per il cervello. Ma l’aspetto peggiore del film, un vero e proprio macroscopico “errore intellettuale” a mio avviso, sta nell’incapacità totale della regia di Gibson di rendere il profondo significato simbolico del testo. Per dire: che cosa volevano comunicare gli evangelisti scrivendo quel capitolo così nero della vita del Messia? Perché ne hanno fatto un racconto (più o meno importante come mole, in rapporto alle altre vicende del Vangelo) e non si sono semplicemente limitati, con l’asciuttezza che li caratterizza quasi sempre, a svolgere la vicenda in una paginetta? Ovviamente ci fu un motivo e non credo che fosse quello di scrivere un copione per un film dei nostri giorni. Dunque, l’obiettivo degli evangelisti, la loro intenzione narrativa, va cercata nel desiderio di comunicare un importante messaggio di Cristo. E l’intenzione non era certamente quella di descrivere le straordinarie capacità di sopportazione di un uomo eccezionale sul piano fisico (anche se Cristo, effettivamente lo era, se dobbiamo dare credito alla Sindone torinese). Era invece, quella più mistica, di descrivere il rapporto uomo-Dio, fatto di estrema fiducia e di estremo abbandono fino alla prova suprema, quella che Dio risparmiò ad Abramo non accettando il sacrificio di Isacco, ma che si “inflisse” per così dire, da sé, con la cooperazione libera del Figlio-uomo). Era quella più teologica di dare una misura – per le “dure cervici” di quei tempi e dei nostri – dell’amore di Cristo e della sua assoluta bontà (“perdona perché non sanno quello che fanno”), per farne un esempio al cristiano (ossia, proprio quello che i cristiani non vogliono capire, visto come vanno le cose...). Era quello, storico, di documentare esattamente gli eventi, i fatti, perché i fatti “parlano” attraverso l’esempio. Era quello, ancora teologico-simbolico, di dire che la morte non vince, di annunciare la prospettiva insomma “salvifica” della “parola di Dio”, che è il punto centrale del messaggio di Cristo ("Io sono la via, la verità, la vita"). Di tutto questo e di molti aspetti similari non appare nulla nel film, zero assoluto. A Gibson sfugge totalmente questa dimensione, quella del senso, il suo è un film insensato, una fiction che serve a passare il tempo in modo vuoto e superficiale. Probabilmente perché Gibson non ha capito i Vangeli, li ha solo letti con molta cura e forse in modo preconcetto, secondo una cultura particolare, una variabile parassita che ha influenzato i suoi criteri filologici. Manca insomma l’elemento cristologico, manca persino l’elemento cristiano. Direi che un film anti-cristiano, in senso forte, perché emergono in modo preponderante dalla sua visione elementi che di per sé sono anti-cristiani. Forse, per andare sul pesante (ma forse neppure troppo), l’anticristo cosiddetto non è un personaggio, ma una cultura, una cultura simile a questa, che maschera, stravolge, capovolge il suo messaggio, pur rendendolo al contrario in maniera all’apparenza fedele. Per questo mi sento di dire che è un “falso”, non è la passione di Cristo, ma un racconto di Mel Gibson che non ha nulla a che fare con la Passio Christi, se non per una certa coincidenza casuale di alcuni elementi nel tessuto narrativo. E’ un caso insomma nel quale la coincidenza – quasi – fra parola e film è di un’altissima percentuale, ma nel quale la cosiddetta “fedeltà al testo” non ha nessuna rilevanza, proprio nessuna. Cose diverse, di altri pianeti. E perciò, per onestà intellettuale, doveva intitolare in un altro modo il suo film e non vincolarlo in modo diretto ai testi evangelici.
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